ASCANIO, L'ARTIGIANO DELLA PAROLA di Claudio Di Giampasquale
Durante l'ultima grande guerra, quando Roma fu dichiarata ufficialmente "città aperta", in tutta la città si diceva con estrema convinzione: «se voi sfuggi ai tedeschi o vai ar Vaticano oppure ar Quadraro...». E questa frase la dice lunga su questa borgata. Ascanio Celestini, passò qui la sua adolescenza, ed ebbe qui i migliori amici di gioventù. Benchè nato e cresciuto a Morena a circa sette chilometri dal Quadraro all'estrema periferia a sud-est della capitale, il legame con la borgata d'origine della propria famiglia è sempre stato forte, ed ha plasmato in modo fondamentale la sua identità e le scelte del percorso artistico,
Nacque il primo giorno di giugno del 1972, lo misero al mondo mamma Piera e papà Gaetano. Trascorse un'infanzia umile, erano anni in cui nella capitale si respirava un clima di forte tensione politica. Poi vennero gli anni del liceo classico Marco Tullio Cicerone di Frascati e quelli della Sapienza alla facoltà di Lettere con indirizzo antropologico dove sviluppò un forte interesse per le storie orali e la cultura popolare. Dopo anni e anni di dura gavetta, Ascanio è oggi uno dei protagonisti più importanti del teatro contemporaneo. Il suo stile è molto riconoscibile e si colloca tra teatro, letteratura orale e impegno civile. La sua espressione artistica fa parte del cosiddetto «Teatro di narrazione» dove spesso è solo in scena e racconta storie direttamente al pubblico. Nei suoi spettacoli non ci sono allestimenti elaborati o grandi effetti: la parola è il centro. La caratteristica voce particolarmente timbrata, talvolta lievemente nasale, distinta da un'impronta leggera, a tratti autoironica, è lo strumento principale della sua "scenografia verbale", capace di dosare l'intensità e di modulare il tono tra ironia e passione. Nei suoi avvincenti racconti Ascanio interpreta i personaggi senza cambiarla drasticamente, ma modulandola per creare vere e proprie scenografie verbali che catturano l'ascolto. Eppoi la sua delicata e spesso tagliente romanità apprezzata per la spiccata espressività, ironia e sintesi, che rende più avvincenti i contenuti dei suoi racconti (i quali si concentrano sulla memoria storica, le condizioni dei lavoratori, il disagio sociale e le periferie, eccetera) portati in giro nei teatri italiani ed ovunque apprezzat. Ebbene, tutto ciò fa di lui un artista che incarna in modo eccellente lo spirito di Roma con una punta di malinconia ma anche d'umorismo.
Ascanio Celestini sin da ragazzo capì che poteva trovare una maniera d'esprimersi attraverso la scrittura di storie e la loro recitazione. Comprese che ciò potesse essere il modo attraverso il quale avrebbe partecipare alla vita pubblica. Inoltre, nello specifico, s'appassionò alla lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini e da queste opere imparò a raccontavre le cose da sapere sulle classi subalterne, sui poveracci. Dal talento e dal lirismo del compianto poeta assassinato all'idroscalo di Ostia quando lui aveva appena tre anni, assorbì la coscienza e la forza di dire ciò che si cela dentro l'indifferenza. Iniziò a raccontare le vite invisibili delle periferie, focalizzandosi su emarginati e persone comuni, lontani dai riflettori della cronaca. Dando voce a chi spesso non ne ha. Capì che storia rappresenta uno strumento importante, rispetto al quale si ha il dovere d'organizzarsi, in un modo o nell'altro, l'importante e parteciparvi, per entrarci. E lui attraverso la sua arte e le sue parole ha fatto la propria scelta.
Trovo toccante questo racconto-favola che rappresenta il senso del suo impegno artistico a favore degli ultimi. Una delle tantissime opere di Ascanio sull'argomento. Il testo esprime in modo satirico e amaro come i poveri, non avendo più nulla, arrivino a vendere ai ricchi le proprie sensazioni, fino a cedere la propria coscienza e dignità, rimanendo infine privi anche della capacità di ribellarsi. S'intitola «La libertà dei poveri», eccola qui di seguito:
«I poveri erano così tanto poveri che presero la loro fame e la misero in bottiglia e se l'andarono a vendere. Se la comprarono i ricchi, che nella vita avevano mangiato di tutto, dal caviale ripieno all'ossobuco di culo di cane allo spiedo. Però la fame dei poveri in bocca non l'avevano assaggiata mai, così i ricchi se la comprarono. La pagarono bene e i poveri furono contenti e per un po'... per un po' tirarono avanti. Poi i poveri tornarono ad essere poveri, così allora i poveri presero la loro sete la misero in bottiglia e se la andarono a vendere. Se la comprarono i ricchi, che nella vita avevano bevuto di tutto, avevano bevuto dal Brunello al Tavernello, però la sete dei poveri in bocca non gli era passata mai. Così allora i ricchi se la comprarono ela pagarono bene e i poveri ne furono felici. Per un po' tirarono avanti. Ma poi i poveri tornarono ad essere poveri, più poveri di prima. Così allora i poveri presero la loro rabbia, che i poveri di rabbia ce ne avevano assai, ce ne avevano. Allora i poveri presero la loro rabbia la misero in bottiglia e se la andarono a vendere. Se la comprarono i ricchi. Ricchi che... sì, pure i ricchi un po' nella vita erano stati arrabbiati, mica no! Ma erano piccole cose, conflitti generazionali, roba da ormoni, rodimenti di culo, insomma. Ma la rabbia, proprio la rabbia dei poveri iricchi non l'avevano provata mai. Così allora se la comprarono e la pagarono anche bene. I poveri furono felici e per un po' tirarono avanti. Ma poi i poveri tornarono ad essere poveri. Allora i poveri si vendettero tutto, la coscienza di classe, la violenza, l'insubordinazione, la cultura, la musica, le parole, la letteratura, la memoria, tutto si vendettero i poveri, tutto. E i ricchi accumulavano. Nelle loro cantine i ricchi ormai avevano migliaia, milioni di bottiglie e accanto ai baroli muffiti, muffati, passiti, moscati ci stavano bottiglie e in quelle bottiglie ci stava tutta la cultura dei poveri, ci stava la rabbia dei poveri sai sanculotti fino ai braccianti di Di Vittorio nel foggiano, fino ai nuovi braccianti, i pummarò nell'Agropontino piuttosto che i braccianti rumeni, quelli che vanno a lavorare e a morire nei cantieri per dieci euro al giorno. In quelle bottiglie, in mezzo alle altre bottiglie, nella cantina dei ricchi, ci stavano bottiglie piene dell'orgoglio dei poveri, dell'orgoglio dell'aristocrazia operaia che aveva fermato i tedeschi nel '42, nel '43, nel '44 e nel '45, l'aristocrazia operaia che aveva conquistato lo Statuto dei Lavoratori nel 1970, il superamento del cottimo, fino all'orgoglio dei lavoratori precari, che erano precari, però pure loro l'orgoglio ce l'avevano. In quelle bottiglie c'era di tutto, c'era lo stupore, la meraviglia dei poveri, degli zapatisti che proprio in questi giorni. a marzo, però di sette anni fa, entrarono chi a cavallo, chi col somaro, la maggior parte a piedi a Città del Messico. In quelle bottiglie c'era tutta la cultura dei poveri, tutto dei poveri. i poveri tutto si erano venduti. E alla fine diventarono così tanto poveri che presero pure la loro povertà, la misero in bottiglia e se la vendettero. La comprarono i ricchi. I ricchi che nella vita tutto erano stati, fuorché poveri. E adesso volevano essere così tanto ricchi da possedere pure la miseria dei miseri. Allora quando i poveri diventarono così tanto poveri da non possedere più nemmeno la loro povertà, si armarono e non di coltello e forchetta bensì di fucili e pistole, perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Allora i poveri armati andarono fino al palazzo arrivarono al palazzo e lì c'era il podestà affacciato al balcone, alla finestra, serio che li guardava. I poveri erano armati ma rimasero fermi, immobili. Non fecero niente. Perché senza la rabbia, senza la fame, senza la sete, senza l'orgoglio, senza la coscienza non si fa la rivoluzione. Così allora il podestà scese in cantina e tra le tante bottiglie che aveva comprato dai poveri ne prese una, una soltanto, era la libertà, quella loro, dei poveri, che s'era comprato tanto tempo prima. La prese e la riconsegnò ai poveri. E i poveri stapparono la bottiglia. E adesso con quella libertà potevano farci un partito. per dire. Potevano farci un circolo, potevano farci una bandiera, un inno, una canzonetta. Però ci fecero poco e niente, perché la libertà da sola non serve a niente. Così allora il podestà si cercò nelle tasche e trovò un pacchetto di caramelle alla menta. Lo prese e regalò quelle caramelle ai poveri e i poveri da quel giorno tornarono ad essere liberi, liberi di succhiare mentine»
"produci, consuma ...crepa"
La morale di quest'altro raconto di Celestini è un tema centrale nel suo teatro di narrazione, spesso utilizzato per criticare il capitalismo e il ciclo economico. Si svolge in un "piccolo paese immaginario" uno dei tanti, dove si produce e consuma fino alla morte. Ascanio attraverso quest'ironica e drammatica metafora esplora l'economia attraverso il piccolo fornaio che produce pane per consumare salame, illustrando un ciclo produttivo incessante. Il monologo evidenzia come il lavoro sia visto come una "fede" che consuma la vita, un tema ripreso spesso nei suoi lavori. Eccolo narrato dalla sua caratteristica e pragmatica voce:








