C'ERA NÁ VORTA A ROMA ER MIGNATTARO di Claudio Di Giampasquale
Le sanguisughe sono vermi ermafroditi, famosi per il loro comportamento parassita nei confronti di animali vertebrati a cui s'attaccano nutrendosi del loro sangue. Sono diffuse ovunque, principalmente in acqua dolce, ma anche sulla terra. Il nome è d'origine latina, composto da "sanguinis" ossia sangue e "sugere" cioè succhiare. Hanno una ventosa all'estremità anteriore e una in quella posteriore. Le dimensioni possono variare da minuscole a lunghezze di decine di centimetri. A Roma e nella sua provincia ormai non vivono più nelle zone urbane cementificate e nelle acque inquinate, in passato erano comunissime anche dentro la città, prima che il Tevere venisse racchiuso dai muraglioni. Oggi si trovano esclusivamente negli ambienti d'acqua dolce puliti, con correnti deboli o stagnanti, nell'urbe purtroppo ne sono rimasti assai pochi, in aree non urbanizzate.
La loro presenza effettivamente è un ottimo indicatore ecologico, poiché colonizzano solo ecosistemi in salute. Invece se ci si sposta verso le aree naturali della provincia è possibile trovarle in piccoli laghi naturali e montani, in pozze calme e canneti dei fiumi. Possono trovarsi lungo i tratti più puliti del bacino dell'Aniene nelle zone più incontaminate verso Subiaco, o nei piccoli affluenti minori e fossi della campagna romana, nascoste sotto i sassi, nel fango o vicino alle radici delle piante acquatiche. Nei stagni, nei fontanili rurali e abbeveratoi, in aree d'acqua ferma frequentate da rane e rospi, cavalli e mucche al pascolo. Una delle segnalazioni più note e documentate riguarda i "lagustelli di Percile" una splendida riserva naturale protetta nei Monti Lucreti a circa un'ora a nord-est della capitale, qui nelle acque calme e circondate dai boschi vive una popolazione stabile di sanguisughe. A Roma erano chiamate mignatte e nei rioni s'usava un termine ancor più popolare: cioè "sanguette".
l'uso delle mignatte nella medicina d'una volta
Le sanguette
venivano usate nella medicina del passato per praticare i salassi e per riequilibrare gli umori corporei. I medici le applicavano per rimuovere il sangue in eccesso e curare febbri, infiammazioni, problemi della pelle e persino disturbi mentali. L'applicazione era scientificamente definita "irudoterapia" ed era una pratica medica comunissima, veniva eseguita seguendo passaggi precisi per garantire che la mignatta s'attaccasse nel punto corretto e succhiasse la quantità di sangue desiderata.
Se la zona presentava peli, veniva rasata per facilitare l'adesione, la pelle del paziente veniva lavata accuratamente con acqua tiepida.
Per direzionarla esattamente sul punto stabilito la si inseriva in un piccolo tubo di vetro aperto alle estremità, la bocca dell'animale veniva spinta verso l'uscita a contatto con la pelle. Se si dovevano applicare più mignatte contemporaneamente su un'area estesa, le si metteva dentro un bicchiere capovolto sulla pelle del paziente finché non s'attaccavano tutte. Il morso era quasi indolore perché la saliva della sanguisuga contiene un anestetico naturale. L'animale rimaneva attaccato da
venti minuti a un ora, arrivando a succhiare fino a dieci o quindici millìlitri di sangue gonfiandosi notevolmente. Di norma s'aspettava che il verme si staccasse da solo una volta sazio, se era necessario rimuoverlo prima, il medico cospargeva l'animale con del
sale, dell'aceto o della cenere di tabacco, costringendolo a mollare la presa istantaneamente. Non veniva mai tirata via con la forza per evitare che l'apparato boccale rimanesse conficcato nella ferita, causando infezioni. Dopo il distacco, poiché la saliva della sanguisuga contiene l'irudina,
un potente anticoagulante, la ferita continuava a sanguinare per molte ore e quindi la zona veniva lavata e coperta con garze e bendaggi compressivi per fermare il flusso.
er mignattaro: raccoglitore e venditore di sanguisughe
Esisteva una vera e propria attività lavorativa di raccoglitori che entravano nelle acque del Tevere e delle paludi dell'agro per catturare le sanguette, usando sia le proprie braccia e gambe come esca, eppoi una racchetta di legno e corda sottile intrecciata con cui batteva l'acqua per farle uscire dal fango e avvicinare spaventate, gli animaletti s'attaccavano e "il pescatore" le staccava immediatamente per metterle in un recipiente colmo d'acqua per poi le venderle ai farmacisti, ai medici, ai barbieri ed anche alla gente comune. Girovagava portandosi gli animaletti vivi per le strade, in un bidoncino di latta o in un cestino di vimini con dentro le bottiglie di vetro colme che le contenevano. Erano molte le donne che svolgevano questa particolare attività, sebbene non impegnativo, era un lavoro che comportava dei pericoli, tipo grosse perdite di sangue e infezioni, le ferite potevano sangunare per ore. La raccolta era svolta prevalentemente da primavera inoltrata sino al ottobre, in quanto le mignatte col freddo erano difficilmente catturabili.
Nel diciannovesimo secolo l'uso e consumo di sanguette divenne molto popolare nella città eterna soprattutto perchè divenuto fondamentale per la pratica del salasso. La domanda superava l'offerta,
«er mestiere der mignattaro» divenne molto redditizio, aveva un mercato garantito. Nei rioni sulle rive del Tevere finì per esser talmente radicato da comparire nelle liste dei lavori tipici e tradizionali di Roma Non un nomignolo, non una curiosità tradizionale, bensì una categoria professionale con una geografia precisa, in particolar modo, come detto, lungo le zone umide e le anse del fiume dove le sanguisughe prosperavano. Quando dall'inizio del venteimo secolo vennero fatte nuove scoperte nel campo della medicina e della scienza, l'uso dei salassi crollò e di conseguenza pure il mercato delle sanguisughe.
Er mignattaro nun se riciclò, nun se reinventò.
Sparì in pochi decenni, senza eredi, senza scuole del mestiere, senza sindacati, senza nemmeno un museo che conservasse un solo attrezzo del mestiere. Una professione intera con le sue tecniche e le sue rotte, evaporata nel nulla. Non c'è una lapide, non c'è un vicolo intitolato. Non c'è niente. Un'intera categoria di lavoratori costruì la propria sopravvivenza sul fatto che la medicina sbagliava. Quando venne l'era in cui si corresse, essi loro non avevano un piano alternativo di riciclaggio nel lavoro.













