C'ERA UNA VOLTA IL "GRAN CAFFÈ FARAGLIA"A PIAZZA VENEZIA di Claudio Di Giampasquale
Forse non tutti sanno che molto tempo fa, a piazza Venezia,
di rimpetto all'antico Palazzo Venezia,
signoreggiava un'elegante caffetteria all'angolo dell'imponente edificio in stile neorinascimentale che agli albori dello scorso secolo la compagnia triestina Assicurazioni Generali, fece edificare, su iniziativa del suo direttore
Marco Besso, per avere una sede di prestigio anche nel cuore della nuova capitale del Regno. Quando il «Gran Caffè Faraglia» fu aperto, la strada che saliva verso la stazione Termini
ad angolo con piazza Venezia, vedeva affacciate quattro delle nove sontuose vetrine d'entrata; questa via in pendenza era conosciuta come parte finale (o iniziale) di
via Nazionale, e univa lo spazioso piazzale ove s'affacciava il Vittoriano fino a piazza dell'Esedra e alla
grande stazione ferroviaria della nuova capitale. Insomma si poteva ben dire che il Gran Caffè Faraglia era "nel cuore pulsante della città eterna" proprio nel fulcro della grande bellezza d'una città in piena evoluzione, divenuta crocevia internazionale.
In un'epoca in cui i caffè erano simbolo di modernità e aggregazione, come raccontano le memorie di frequentatori illustri, quest'autorevole luogo d'incontro durò solo poco meno di tre decenni. Aprì i battenti nel pieno dell'età giolittiana, li chiuse a causa della morte del suo creatore nell'undicesima stagione dell'era fascista, anno in cui salì al potere in Germania Adolf Hitler.
origini DEL gran caffè faraglia e il contesto sociale di roma
La realizzazione di uno dei più bei locali ad uso commerciale che si siano mai visti a Roma dal punto di vista estetico e architettonico, nonchè la relativa nascita del caffè, pasticceria, confetteria e gelateria che d'emblée divenne un famoso luogo d'aggregazione sociale e culturale al punto d'essere catalogato all'epoca come "caffè illuminista", fu la combinazione d'una serie di fattori storici difficilmente ripetibili per la "urbs aeterna", la quale all'inizio del Novecento, esattamente dal 1871 col trasferimento del governo nazionale, stava trasformandosi da città arretrata e mal amministrata, a moderna capitale europea.
La "nuova borghesia" o meglio i "nuovi residenti" scesi dal nord per amministrare l'Italia, portarono uno straordinario impulso.
Arrivarono tantissimi intellettuali e artisti. Roma divenne terra di conquista per facoltosi industriali, professionisti e commercianti. Nacquero i nuovi eleganti quartieri oltre le mura aureliane. Questo fresco e vivace tessuto di "nuovi romani" determinò un improvviso sviluppo consumistico. Era quello che verrà definito "ceto medio" ossia una nutrita fascia di gente più "fresca" e dinamica rispetto a quella del "ceto alto" composto dalla vecchia nobiltà, dal clero e dalle solite potenti consorterie e loggie di ricconi collusi. Ciò trasformò la rassegnazione del popolo dei rioni in speranza e volontà di cambiamento.
sulmona, vienna e gli amici americani, roma, zio nunzio
L'antichissima cittadina di Sulmona situata nel cuore dell'Abruzzo a ridosso del parco nazionale della Maiella, è nota nel mondo non solo per aver dato i natali nel quarantatre avanti Cristo al poeta Ovidio, ma anche per la secolare tradizione nella produzione dei confetti. Ebbene la nostra storia inizia in questo luogo perchè è qui che nacque nel 1860 Giovanni Battista Faraglia.
Figlio d'una pasticciera e d'un maestro confettiere, i suoi avevano un piccolo laboratorio di produzione con annessa bottega nel centro della cittadina. Il giovane imparò presto le arti dei suoi genitori. Con i fratelli iniziò a lavorare nelle attività di famiglia. I suoi comunque non persero di vista l'importanza d'istruire i propri figli. Furono molto stimolati dallo zio paterno don Nunzio Federigo un prelato della comunità monastica di zona che in passato era stato membro del "Grande Archivio di Stato di Napoli" ove divenne grande esperto di storia del Regno delle due Sicile, nonchè professore e ottimo confidente del giovane Benedetto Croce.
Quando compì vent'anni, Giovanni Battista si recò a fare esperienze lavorative a Vienna presso il "Café Demel" situato nella prestigiosa strada di Kohlmarkt. Qui in quattro anni, grazie alla sua sensibilità divenne ricettivo a nuove idee internazionali ed acquisì grande stile, eleganza e raffinatezza, ulteriori doti che arricchirono non poco il già ricco bagaglio di conoscenze delle arti pasticciere ereditato. Per tutto ciò, decise che al proprio rientro in Italia avrebbe aperto un suo caffè, ma non nella piccola Sulmona, piuttosto nella grande, popolosa e intrigante Roma. Avrebbe chiesto aiuto a suo zio che conosceva mezzo mondo.
"Anglo American Bar", il primo caffè di un grande imprenditore
Ed in effetti in seguito alla segnalazione e successiva intercessione di suo zio, all'inizio del 1887 subito dopo essersi stabilito nella città eterna, il ventisette Giovanni Battista Faraglia intenzionatissimo ad aprire il suo primo caffè, individuò e riuscì ad ottenere in locazione a costo ragionevole un ottimo locale nel centro della città. Era ben posizionato nel rione Colonna lungo la via Lata all'angolo con via dei Montecatini, con due ampi ingressi, uno per via, a mo' di corner-shop (come si dice oggi).
In pochi mesi di lavori edili per l'ammodernamento murario e per la realizzazione degli impianti di allaccio alla rete idrica e di ripristino alla rete fognaria, sempre grazie all'intercessione di suo zio, Giovanni Battista riuscì ad ottenere velocemente anche gli allacci alle reti d'elettricità e di gas, le quali già coprivamo buona parte dei rioni centrali della capitale, dopo il primo esperimento pubblico d'illuminazione elettrica svoltosi in piazza Colonna tredici anni addietro.
Fu il periodo che conobbe una bella ragazza del rione Pigna, la quale oltre che molto attraente era anche colta e sensibile. Se ne innamorò convinto che fosse per lui e i suoi progetti la persona giusta. E così fu, perchè la giovane divenne presto un forte punto di riferimento per la sua impresa. Poco dopo il colpo di fulmine si sposarono, volutamente prima dell'inaugurazione del locale. Non ebbero mai figli.
Grazie ai genitori che erano assai introdotti nel settore con la loro florida attività di confetteria, pasticceria e caffetteria nel cuore dell'Abruzzo, si fece arrivare direttamente dagli artigiani di Sulmona
i banconi in legno massiccio intarsiati,
le sedie thonet in paglia e legno curvo, i tavolini in marmo e metallo,
le vetrine per dolci, le specchiere decorate, due grandi
macchine da caffè a leva in ottone, e le
credenze per i bicchieri.
Arrivarono sul posto anche gli artigiani vetrai per installare su misura le vetrate d'ingresso con tanto di vetrine espositive laterali. Gli artigiani della luce paralumieri del Leoncino realizzaroro uno splendido e adeguato sistema d'illuminazione, allestendo all'interno e all'esterno dei sontuosi lampadari. Alcuni decoratori amici dello zio abbellirono con stile e fascino discreto nei minimi dettagli sia le volte dei soffitti che alcuni tratti delle pareti, a corollario di uno strategico gioco di specchi accuratamente incassati a parete, per aumentare di molto l'effetto ottico degli spazi. Il tutto immerso in un'atmosfera di belle époque con carta da parati e pavimenti in graniglia, richiamando l'eleganza e il fascino di quell'epoca d'oro che il centro della città stava vivendo.
Trascorsero anni di ottimi risultati economici, Giovanni Battista Faraglia e sua moglie divennero benestanti e intenzionati ad aprire un nuovo locale ancor più prestigioso. A distanza di circa tredici anni dal giorno dell'inaugurazione il nome di via Lata mutò, per intero, divenne via del Corso (Umberto I) alla memoria del secondo sovrano del Regno d'Italia da poco, nell'estate del 1890, brutalmente assassinato dall'anarchico Gaetano Bresci.
l'intuito di sacconi, il genio di basile e le capacità di faraglia
Il "Palazzo delle Assicurazioni Generali" costruito tra il 1903 e il 1906 in piazza Venezia fu progettato dall'architetto Giuseppe Sacconi come parte della riqualificazione della piazza e comportò anch'esso la demolizione di diversi palazzi preesistenti, inclusa la casa di Michelangelo. La sua costruzione mirava a dar maggiore visibilità all'Altare della Patria, definendo lo spazio scenografico di Piazza Venezia. Faraglia aveva quarant'anni quando fece amicizia col grande architetto marchigiano, "lo mise a fuoco" gradualmente col tempo e ne capì l'immenso livello sociale e politico. Giuseppe Sacconi era un assiduo frequentatore del suo "Anglo American Bar", in particolar modo per le occasioni di lavoro. Stimava molto quell'intraprendente titolare e la sua signora, erano gentilissimi, avevano gran classe nel porsi alla clientela e soprattutto ogni specialità che proponevano era d'altissimo livello qualitativo. Nel 1903 Faraglia, spontaneamente, volle far preparare dai suoi fratelli a Sulmona le bomboniere per la comunione di Antonio, il figlio di Sacconi e le fece in dono all'architetto, il quale sorpreso e grato, lo invitò con la consorte alla cerimonia e al pranzo. Quella domenica c'era il gotha della nomenclatura politica nazionale e comunale. I coniugi Faraglia si ritrovarono al tavolo con i coniugi Basile. L'architetto palermitano era all'apice della notorietà, aveva da poco terminato i lavori di costruzione del meraviglioso Teatro Massimo che presto sarebbe diventato il più prestigioso motivo di vanto del capoluogo siciliano, basti considerare che ancora oggi è il più grande edificio teatrale lirico d'Italia ed uno dei più grandi d'Europa cioè terzo per ordine di grandezza architettonica dopo l'Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna.
Ebbene, morale della favola, Giuseppe Sacconi sospinto dall'intuito e dalle straordinarie idee imprenditoriali di Giovanni Battista Faraglia nella sua materia, poche settimane dopo quell'evento decise di concedere a lui il diritto di locazione per l'apertura d'un prestigioso caffè nel centro della nuova piazza Venezia, proprio sotto il Palazzo delle Generali che era in dirittura d'arrivo nell'ultimazione architettonica. Per realizzare "la chicca" che gli venne in mente, intuì senza dubbi che il professionista migliore per la progettazione della "ciliegina sulla torta architettonica" per l'opera che aveva intuito non potesse esser altro che il suo collega amico Ernesto Basile. Sacconi non era l'unico a sostener che il grande architetto palermitano rappresentasse nei primi anni dello scorso secolo l'apogeo della cultura non solo siciliana dell'arredo modernista e del liberty. Alla fine dei giochi non si sbagliò perchè il «Gran Caffè Faraglia» sin dal giorno successivo alla sua inaugurazione divenne immediatamente un modello per i caffè di tutt'Italia. Purtroppo Sacconi non potè vedere il capolavoro che Basile e Faraglia crearono, perche dopo poco tempo per motivi di salute, fu costretto a una sempre maggiore inattività e a frequenti periodi di cura. Morì il 23 settembre 1905, dopo pochi mesi il «Gran Caffè Faraglia» aprì i battenti alla clientela.
lo spettaccolare "dialogo Art Nouveau" all'interno del gran caffè
La geniale architettura di Basile continua a ispirare studiosi e architetti contemporanei, grazie alla sua capacità di coniugare funzionalità ed estetica decorativa. Le sue opere sono ancora oggi patrimonio culturale e artistico di grande valore.
La progettazione del «Gran Caffè Faraglia» fu sviluppata in tre ambienti principali, piu uno secondario.
Basile creò un movimentato colpo d'occhio senza uguali. Solo al termine dei lavori si comprese la voluta logica degli ordinamenti degli elementi decorativi, delle forme e degli arredi selezionati per tutti gli ambienti in basso rispetto alle armonie in alto. L'insieme "terra e cielo" risultò come per incanto perfettamente proporzionale quando il Gran Caffè al centro di piazza Venezia fu inaugurato, fu un visibilo. In particolar modo lo spettacolo dettato dai "soffitti artistici" ove l'insieme delle travi principali e secondarie costituiva l'ossatura portante dello stile art noveau, con una spettacolare struttura di sostegno che la si vedeva appoggiare senza gravare, con armoniosi elementi di completamento decorativo.
E in basso nei pressi degli alzati della parete maggiore della sala caffetteria, della sala da tè con pasticceria e confetteria, nonché della parete minore attigua, s'apriva il vano d'ingresso alla grande sala ristorante, ove spiccavano espliciti riferimenti alla tradizione viennese, coniugati come per magia all'apogeo della cultura siciliana caratterizzato da forme organiche, decorazioni floreali e uso di materiali pregiati, nonchè espliciti riferimenti ai tradizionali caffé "fin de siècle viennois" perfettamente coniugati a linee sinuose del fine Ottocento palermitano. Il tutto si coniugava con motivi floreali ispirati alla natura, a figure femminili stilizzate, con l'uso di materiali pregiati come legno intarsiato, ferro battuto e vetri colorati.
Come in molte altre opere già realizzate e che in futuro realizzerà, creando lo spettacolare "palcoscenico" del Gran Caffè Faraglia Ernesto Basile stabilì un modello al quale, in ltalia, avrebbero fatto riferimento per anni e anni.

















