C'ERA UNA VOLTA A TERMINI IL RISTORANTE VALIANI di Claudio Di Giampasquale
Nacque insieme alla stazione monumentale di Roma inaugurata nel 1874 a piazza Termini sul colle Esquilino, dove solo fino a pochi anni prima c'erano campi di cereali, orti, vigne e ai palazzi in costruzione d'una neo capitale che iniziava a espandersi. L'urbanizzazione dell'area e la costruzione dei quartieri residenziali attigui formati da grandi palazzi umbertini si completò per lo più tra il 1870 e i primi anni del nuovo secolo, contestualmente alla progettazione della vicina via Nazionale, di piazza dell'Esedra, di piazza Vittorio e l'urbanizzazione di piazza dell'esquilino con l'apertura di via Giovanni Lanza e di via Cavour che dalla stazione portava sino ai Fori Imperiali, in una piazza Venezia diversa da quella di oggi: quindi nel cuore della città eterna, passando per alcuni rioni popolari (che verranno abbattuti) caratterizzati da sovraffollamento e abitazioni degradate.
Il nuovo scalo ferroviario diede grande prestigio all'ampia zona che comprendeva l'Esquilino e Castro Pretorio. Esso venne caratterizzata da una fervida vita mondana, con frequenti mostre d'artisti dell'epoca all'interno del suo "Valiani", in un'elegante atmosfera bella l'époque. Il "Gran Caffè Valiani" anche detto «Ristorante Grand’Italia» venne frequentato dalla "crème de la crème" dell'alta e media borghesia e della nobiltà. Lontano dalla suburra era dominato da una marcata euforia, ottimismo, voglia di progresso ed eleganza. Il locale era un lussuoso palcoscenico tra arredi liberty, boiserie e ricette leggendarie. Se i nostri antenati di quell'epoca «potessero vedé come l'Esquilino e Castro Pretorio se só ridotti, forse "se rivolterebbero ne la tomba"»: Tutte le vie e vicoli intorno a Temini oggi sono una casbah: degrado, sovraffollamento multietnico, insicurezza, scarso igiene e purtroppo un bestiale numero d'automobili, ferme sia nel traffico che parcheggiate ovunque anche in doppia e terza fila.
I PRIMI SCALI FERROVIARI DI ROMA
Nel raccontare la storia del "Valiani" mitico tempio della ristorazione romana, voglio anticipare alcune informazioni relative al contesto storico in cui esso nacque. Partendo da circa un decennio addietro, prima della Breccia di Porta Pia, quando il papa subdorava il grave pericolo per lo Stato Pontificio con l'avanzare delle truppe Savoia e la proclamazione del Regno d'Italia, del 1861: poco dopo la quale gran parte dei territori della Chiesa vennero sottratti al papa per passare al nuovo Stato laico.
Pio IX era furioso. Da buon stratega stava puntando in quel periodo sulle aperture riformiste e sull'ammodernamento della città eterna (baluardo del suo potere temporale, nonché fulcro dell'egemonia morale e spirituale della religione cattolica) per farla uscire dall'arretratezza economica, ridurre la disoccupazione e rispondere alle aspirazioni liberali dei facoltosi rampolli della borghesia romana, fortemente attratti dai nuovi venti politici. Correva l'epoca in cui il treno a vapore rappresentava la metafora per eccellenza della modernità e il trionfo assoluto della rivoluzione industriale. A Roma erano già sorte varie stazioni ferroviarie, prima delle quali quella di Porta Maggiore verso Frascati. Poi c'erano quelle verso Napoli, verso Civitavecchia, e quella verso Orte.
Carrozzza di Pio IX - Museo Motemartini
LA "STAZIONE CENTRALE DELLE FERROVIE ROMANE"
Il pontefice decise allora d'unificare in un'unica stazione ferroviaria tutte queste linee che giungevano e partivano dalla città eterna. Si fece un gran parlare su dove potesse sorgere la stazione centrale di Roma: se sul colle Esquilino o sul colle Oppio, se meglio ingrandire quella di Porta Maggiore oppure edificarla nei pressi di Trastevere. Dopo tanti ripensamenti, la scelta ricadde sull'enorme spianata rurale attigua alle Terme di Diocleziano (e a villa Montalto Peretti, la quale proprietà fu del cardinale Felice Peretti ossia papa Sisto V, e poi acquisita dalla famiglia Massimo) circondata dall’agger Serviano, in cima al colle Esquilino, a cavallo col Castro Pretorio. Esattamente sulla spianata del "Monte di Giustizia" dove nel medioevo venivano eseguite dal boia le condanne a morte e dove ora, ai tempi di Pio IX, si deportavano i galeotti verso i lavori forzati. Ebbene, giovedi 25 febbraio 1863 alla presenza del capo della Chiesa il pontefice Mastai-Ferretti, venne inaugurata la «Stazione Centrale delle Ferrovie Romane». Inizialmente gestiva gli arrivi e le partenze delle tre linee esistenti: la Roma-Frascati, la Roma-Civitavecchia e la Roma-Ceprano.
Un paio di scatti del 1860 al "Monte Giustizia" era una propagine in cima all'Esquilino. Un'altipiano artificiale di oltre settanta metri, formatosi nei tempi antichi come discarica per i materiali di scavo per la realizzazione delle colossali Terme di Diocleziano. Venne completamente spianato per la realizzazione della stazione ferroviaria. Nello scavo tornarono alla luce le mura Serviane, che furono sezionate dove passava il fascio di binari, poco prima della stazione.
Per i suoi spostamenti, le compagnie ferroviarie fecero dono al Papa d'un lussuoso treno privato realizzato in Francia. Questo convoglio storico era composto da tre carrozze, la prima dotata d'una balconata per impartire le benedizioni ai fedeli, una seconda carrozza adibita a sala del trono e una terza riccamente decorata che ospitava una cappella consacrata.

L'inaugurazione della "Stazione Centrale delle Ferrovie Romane" avvenne in concomitanza con l’apertura del collegamento ferroviario da Ceprano a Napoli, il quale permise d'unire l'urbe al capoluogo partenopeo. L'area d'attesa dei viaggiatori era nel fabbricato ricavato nelle cosìdette "botteghe di Farfa" che in precedenza erano una sorta di spazi popolari di compravendita. La stazione, benchè centralizzasse le precedenti linee ferroviarie della città, era poco più d'un baraccone in ferro, lamiera e legno.
LA PRIMA STAZIONE TERMINI dell'architetto bianchi
Ben presto l'infrastruttura si rivelò insufficiente e inadeguata per le esigenze di Roma. Fu così che nel 1864 cominciarono ad essere redatti vari progetti da parte degli ingegneri Hack, Gabet, Mercadetti e Cipolla. Finalmente, nel 1867, fu approvato direttamente dal pontefice quello dell'ingegnere Salvatore Bianchi, accademico di San Luca. Nel 1869 cominciarono i lavori di costruzione, che furono drammaticamente interrotti il 20 settembre 1870 con l'annessione di Roma al Regno d'Italia. Il neonato Comune di Roma fortunatamente decise per la prosecuzione del cantiere che, seppur a rilento, proseguì, seguendo lo schema standard di quell'epoca: la stazione era dotata di due fabbricati paralleli, uno per gli arrivi ed uno per le partenze, riuniti da una tettoia metallica centrale, sotto la quale trovavano posto sei binari di testa, di cui due senza marciapiede. All'esterno della tettoia era ubicato lo scalo merci, il deposito locomotive e l'officina per la manutenzione delle carrozze. Tutti questi impianti furono in seguito spostati per consentire l'ampliamento del fascio di binari e la creazione di nuovi marciapiedi per il servizio viaggiatori.

La facciata (duecento metri più avanzata rispetto alla stazione di oggi) copriva buona parte della vasta piazza Termini, ed era caratterizzata da uno stile neoclassico monumentale, con un uso rigoroso di simmetrie, proporzioni armoniche, colonne, timpani e superfici lineari. La sua declinazione "monumentale" fu pensata dall'architetto Bianchi per trasmettere stabilità e bellezza senza tempo, con una rigorosa geometria, volumi imponenti e portici prominenti. Il sontuoso prospetto d'entrata era abbellito da rosoni realizzati a mó di lucernai che attiravano lo sguardo. Due anni dopo l'inaugurazione il centro della facciata venne dotato del famigerato orologio, il quale, superate mille peripezie, riuscì finalmente a scandire il tempo esatto per gli appuntamenti, in special modo quelli amorosi: infatti «se vedemo sotto l'orologio» divenne presto un cult per i romani.
La vecchia Termini era dotata di due lunghi fabbricati paralleli gemelli, uno per le partenze (verso Castro Pretorio) e uno per gli arrivi (quello verso l'Esquilino). Questi due laterali avevano un frontale esterno molto lungo e imponente usato per ricevere o salutare ospiti illustri in pompa magna. Ciò rendeva la stazione Termini con la facciata di testa a triplo uso e una notevole facilità di salita sui treni e uscita dalla stazione. Questi due fabbricati sostenevano un enorme arco centrale in ferro, sul modello di quello alla "Gare de l'Est" di Parigi. Sotto la tettoia vi erano sei binari di testa, di cui due senza marciapiede.
Termini, offriva servizi innovativi per i romani dell'epoca, tra i quali le comodissime aree di sosta sosta dei mezzi pubblici: momentanea per quelli che trasportavano i viaggiatori in partenza, eppoi le aree di posteggio dei mezzi a disposizione dei passeggeri in arrivo. Tutti erano dislocati con criterio di fronte e al lati della stazione. Entrando vi era un'elegante biglietteria di fronte al centro del salone; inoltre sale d'attesa suddivise in prima, seconda e terza classe; deposito bagagli; e addirittura varie salette riservate a persone altolocate e membri delle istituzioni. A corollario, la stazione Temini offriva altri servizi accessori collegati alla stagione in corso, come il particolare "servizio scaldapiedi" con la fornitura d'cqua calda per i passeggeri.
il prestigioso caffè ristorante valiani
La chicca più prestigiosa in assoluto della stazione centrale di Roma stava al piano terra del "padiglione partenze" ossia l'edificio a sinistra (entrando da piazza Termini): era il mitico «Caffè Ristorante Valiani» noto anche come «Ristorante Grand’Italia», oasi dei viaggiatori in arrivo e in partenza, ed anche meta di tantisimi residenti e visitatori stanziali nella città eterma, alla ricerca di mondanità. In particolar modo dopo che Roma fu proclamata capitale del Regno d'Italia. All'inaugurazione del 1874, furono presenti i reali d'Italia, nello specifico, la cerimonia vide la partecipazione del Re Umberto I (all'epoca ancora "principe ereditario") insieme ad altri membri della realfamiglia, come Amedeo di Savoia. Sin da subito tra i frequentatori abituali del "Valiani" s'annoverò l'élite capitolina dell'epoca, politici, intellettuali, artisti e l'alta società che viaggiava in treno. Per citarne solo alcuni dei tanti: la principessa Margherita di Savoia (vi tornò spesso anche quando divenne regina), Charles Baudelaire, Gabriele D'Annunzio, Émile Zola, Giosuè Carducci, Trilussa, Matilde Serao, Oscar Wilde, Luigi Capuana, Antonio Fogazzarom eccetera. Nella prima decade dello scorso secolo la Società Sportiva Lazio organizzava qui i propri banchetti ufficiali, offrendo pranzi ai dirigenti e agli atleti delle squadre avversarie che arrivavano in treno. Ma scopriamo di più sulle origini di questo straordinario luogo che nella prima metà del Novecento tracciò un pezzettino di storia della capitale,
una famiglia di grandi tradizioni gastronomiche
Nato nel cuore di Pistoia, il toscanaccio Angiolo Valiani aveva da poco compiuto trentaquattro anni quando aprì all'interno della stazione ferroviaria dì Roma il suo terzo ristorante. Anche gli altri li aveva aperti in due stazioni di treni: quella di Grosseto e quella di Orbetello. Funzionava alla grande, ai suoi tempi le stazioni ferroviarie erano luoghi d'affaccio al mondo moderno, posti che evocavano un senso d'apertura, vastità e connessione. Angiolo l'aveva compreso sin da subito. Aveva un marcato fiuto per gli affari e grandi capacità commerciali (allora le "tecniche di marketing" non esistevano). Altrettanto abile negli affari era suo fratello Dante. Provenivano da una stirpe di ristoratori pasticceri pistoiesi. Erano figli di Giuseppe Valiani noto imprenditore toscano. I due giovani, ovviamente, seguirono le orme di famiglia ed insieme collaborarono col papà nelle floride attività commerciali in essere, acquisendo dal genitore "tutti i segreti dolciari, di ristorazione e del buon business".
Quando papà Giuseppe se ne andò per sempre, Angiolo e Dante decisero di proseguire il cammino ognuno per conto proprio. Cedettero le attività di famiglia, divisero equamente il ricavato e l'eredità ricevuta e con quelle non poche risorse iniziarono la grande avventura della vita. Dario l'affrontò in casa, a Pistoia, insieme alla sua fresca sposa Margherita, avviarono la celebre "canova". Il locale era un antico oratorio nel centro della città, i due coniugi lo trasformarono in una pasticceria d'altissimo livello, famosa per il cioccolato e i confetti, al punto da servire anche la famiglia reale. Questo storico locale, è ancora esistente, vicino alla chiesa di San Giovanni Forcivitas nel centro storico di Pistoia. Oggi rinomato in tutt'Italia per i liquori profumati, le pastafrolle, i marzapani, le creme, i pandispagna e tanto altro.
il lungimirante Angiolo Valiani
Ma tornamo ad Angiolo. A neanche venticinque anni si dimostrò visionario e leader, un giovane uomo in grado d'immaginare il futuro, e di tradurre concretamente i suoi sogni e le proprie visioni, non facili da realizzare in quella tellurica realtà di mercato di fine Ottocento. Inoltre il giovane era un "gentleman da salotto", di bell'aspetto, colto e ottimo intermediatore.
Tutta la regione della Toscana era entrata a far parte del Regno d'Italia pochi anni prima (nel 1861). Due anni addietro la sua Pistoia era del Granducato di Toscana, unito al Regno di Sardegna nell'aprile del 1859 prima della proclamazione ufficiale dello Stato Unitario avvenuta il 17 marzo 1861. L'espansione italiana era come un caterpillar, stava facendo sgretolare anche molti territori dello Stato della Chiesa, che presto sarebbe caduto a Porta Pia.
La svolta della vità di Angiolo Valiani ci fu quando conobbe al Caffè Gilli di Firenze il conte Ippolito D'Aste presidente del consiglio d'amministrazione della "Società per le Strade Ferrate Romane" fondata non molti anni addietro tramite un decreto del governo pontificio. Tuttavia, non era un'azienda di proprietà della Chiesa bensì una società concessionaria privata (finanziata da capitali internazionali) autorizzata dal pontefice Pio IX a costruire strade ferrate, stazioni e gestire i treni. Il nobile manager piemontese delle ferrovie pontificie (il conte Ippolito D'Aste) era un grande amico della famiglia d'origine svizzera proprietaria dell'antico caffè fiorentino in via dei Calzaiuoli, tra piazza della Signoria e piazza del Duomo, conosciuto all'epoca col nome di "Bottega dei Pani Dolci", elegante e raffinata confetteria, pasticceria e caffetteria, rinomata in tutta Europa. Sia i nonni che i genitori di Angiolo e Dante erano molto legati ai Gilli non solo per amicizia ma anche per motivi professionali. Le due dinastie erano composte da membri espertissimi del loro settore e in amicizia, stima e fiducia, si scambiavano da oltre un secolo non pochi segreti del mestiere artigianale dolciario. Al conte D'Aste quel giovane pistoiese piacque immediatamente, soprattutto lo entusiasmarono le sue idee commerciali futuristiche. Angiolo Valiani non si limitava ad analizzare il presente, ma nei suoi ragionamenti era alla costante ricerca di mettere a nudo i nuovi bisogni delle persone, per stravolgere i paradigmi esistenti. Voleva trasformare l'innovazione in un vantaggio competitivo dirompente. Intendeva puntare sul futuro e sull'esplosione d'un prossimo boom ferroviario in una nuova Nazione. Dal canto suo, il conte presentiva che presto, effettivamente, le previsioni del ragazzo si sarebbero avverate (e infatti la società ferroviaria che presiedeva dal 1865 subito dopo il completamento dell'Unità passò sotto il controllo del Regno d'Italia divenendo prima "Ferrovie Romane" e successivamente nel 1905 venne assorbita dalla nascente "Ferrovie dello Stato"). In quel pomeriggio fiorentino, il conte D'Aste propose all'intraprendente Valiani l'opportunità d'aprire in proiezione tre caffè bistrot: i primi due nelle stazioni ferroviarie di Orbetello e di Grosseto. E se tutto sarebbe evoluto secondo le aspettative presto gli sarebbe stata concessa la possibilità di aprire un prestigioso caffè ristorante nella prevista stazione centrale della nuova capitale italiana. In pratica, le due esperienze nelle cittadine della bassa Toscana, sarebbero state l'esame e banco di prova. Dopo non molto tempo, Angiolo salutò tutti i suoi cari a Pistoia per tuffarsi nel mare del proprio futuro. Dopo pochi mesi aprì con successo i due buffet nelle due stazioncine toscane. Volava, certo dei risultati, da ambizioso precorritore, iniziò a cercar casa nella nuova capitale. Nel 1873 in viaggio da Civitavecchi a Roma conobbe Maria, una giovane cerveterana. S'innamorò.
IL CAFFè RISTORANTE VALIANI ALLA STAZIONE TERMINI
In uno dei molteplici viaggi a Roma, Angiolo incontrò di nuovo il conte D'Aste in centro a via dei Condotti al celebre Caffè Greco. Era il mese d'ottobre del 1872, s'erano dati appuntamento lì perchè il manager ferroviario doveva presentargli il famigerato architetto Salvatore Bianchi, un cinquantenne romano di bell'aspetto, incaricato prima dal pontefice Pio IX e dal potentissimo cardinale Francesco Saverio de Mérode, e da pochi mesi dopo Porta Pia confermato dal Re d'italia, di portare a compimento quella stazione ferroviaria che avrebbe dovuto stupire il mondo. Roma era la nuova capitale del Regno e una moderna stazione ne sarebbe stato il fiore all'occhiello. Avrebbe portato il nome delle sontuose antiche terme dell'imperatore Diocleziano ad essa attigue. Naturamente, avrebbe dovuto distinguersi anche attraverso servizi ai viaggiatori d'altissimo livello, in primis una ristorazione di grande qualità. L'architetto Bianchi arrivò accompagnato da un collega, l'architetto De Angelis. In sostanza, i quattro discussero in merito alle condizioni economiche d'accesso per aprire una prestigiosa attività di ristorazione nel previsto padiglione delle partenze. Sarebbe stata l'unica della stazione. La piacevole conversazione s'incentrò soprattutto sullo stile architettonico degli arredi del locale. Mentre in merito alla tipologia e qualità della proposta culinaria, pasticciera e di caffetteria, non ci fu molta interlocuzione, i due professionisti avevano fiducia del conte D'Aste, che aveva parlato loro in modo entusiasmante di Angiolo Valiani, delle sue attività in essere nelle stazioncine della bassa Toscana, di quella del fratello a Pistoia, nonché della maestria professionale ereditata dalla famiglia. Insomma, quel pomeriggio a via dei Condotti, il giovane Valiani si rivelò per l'esigente architetto Bianchi un marchio di garanzia. Dopo pochi giorni ci fu l'espletamento di tutte le formalità burocratiche per l'affidamento dei locali. Ad ormai buon punto dell'edificazione dell'intera stazione ferroviaria, iniziarono quindi anche i lavori d'arredo del punto di ristoro. Avrebbe avuto accesso sia dal fronte piazza Termini, e sia all'interno dai binari.
Nell'arco di diciotto mesi, sotto la meticolosa supervisione dell'architetto Salvatore Bianchi e dello steso Valiani, che finanziò tutto, il risultato apparve sorprendente. Il caffè ristorante venne realizzato in stile belle-époque con un'atmosfera calda, bohémien e aristocratica. Gli elementi chiave includevano velluti, legno scuro intagliato, lampade in stile liberty e pareti ricolme di libri. Venne creato un forte impatto visivo, con lo spazio suddiviso in aree ben precise. Le sale da pranzo erano concepite come salotti borghesi, con tavoli e sedie thonet in legno massello e ferro battuto, che fondevano l'eleganza classica degli spazi dove si mangiava con le sinuose linee dello stile liberty dell'intero locale. Il bancone era il fulcro, strutturato anch'esso in legno massello e ferro battuto con un piano in marmo e modanature decorate. L'illuminazione giocava un ruolo cruciale, con una una luce soffusa e intima, sfarzosi lampadari a sospensione dal soffitto in cristallo di Boemia, ricchi di decori floreali e bracci in ferro battuto. Eppoi sparse ovunque nelle sale, con discrezione, lampade, paralumi in vetro colorato e applique. Naturalmente "il gioco di luci" richiedeva una sapiente regia, a seconda delle circostanze nelle diverse ore della giornata. I soffitti erano dominati da stucchi dorati, travi in legno scuro e affreschi allegorici che fungevano da quinta scenica per i dibattiti intellettuali degli avventori. I pavimenti erano in parquet a spina di pesce e gres con motivi geometrici retrò che s'adattavano perfettamente al mood del periodo. I salottini laterali, appartati, avevano comode poltrone e divanetti in pelle e velluto e tavolinetti bassi con gambe decorate e tappeti persiani per delimitare l'area relax. Per tutto ciò, il Caffè Ristoriante Valiani, divenne un motivo di vanto della città e sin da subito dopo l'inaugurazione nel settembre del 1874, fino alla sua triste chiusura nel 1938 dovuta alla demolizione dell'intera vecchia stazione Termini, venne definito come «Ristorante Grand’Italia».
Per quanto riguarda lo stile culinario, esso era molto gradito, perchè vario, selzionato da chef d'altissimo livello. I piatti del Valiani erano fortemente influenzati dalla cucina romana ed anche da quella toscana, tuttavia non disdegnava preparazioni elaborate ricche di contaminazioni francesi e inglesi. Angiolo condusse l'attività sino alla sua morte nel 1930, le redini del prestigioso ristorante passarono ai suoi figli e a uno dei suoi nipoti, fino alla definitiva chiusura. Ecco una "carta menu" del 8 settembre 1923, con una simpatica caricatura disegnata da Piero Scarpa che ritrae "er sor Angiolo" ormai ottantareenne indossare un ascot riportante l'emblema della ditta: il carciofo. Vediamo perchè quest'ortaggio era così emblematico e importante per i Valiani.
L'ATTRAZIONE PER I CARCIOFINI SOTT'OLIO
Una delle passioni più grandi di Angiolo Valiani e di sua moglie Maria era la coltivazione di prodotti da orto, un'attività che univa il loro benessere fisico a quello mentale e li aiutava a ridurre lo stress dovuto alle molteplici attività lavorative d'ogni giorno. Adoravano stare in campagna, quando potevano si rifugiavano nella loro residenza di Orbetello. Produrre ortaggi in pieno relax trasformò il tempo libero loro e dei bimbi in una gratificante connessione con la natura. Avevano acquistato dei grandi appezzamenti in uno splendido lembo della bassa Maremma toscana e si recavano lì quando il tempo glielo permetteva per controllare le loro attività di ristorzione nelle stazioni di Orbetello e Grosseto. Nella campagna acquistata si dilettavano, in relax, alla coltivazione d'ortaggi. Da buona cerveterana Maria prediligeva piantare i carciofi, la sua cittadina era celebre per la coltivazione del pregiato "carciofo romanesco" noto localmente come "cimarolo" o "mammola", caratterizzato dalla forma tondeggiante e dall'assenza di pelo. Trasmise questa sua passione al marito e presto i terreni dei Valiani di Orbetello divennero delle immense e prolifiche carciofaie. Maria dalla sua famiglia aveva ereditato ogni minuzioso segreto per un'ottima coltivazione di questo ortaggio. La raccolta avveniva tra la fine dell'inverno e la primavera e gli ortolani orbetellani da loro ingaggiati raccoglievano i "capolini" pronti quando le foglie erano ancora ben chiuse, prima che s'aprissero sviluppando spine dure. I "carciofi alla romana" e quelli "alla giudía" divennero uno dei piatti di punta dei ristoranti Valiani.
Dopo non molto tempo, la geniale intraprendenza di Angiolo, supportato dalle competenze di sua moglie, portò la coppia alla commercializzazione dei "carciofini Valiani sott'olio in barattolo di vetro". Maria stessa, in prima persona, si curò della messa a punto del progetto, insieme alle collaboratrici pulivano i carciofi lasciandone solo il cuore, li sbollentavano in acqua e aceto, li facevano asciugare molto bene per evitare muffe, li condivano abbondantemente con aromi e li coprivano con olio extra vergine d'oliva nei vasetti di vetro accuratamente sterilizzati per garantire la sicurezza alimentare. Infine applicavano a ogni vasetto l'etichetta riportante il marchio Valiani. Fu un successo enorme, oltre ad essere richiestissimi dai clienti dei ristoranti, vennero anche acquistati e rivenduti dai migliori negozi d'alimentari della capitale, dal prestigioso caffè di suo fratello a Pistoia e da diverse altre piccole botteghe specializzate in Italia.
Si racconta che «i carciofini sott'olio Valiani divennero una vera e propria passione per Angiolo al punto di far diventare il carciofo lo stemma del marchio di tutte le sue aziende, compresi i ristoranti. E che sul suo panciotto aveva l’emblema dell'ortaggio e addirittura dei carciofini d’oro come polsini e fermacravatta». A nome della “premiata ditta” vennero coniati anche due rarissimi gettoni in ottone con valore di cinque lire. Ecco qui di seguito le versioni di queste due preziose monete.
Le residenze dei Valiani a Roma
Dopo un lungo periodo d'abitazione in centro nel rione Monti, I Valiani si stabilirono nel neonato quartiere residenziale dei Parioli, in via Giuseppe Mangili. Successivamente, Angiolo e Maria acquistarono dalla nobile famiglia Caballini il vecchio Casale Ciocca in via Romanello da Forlì nella zona del Pigneto, che all'epoca era completamente rurale, assieme a ottomila metri quadri di terreno. E subito poi comprarono un lotto sulla Casilina, di fianco alla chiesa di Sant'Elena, dove istallano la loro piccola fabbrica di carciofini sott'olio che fu dismessa dagli eredi dopo la morte di ambedue i coniugi creatori dell'azienda.




























