C'ERA UNA VOLTA IL RISTORANTE VALIANI A TERMINI di Claudio Di Giampasquale
Giovedi 25 febbraio 1864 alla presenza del pontefice Mastai-Ferretti venne inaugurata la «Stazione Centrale delle Ferrovie Romane». Il papa subdorava il grave pericolo per lo Stato Pontificio con l'avanzare delle truppe sabaude e la proclamazione del Regno d'Italia di tre anni addietro in conseguenza della quale gran parte dei territori della Chiesa già erano stati annessi.
Pio IX da buon stratega stava puntando sulle aperture riformiste e sull'ammodernamento della città eterna (baluardo del suo potere temporale, nonché fulcro dell'egemonia morale e spirituale della religione cattolica) per farla uscire dall'arretratezza economica, ridurre la disoccupazione e rispondere alle aspirazioni liberali dei facoltosi rampolli della nobiltà e borghesia romana fortemente attratti dai nuovi venti politici. Correva l'epoca in cui il treno rappresentava la metafora per eccellenza della modernità e il trionfo assoluto della rivoluzione industriale, erano già sorte varie stazioni ferroviarie, prima delle quali quella di Porta Maggiore verso Frascati. Poi c'erano quelle verso Napoli, verso Civitavecchia, e quella verso Orte. Il pontefice decise allora d'unificare in un'unica stazione ferroviaria tutte queste linee che giungevano e partivano dalla città eterna.
Si fece un gran parlare su dove potesse sorgere la stazione di Roma: se sul colle Esquilino o sul colle Oppio, se meglio a Porta Maggiore oppure nei pressi di Trastevere e, dopo tanti ripensamenti, ecco la scelta ricadere sulla piazza a Termini, alle soglie delle Terme di Diocleziano, circondata dall’Aggere Serviano, in cima al Monte di Giustizia dove, ai tempi del Medioevo, venivano eseguite le condanne a morte e dove ora, ai tempi di Pio IX, trovavano posto i galeotti ridotti ai lavori forzati, come descritto da uno dei sonetti del Belli:




