ER PURCINO DÉ LA MINERVA di Claudio Di Giampasquale
I romani chiamano così questa magniloquente opera d'arte a causa d'una storpiatura dialettale che ebbe origine dalla forma tozza della scultura. Ebbene, in origine questo elefantino marmoreo doveva essere più snello. Però i domenicani del convento adiacente criticarono il progetto, sostenendo che le zampe non avrebbero retto il peso dell'obelisco. Gian Lorenzo Bernini per rispondere alle critiche, fu costretto ad aggiungere un massiccio riempimento in pietra sotto la pancia dell'animale, coprendolo con una gualdrappa (una sella). Questo rese l'animale tozzo, tanto che il popolo di Roma iniziò a chiamarlo sarcasticamente "er porcino" non riferendosi al fungo, bensì a un porco piccolo e tozzo, vista la forma rotondeggiante. Col passar del tempo, questo termine romanesco, appunto inteso come maialino, si trasformò per assonanza e contrazione in "purcino".
Il nome di "piazza della Minerva" in cui s'affaccia la "Basilica di Santa Maria Sopra Minerva", deriva dal culto di "Minerva Calcidica" cui, nell'antichità, Gneo Pompeo Magno fece erigere un tempio proprio qui. Secoli dopo fu rimossa e trasportata in Vaticano dove si trova ancora oggi. Il caso volle che l'obelisco in granito rosa, che è uno dei tredici obelischi egiziani antichi di Roma, nonché il più piccolo, che si trovava sepolto nell'area dell'antico "Iseo Campense", fosse stato dedicato alla dea Neith, equivalente egizio proprio della dea greco-romana Minerva. Scopriamo di più a proposito dello splendido elefantino di marmo.
Fu eretto nella piazza nel 1667 su disegno, appunto, del Bernini su commissione
di papa Alessandro VII.
L'artista eseguì nella sua bottega ben dieci diversi progetti tre dei quali, da lui firmati, sono conservati nella
Biblioteca Apostolica Vaticana.
L'obelisco di granito rosa con geroglifici sui quattro lati, alto circa cinque metri e mezzo, venne eretto nel sesto secolo avanti Cristo a
Zau
(Sais) sede del culto di Neith, vicino Rosetta sul delta del Nilo dal faraone Aprie, insieme a un monolito gemello che attualmente si trova a Urbino. Fu rinvenuto integro verso la fine del 1665, nel giardino del convento dei domenicani,
nell'area dell'antico Tempio di Iside alle pendici del Colle Oppio, il cui culto era stato importato dall'Egitto e aveva molti seguaci anche tra i romani.

Nell'opera realizzata, sul dorso del pachiderma è fissata una sella, dove è appunto posizionato l'antichissimo obelisco pieno di geroglifici. Dalla sella ci sono cinture con questa iscrizione in latino: «Cerebrum est in capite» che significa «La saggezza è nella testa» sulla fronte una piccola lastra rettangolare con le parole «Fatica e Industria» scritte sia in latino che in arabo. Sotto la pancia dell'animale, proprio in corrispondenza dell'obelisco, c'è un cubo di pietra perché, come l'autore dice, «nessun peso a piombo deve avere sotto di sè il vuoto, altrimenti non sarebbe solido né durevole».
L'Elefante che poggia su un cubo, simbolo della stabilità e opposto alla croce sulla cima dell'obelisco, vuole indicare una mente solida, bilanciata e prudente, dove la Divina Conoscenza, rappresentata dall'obelisco con i geroglifici, può trovare posto. Quello al quale il grande architetto barocco s'ispirò si ritiene con estrema probabilità, fosse attinto da una delle 169 illustrazioni xilografiche de «l'Hypnerotomachia Poliphili» (romanzo allegorico, stampato a Venezia da Aldo Manuzio all'inizio del cinquecento) quella con l'elefante Annone su una base, con in groppa un obelisco sormontato dalla palla. L'illustrazione si ispirò a una novella del frate domenicano Francesco Colonna contenuta nell'opera del Manunzio il cui difficilmente pronunciabile titolo significa più o meno «La Battaglia dell'Amore nel Sogno di Polifilo» .
In questa novella, il protagonista, Polifilo, incontra all'inizio del suo viaggio, una gigantesca statua di un Elefante fatto di una pietra molto dura e scintillante.
E' la storia del mitico elefante Annone un particolare animale che si aggirava nei Giardini Vaticani. La vicenda si svolse all'inizio del cinquecento. Qualche tempo prima il re del Portogallo, Manuel I, aveva ricevuto in dono dal Pakistan un rinoceronte ed un piccolo elefante bianco.
Il Re trovandosi nella assoluta necessità di un appoggio economico da parte di Papa Leone X , pensò di ingraziarsi il Pontefice e tutta la corte romana, inviando una ambasceria a Roma che avrebbe consegnato, oltre ai tradizionali doni, anche una cinquantina di animali esotici, con in testa il rinoceronte e l’elefante.
La bizzarra ambasceria era una fantasmagoria di colori, di musiche, di splendori d’alabarde e d’armature, di vesti di seta e di piume, e poi gli animali, tra cui una pantera nera ed un cavallo persiano, pappagalli ed uccelli mai visti prima, il rinoceronte e, naturalmente, «l’illustre pachiderma ammaestrato che incedeva sicuro, mirabilmente istruito e conscio della propria autorità».
Questo elefante fu battezzato Annone, eppure, essendo di origine indiana, gli sarebbe spettato un nome orientale; ma per gli europei dell’epoca gli elefanti erano indissolubilmente legati alla lontana spedizione di Annibale, e così gli imposero un nome cartaginese.
Annone aveva quattro anni, era bianco e di dimensioni modeste, al punto che quando raggiunse la sua massima altezza non superò di molto quella di un uomo; in compenso era assai grasso. Allo scudiero reale Nicolò de Farìa fu assegnato il delicatissimo compito di «istruire» Annone affinché facesse una bellissima figura dinanzi al Papa.
Il pachiderma, dopo alcuni mesi imparò ad obbedire ai comandi del suo istruttore, dapprima alla voce, infine addirittura comprendendo al volo i cenni quasi impercettibili di Nicolò.
Venne il giorno della partenza. La spedizione attraversò le terre del regno per otto giorni, suscitando curiosità e meraviglia tra la popolazione. Così scriveva Nicolò al Re in una delle periodiche missive che gli era stato ingiunto di inviare regolarmente a corte: «Nei tre giorni in cui restammo ad Alicante avemmo sempre intorno a noi tanta gente che era una meraviglia vedere, e circondati da persone e da navi ci trovammo in tanta confusione che più non si sapeva che fare. Partimmo finalmente ed arrivammo ad Ivìza, dove ci fermammo alcuni giorni, circondati sempre dalla ressa e poi, giunti che fummo a Majorca, nei dieci o dodici giorni di sosta che vi facemmo, tanta fu la folla che ci assediò che mai non avevamo intorno meno di cento battelli dove il ponte ed il cassero erano stati dati in affitto e da quelli vennero a vederci i nobili e i maggiorenti di Majorca con le loro mogli, tanto che in città non restò più nessuno».
La curiosità per il mitico animale che da oltre mille anni non metteva piede in Europa era stata prevista, ma nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che avvenne in Italia quando, dopo una parte di viaggio in mare ed uno sbarco reso difficoltoso dal mare grosso, Annone poté finalmente posare le sue pesanti zampe sul suolo italiano. Sembra anche che una delle navi, che trasportava il rinoceronte, affondò e l’animale morì, mentre l’elefante giunse sano e salvo, sbarcando ad Orbetello.
Iniziò quella parte del viaggio in terra italiana, direzione Roma, che fece registrare scene di entusiasmo ed incredibili episodi di delirio collettivo. Mentre i componenti della spedizione, sempre con Annone in testa, percorrevano una strada consolare, ai bordi della stessa si accalcava una folla straripante ed agitata, smaniosa di vedere il già famoso elefante indiano! La storia registra danni ingenti a coltivazioni, vigne, frutteti e persino devastazioni di ville e case, dove scale e balconi furono prese d’assalto per raggiungere ottimi punti di osservazione. L’ornamento di Annone era splendente e sfarzoso:
«Una gualdrappa di seta azzurra, punteggiata di smeraldi e rubini gli copriva la groppa, sulla quale era collocato un cofano di sandalo dorato, con intarsi di madreperla, tempestato di gemme. Racchiudeva i doni più preziosi per il Sommo Pontefice: un piviale di broccato, il cui peso era raddoppiato da quello delle gemme, e calici, turiboli, anelli ed arredi d’oro».
Finalmente il corteo arrivò a Roma. Nella grande sala per le udienze Leone X sedeva sul trono; intorno a lui sedevano i Cardinali, gli Arcivescovi, i Vescovi, i Principi romani, gli ambasciatori, i dignitari di corte e gli artisti, tra i quali il Buonarroti, Raffaello Sanzio e Giulio Romano. Nicolò de Farìa avanzò nella sala, preceduto da quattro alabardieri, si fermò, fece un inchino e si fermò: “dietro di lui gli occhi dei presenti scorsero una strana mole avanzante. Sotto la grande bardatura azzurra tutti riconobbero il bianco elefante delle Indie, con quel suo curioso capo d’animale fiabesco, le grandi orecchie a ventola, la zanne appena sporgenti, i piccoli occhi vivaci e la proboscide pendente ed oscillante come un turibolo. Le zampe dell’animale si muovevano lente e sembravano piccole colonne di marmo.
Annone si fermò chinando la testa in un atto che parve di reverente umiltà e del quale restarono tutti ammirati; ma nessuno s’aspettava il prodigio che subito incominciò. Stupiti, gli spettatori videro tosto le zampe anteriori della bestia flettersi adagio e l’intera sua mole, con il cofano prezioso che le torreggiava sul dorso, reclinarsi in avanti.
Annone, l’elefante indiano, s’inginocchiava davanti a Sua Santità! Ed era un portentoso simbolico omaggio dell’India selvaggia e remota al Vicario di Cristo. Nel genuflettersi, Annone levò la proboscide come un braccio teso in un gesto d’invocazione e da quella sua strana bocca dalle labbra frastagliate uscì per tre volte un barrito, non peraltro violento come quelli della giungla, ma sommesso e modulato, con un accento quasi umano.
Il Papa, che si era levato in piedi, batté le mani. L’applauso, che il rispetto aveva fino a quel momento contenuto, scrosciò allora caloroso ed unanime. L’animale volse ancora la testa a destra e a sinistra, parve abbozzare due piccoli inchini, poi tuffò la proboscide in un bacile colmo d’acqua e la spruzzò tutt'attorno come gioioso saluto a Leone X e i cardinali, ma non bagnò loro, che erano in una posizione più alta rispetto a lui, bensì servi e famigli, guardie svizzere e arcieri! Insomma Annone aveva fatto uno scherzo simpatico ed innocuo.
Tutta la gente era così ammirata quando Annone lasciò la sala. L’ambasceria, grazie soprattutto al suo strano capo aveva ottenuto un completo successo. Tutte le richieste di Re Manuel furono accolte. Gli ambasciatori di Portogallo, i dignitari e i loro accompagnatori ricevettero onori e doni. Il Papa fu talmente contento del dono «vivente» da decretare libero e gratuito accesso nei teatri per tutto il periodo ai Portoghesi per tutto il tempo che fossero rimasti a Roma.
Di questo privilegio ebbero ad approfittare anche numerosi romani che si fecero passar per «portoghesi». E non solo a teatro. Celeberrima la frase: «oste io nun te pago gnente che so’ portoghese, nun se sente?». Così, nella città eterna il popolo chiamò «portoghesi» coloro che entrano “gratis” dove si dovrebbe pagare.
Il pontefice ordinò la costruzione di una sontuosa stalla dentro il Vaticano in modo da permettere ai romani di far visita ad Annone tutte le domeniche. Per due anni le visite a questo simpatico pachiderma si susseguirono incessantemente, poi, come in tutte le cose, l’interesse venne meno e il numero dei visitatori scemò sensibilmente.
Tre anni dopo Annone cominciò ad avere una tosse fastidiosa. Forse il clima umido, o più probabilmente una crisi di nostalgia della sua terra d’origine fecero ammalare l’elefante che in breve morì. I dottori romani diagnosticarono un’angina; ma c’è chi parla di una folle cura, costituita da un forte lassativo rinforzato con mezzo chilo di oro in polvere suggerita dai veterinari.
Leone X aveva pregato Raffaello Sanzio di ritrarre l’elefantino. Il grande pittore non andò di persona, ma mandò Giulio Romano il quale, a matita rossa, ne disegnò quattro magnifici schizzi, ora conservati ad Oxford.

la burla del bernini ai domenicani
Tornando all'obelisco del piccolo elefantino al centro di piazza della Minerva, l'opera venne eseguita circa un secolo e mezzo dopo gli avvenimenti qui sopra narrati. Anche in questo caso c’è una storia leggenda:
Quando i Domenicani presentarono un progetto che prevedeva di poggiare l'obelisco su una base costituita da sei piccole montagnette simbolo della casata dei Chigi, con un cane in ciascun angolo, al papa questo progetto non piacque e si rivolse al genio del grande scultore per ottenere una soluzione diversa e più significativa. Il Bernini, memore dell’elefantino Annone, decise quindi d'inserire l'obelisco sopra un elefantino creandovi a corredo una serie di paramenti accessori misteriosi e significativi. Il papa approvò il progetto ma i domenicani, come detto, ebbero a protestare sostenendo che Bernini non aveva inserito un cubo sotto la pancia del pachiderma e temevano che, senza di esso, l'obelisco sarebbe potuto cadere sulla statua.
Bernini replicò sostenendo che sedici anni prima aveva già realizzato la fontana di Piazza Navona con un obelisco sistemato su una roccia vuota. Ma i Domenicani s'impuntarono e pretesero il «cubo» ed il Bernini dovette arrendersi, ma a modo suo.
Lo scultore, che non aveva certo un carattere accomodante, mise in atto uno scherzetto niente male nei confronti dei «simpatici» Domenicani. Nella realizzazione finale, infatti, pose l'elefantino sopra la base cubica parallelamente all’entrata della loro Chiesa, ma con la testa voltata verso l’esterno ossia dalla parte opposta della porta principale, mentre la coda era girata verso sinistra accentuando una posa un po’ irriverente. In pratica il geniale architetto aveva sistemato l’elefantino al contrario rispetto all’entrata del sacro luogo di culto cristiano. Al Papa piacque lo stesso e fu lo stesso Alessandro VII a dettare le iscrizioni ai lati del piedistallo. Una di esse spiega la ragione dell'Elefante:
«Oh tu che vedi qui, portato da un Elefante il più forte degli animali i geroglifici del saggio Egitto, capisci l'avvertimento, c'è bisogno di una mente forte per sostenere la solida Conoscenza».






