"ER BARBIERE": UNA DURA CRITICA DI BELLI di Claudio Di Giampasquale

Aveva poco più di quarant'anni «quanno er poeta dé Sant'Eustachio scrisse stó sonetto», correva l'anno del Signore 1832. Giuseppe Gioacchino Belli non scriveva per un pubblico specifico o per scopi editoriali immediati, componeva le proprie opere per sé stesso e per una ristretta cerchia di intellettuali, i destinatari erano gli amici colti, letterati e oppositori politici. Lasciava circolare i testi solo in forma manoscritta. Da più di quindici anni poteva permetterselo: dopo lunghe ristrettezze finanziarie, era arrivata la svolta grazie al matrimonio con la sua "Mariuccia" una ricchissima nobildonna (vedova del conte Giulio Pichi) assai più grande di lui, che gli aveva portato una notevole dote, permettendogli di vivere agiatamente e di dedicarsi alla propria produzione letteraria. L'anno in cui scrisse «Er barbiere» fu per lui un periodo decisamente prolifico e cruciale, dalla sua penna nacquerò solo nel 1832 oltre duecento sonetti, quasi tutti caratterizzati da specifiche dinamiche. In primis "il popolo come materia prima", egli «nun scriveva pé er popolo, ma sur popolo e der popolo», il suo obiettivo era ritrarre la quotidianità, i vizi, le credenze e la lingua popolare romana, ergendo i popolani a protagonisti assoluti della sua "commedia umana". I componimenti dedicati ai mestieri popolari non sono descrizioni idilliache del lavoro, ma una spietata radiografia sociale. Belli utilizzò varie tipologie professinali della plebe per denunciare lo sfruttamento, l'ipocrisia del potere e la dura lotta quotidiana per la sopravvivenza. Utilizzò il lavoro come specchio dell'immoralità della Roma papalina. Belli non risparmiò nessuno, ognuno ebbe il suo ruolo stabilito nella società, dal boia al re fino allo spazzino. Ecco ad esempio il satirico sonetto dé «Er barbiere».
Questa breve opera opera è un "sonetto di tipo caudato" composto da due terzine e una coda. Si tratta d'un coraggioso e satirico attacco contro la classe medica durante l'oscurantismo dello Stato Pontificio dell'epoca, paragonando i dottori a barbieri e macellai incapaci, che invece di curare, portavano alla rovina i pazienti. Il componimento s'articola in una requisitoria aspra ed è strutturato con grande efficacia espressiva. Nella prima parte c'è una critica all'arte medica, "er poeta" si rivolge ironicamente a un barbiere, accusandolo di maltrattare i clienti, ad esempio biasimando che "il buon barbiere" deve saper accorciare la barba senza ferire, invece "il cattivo barbiere" provoca tagli e abrasioni. La seconda parte del sonetto con le terzine svela il vero bersaglio del Belli, ossia i medici, paragonando il barbiere a un «norcino» ossia ad uno di quegli artigiani-macellai originari di Norcia che in autunno scendevano a Roma per lavorare le carni suine. Eppoi nella coda paragonandolo pure a uno «sciattino» ossia a un macellaio ebreo del ghetto incaricato della macellazione rituale (Shechità), queste figure erano fondamentali per garantire che la carne lavorata fosse strettamente "Kosher" cioè pura e conforme alle leggi alimentari ebraiche. «Er poeta» li accusa di rovinare la salute dei pazienti pontifici invece di guarirli. Il sonetto si chiude con una forte invettiva: «Vá a la salita de Crescenzi e in ghetto».: la salita dé Crescenzi era all'epoca un luogo tristemente noto per l'incuria, le esecuzioni e la presenza di ciarlatani. Mentre il ghetto a quei tempi era percepito come «ná città deicida, blasfema e sbajata ne la città» eppoi era un'area malsana e sovraffollata soggetta alle continue esondazioni del Tevere. I romani e le autorità pontificie consideravano gli ebrei una comunità aliena e sottomessa a restrizioni umilianti, sebbene vi fossero intensi scambi quotidiani di lavoro e commercio. In sostanza il sonetto «Er barbiere» offre un quadro impietoso del degrado e dell'ignoranza che affliggevano la plebe nella Roma del diciannovesimo secolo, denunciando l'incapacità dell'amministrazione e della scienza medica nello Stato della Chiesa dell'epoca.

er barbiere
Sor barbieretto mio da tre ssciuscelle
Mó adesso v'ho da dí ttre ccose vere:
Fá la bbarba e nnun fá scorticarelle
Cuest'è ll'arte dé guasi 'ggni bbarbiere.
Se da cquarche bbarbiere e pperucchiere
Che ffa scorticarelle e ppelarelle,
Ma nun zete che vvoi c'abbi er mestiere
De lassá er pelo e pportá vvia la pelle.
Sor barbiere dér tinche e dé la zzuggna,
Duncue perché pe ffamme fà ggonfietto
V'ingeggnate cor fico e cco la bbruggna?
Ah nnorcino, ah ssciattino mmaledetto,
Pé ttrovà chi sse castra e cchi sse sgruggna
Vá a la Salita dé Cresscenzi e in Ghetto.




