ER BIJETTO DA CENTO LIRE di Claudio Di Giampasquale

Trilussa scrisse questa poesia intorno al compimento del suo settantunesimo anno, era il 1942. Ormai avanti con l'età, provato dalla vita, stanco di veder tante ingiustizie, er poeta, come molti della sua  generazione, in quel difficile anno era testimone di una seconda grande guerra, più cruenta della prima. L'economia di Roma e dell'intera nazione era profondamente segnata dal conflitto. Una marea di commercianti romani avevano chiuso le attività e s'evidenziava una forte contrazione del commercio al dettaglio, con restrizioni e razionamenti. Tuttavia ancora ci si barcamenava. Cento lire avevano un potere d'acquisto significativo e con esse si potevano fare spese sostanziali. Non esiste un convertitore diretto e semplice per stabilire il valore esatto della lira nel 1942 rispetto ai tempi moderni, poiché il paniere dei beni di consumo di oggi è radicalmente diverso. 

Tuttavia, per rendere idea di quanto valessero cento lire, prima della drammatica «iperinflazione del 1943», basti considerare che nel 1942 anno in cui la nostra valuta stava già iniziando a precipitare, tale importo era sufficiente per acquistare circa duecentocinquanta chili di pane. Oppure circa ottanta chili di carne di manzo o vitello. E il prezzo del vino era di circa venticinque lire al litro. La situazione lavorativa era pesantemente influenzata dalle esigenze del conflitto, con molti uomini arruolati e con un grande aumento del coinvolgimento femminile in gran parte dei settori lavorativi.

Non molto tempo dopo che Trilussa scrisse questo capolavoro, l'economia italiana collassò. Il valore delle nostre "lirette" divenne praticamente "carta straccia". Di conseguenza l'organo militare deputato all'amministrazione dei territori occupati "Allied Military Government of Occupied Territories" (AMGOT) immise in circolazione le «Am-lire» così chiamate in quanto contrazione di "Allied Military Lira" (Lira Militare Alleata). E purtroppo solo chi lavorava e veniva pagato con le nuove monete riusciva far la spesa. Nessun negoziante ritirò più le vecchie lire. L'inflazione fu disastrosa. Scoppiò la fame. Ci volevano ben cento "am-lire" per un dollaro degli Stati Uniti. Ebbene, per comprender meglio a che livello sprofondò la nostra economia, all'osteria per un litro di vino ci volevano, da una a due "am-lire", poi da cinque a dieci. Fu una catastrofe. A Roma e in tutt'Italia esplose la povertà assoluta.

un capolavoro intenso e sintetico

Trilussa è celebre per le sue opere metaforiche, che coinvolgono animali e oggetti, per narrare la società della sua epoca. Nonché per trasmettere, attraverso la tradizionale ironia romanesca, significati profondi. Sostituendo il concetto letterale con quello evocativo. Questo componimento racconta il viaggio e le peripezie d'una banconota da cento lire, riflettendo sul valore del denaro e la sua circolazione nella società dell'epoca, umanizzando questa specifica cartamoneta. Descrivendo le diverse mani in cui essa passa. Ricchi e poveri. Eccola:


Un Bijetto da Cento diceva:

«È più dÉ n'mese che giro stó paese,
sempre n'funzione, sempre n'movimento.
Comincianno da n'vecchio

che ná notte me diede a ná coccotte.
só capitato n'mano a n'farmacista,
a n'avvocato, a n'giudice, a n'fornaro,
a n'prete e a n'socialista.
Capisco ch'é ná gran soddisfazione
d'anná n'saccoccia a tutti:

ommini e donne,
onesti e farabbutti;

ma d'artronne trovo curioso

che l'istesso fojo,
che j'há servito a fá ná bona azzione,
poi serva a fá n'imbrojo.
Mó, da quattr'ora, stó ner portafojo
dÉ ná signora onesta.
ma indove finirò doppo dÉ questa?
Chi lo sa?

...chi lo sa?

Chi me possiede
me conserva,

me stima,
me tiè da conto assai.

ma nun me chiede quer che facevo

có chi stavo prima.
E questo è naturale, capirai
...
quanno se tratta de pijà quatrini
la provenienza nun se guarda mai»
.


Qui di seguito, la bellissima versione di questa poesia, interpretata tra voce e musica, dall'attore e doppiatore romano Luca Ward