LEONE E CONIGLIO PER CRITICARE I VIZI DEL POTERE di Claudio Di Giampasquale
Aveva da poco superato quarant'anni quando Carlo Alberto Salustri pubblicò queste due poesie,
«Er conijo coraggioso»
che incluse nella raccolta "Giobbe e le bestie" nel 1914. Eppoi
«Er lone e er conijo» sul quotidiano "Il Messaggero" e successivamente quattro anni dopo nella raccolta "Lupi e Agnelli".
Fanno
parte della produzione legata al periodo della prima guerra mondiale. Due componimenti satirici che come buona parte dei sui lavori s'ispirarono alla politica e alla società dell'epoca, mettendo in evidenza con ironia le caratteristiche, le virtù, ma, ancor di più, i vizi dei potenti coinvolti nel conflitto in corso. Tuttavia anche se scritte agli albori del Novecento, come gran parte dei capolavori der poeta,
rimangono componimenti di "morale sempreverde".
La morale trilussiana non offriva quasi mai un lieto fine consolatorio, ma piuttosto riflessioni amare sulla realtà delle cose. Usava la favola «non per insegnare una virtù, ma per smascherare un vizio».
Il leone, rappresenta il potere che vuole dimostrarsi "buonista" dando la parola e la libertà di criticarlo a uno dei suoi sudditi più deboli, il coniglio, una creatura notoriamente fifona. Ma c’è da fidarsi? Il leporide non ci casca e come vedremo decide di prendere le sue precauzioni. Rappresenta con furbizia, nella sua debolezza, l'unico suddito abbastanza saggio da capire che è meglio non fidarsi e stare in guardia, nonostante i complimenti di tutti. Le morali principali di questi due apologhi sono che l'intelligenza e l'astuzia possono vincere sulla forza. Il coniglio, pur essendo debole, usa l'ingegno dimostrando che la saggezza è più potente della violenza.
Er poeta satirizza l'ipocrisia politica e il pacifismo ingenuo. Vi è poi la "critica all'adulazione",
il leone è circondato da animali che lo lodano per pura convenienza, evidenziando come il potere cerchi approvazione piuttosto che verità. Desume la "doppiezza" della democrazia, quando il leone chiede un difetto il coniglio fa un passo avanti ma la sua critica rimane cauta e lontana, suggerendo che la vera libertà d'espressione è limitata dalla paura. Evince inoltre "la prudenza del debole"che agisce con cautela conscio che affrontare direttamente "un certo tipo di potere" è pericoloso, specialmente quello di chi non è veramente disposto ad accettare critiche. Trilussa non aveva peli, né sulla lingua e né sul pennino, così anche in queste opere, affondò in maniera molto garbata ma radicale "il bisturi della satira" dentro ciò che non andava nella democrazia prefascista della sua epoca. Come con molta cautela farà non troppi anni dopo durante il "ventennio" mantenendo un atteggiamento ambiguo verso il fascismo, definendosi spesso "non fascista" piuttosto che antifascista attivo. Carlo Alberto Salustri evitò sì la tessera del PNF, tuttavia mantenendo rapporti cordiali con i gerarchi. Di conseguenza con la caduta del fascismo subì pesanti critiche per una presunta vicinanza al regime. Ma ormai il suo tempo stava per terminare, nel poco tempo di vita che gli rimase, anche immediatamente dopo la guerra continuò con la sua garbata satira, la critica verso il potere e i politici. Fino al terzo giovedi di dicembre del 1950, era esattamente il 21 quando se ne andò per sempre nella sua casa di via Maria Adelaide a pochi passi da Piazza del Popolo. Fatalità lo stesso giorno 21 dicembre di ottantasette anni prima, anche un altro sommo poeta romanesco se ne andò per sempre, mi riferisco a Giuseppe Giacchino Belli. E ancora oggi, senza di loro, i difetti del potere purtroppo rimangono "discutibili" come ai vecchi tempi...
ER CONIJO E ER LEONE
Un povero conijo umanitario disse ar Leone:
«E fatte tajà l’ogna levete queLl'artiji!
È Ná vergogna! Io, come socialista, só contrario a qualunque armamento che fa male tanto a la pelle quanto a l'ideale».
disse er Leone pÉ fasse benvolé dar socialista,
«Me le farò spuntà...»
e agnéde dEfilato dá n'callista
incaricato de l'operazzione.
Quello pijò la forbice, e in dú bòtte
jÉ fece zompá l'ogna e bóna notte.
Ècchete che er Conijo, er giorno appresso,
ner vedé n'Lupo có l'Agnello n'bocca
dette l'allarme:
«Olá! Sotto a chi tocca!»
ER Leone je chiese:
«E ch'é successo?»
«Cori! C'è n'Lupo! Presto! Daje addosso!»
«Eh!» dice
«me dispiace, ma nun posso,
Prima m'hai detto levete l'artiji,
e mó me strilli all'armi? ...
E come vói che s'improvisi n'popolo d'eroi?
dov'hanno predicato li coniji?
Adesso aspetta, caro mio;
bisogna che me dài er tempo pé rimette l’ogna.
Vá tu dar Lupo. Faje perde er vizzio,
e a la più brutta spáccheje la testa
coll'ordine der giorno dé protesta
ch'hai presentato all'urtimo comizzio...»
«Ah, no!»
disse er Conijo:
«Io so' fratello tanto del Lupo quanto de l'Agnello»
er coraggio der conijo
«Tu sei lo specchio de la perfezzione»
diceveno le bestie ar Re Leone
«In tutto quer che dichi e quer che fai
ci'azzecchi sempre e nun te sbaji mai»
Er Leone ruggì, smosse la coda e disse:
«Frá stá gente che me loda
se c'è, per caso, quarche bestia amica
pronta a famme ná critica, lo dica.
Me só scocciato ormai d'esse perfetto
Coraggio! Sù Trovateme n'difetto...»
se n'uscì n'Conijo:
«Io te lo dico...»
ma solamente da lontano n'mijo:
«forse n'difetto te lo riconosco,
ma te lo strillo quanno stó ner bosco...»
E jÉ lo disse tanto mai distante
che la voce se perse fra le piante.





