PASQUETTA, ER MAGGETTO E LE FAVE COR PECORINO di Claudio Di Giampasquale
La combinazione «fave cor pecorino» è l'iconica unione che da tantissimi anni rappresenta la stagione primaverile della città eterna. Le tradizionali scampagnate fuori porta «dé pasquetta» e «der maggetto» tra amici e parenti, incarnano il detto romano «Natale có i tuoi, Pasqua có chi vuoi». Queste gite mangiareccie d'antica tradizione popolare, da secoli sono (ancora oggi) oltre che un tratto distintivo della dolce stagione in cui la natura rinasce, un cult per molti romani: spensieratezza, grandi abbuffate, musica, canti, allegria, giochi e soprattutto le immancabili «fave cor pecorino».
Coltura leguminosa, la "vicia faba" (pianta delle fave) appartiene alla famiglia delle "fabaceae" la cui caratteristica comune a tutte le specie è la presenza del legume o baccello, cioè del frutto della pianta formato da un carpello che racchiude i semi.
Il "pecorino romano" è oggi un'eccellenza casearia italiana, motivo di vanto nel mondo col suo fascino millenario, frutto d'una storia antica, tradizioni e caratteristiche nutrizionali uniche. Le sue radici risalgono a oltre duemila anni fa. È l'ingrediente indispensabile per i primi piatti della tradizionale cucina romana tra cui la "cacio e pepe", la "carbonara" e la "gricia".
Fave, pecorino"
e le celebrazioni pagane
Le fave furono demonizzate per lungo tempo dai greci. A dimostrazione di ciò, nel sesto secolo avanti Cristo vennero invise da Pitagora, che nella sua scuola le proibiva categoricamente, si narra perché probabilmente afflitto da favismo, o perché aveva visto le conseguenze di quest'anomalia genetica che poteva portare a forme gravi d'anemia, particolarmente pericolosa per i bambini. Nell'antica Roma invece le fave erano considerate simbolo di prosperità, venivano coltivate negli "horti" insieme ad altre colture, in quanto ne favorivano la crescita e le proteggevano da insetti e parassiti, migliorando le caratteristiche del terreno e delle sue proprietà nutrizionali. Le seminavano all'inizio dell'inverno, le raccoglievano a primavera a cominciare da aprile.
Erano un alimento base fondamentale ed avevano un ruolo simbolico e cerimoniale legato alla fertilità della terra, alla prosperità ed alle celebrazioni della stagionale rinascita, come i "floralia" (o ludi florales) dal 28 aprile al 3 maggio (che originarono il nome del mese di "aprilis" dal latino " per indicare il periodo in cui sbocciano i fiori) sacre festività in onore di due dee arcaiche, connesse al rinnovamento e alla primavera: Flora e Maia (da cui deriva il nome del mese di maggio).
Questi legumi erano anche collegati al culto dei defunti, i "lemuralia" ossia gli spiriti dei morti, che venivano placati con alcuni rituali ben precisi. Durante la notte il pater familias s'alzava, si lavava le mani e camminava a piedi nudi. Gettava dietro di sé un pugno di fave nere, simbolo di morte e purificazione, senza voltarsi mai a guardare. Mentre gettava le fave, ripeteva per nove volte ai lemuri, con voce solenne. queste parole di rito: «Hasce ego mitto; his favis meam meamque redimo».
Veniamo al "pecorino romano" un formaggio dalle origini millenarie, fondamentale nell'alimentazione dell'antica Roma, una sorta di "barretta energetica ante litteram" consumato dai legionari durante le campagne militari per la sua digeribilità e lunga conservazione, grazie al sale. Però non era solo cibo dei soldati, ma anche nutrimento apprezzato nei palazzi imperiali, considerato il giusto condimento nei luculliani banchetti patrizi. Ed era anche "alimento staple" per la plebe, spesso consumato insieme a pane, cereali e legumi. La tecnica di lavorazione (rimasta invariata) prevedeva la coagulazione del latte di pecora con caglio d'agnello o capretto, seguita da salatura e stagionatura in ambienti freschi, come descritto nell'opera "De re rustica" di "Lucius Iunius Moderatus Columella" uno dei più importanti scrittori di agricoltura dell'antica Roma.
Tuttavia «fave cor pecorino» anche se spesso s'incontravano nei banchetti, nella Roma dei cesari non erano una tipica unione.
i pellegrinaggi cristiani e le scampagnate laiche fuori porta
Con l’avvento del Cristianesimo, le stagioni primaverili ed estive divennero il periodo dedicato alla Madonna. In particolare il mese di maggio che fu proclamato il suo mese per eccellenza. La Chiesa dei primordi faticò non poco a sostituire nella città eterna i culti pagani, difficili da sradicare, andando a sovrapporvi quelli in onore della Santa Vergine. La tradizione ricorrente delle scampagnate primaverili di pasquetta e del "maggetto" s'affermò tra i secoli diciottesimo e diciannovesimo, ambedue in onore della madre del Salvatore.
In realtà all'origine più che pic-nic erano veri e propri pellegrinaggi che univano fede e gite all'aperto verso santuari a lei dedicati. Per citarne solo alcuni tra i tanti: il santuario della Mentorella a Capranica Prenestina e quello del Divino Amore a Castel di Leva; il santuario della Madonna del Sorbo al parco di Veio e quello di Santa Maria della Rotonda ad Albano Laziale; eccetera.
Dalla fine dell'Ottocento, queste gite-pellegrinaggio divennero meno spirituali trasformandosi gradualmente in vere e proprie "scampagnate laiche" fuori porta all'aria aperta, all'insegna del relax ma anche della caciara, alla conquista di spazi in luoghi ombreggiati dell'agro romano. Capaci di raccontare la storia della cucina contadina romanesca, le «fave cor pecorino» divennero il simbolo culturale enogastronomico di queste colloquiali "magnatone sur prato". Tra i vari cibi trasportati nei contenitori e nelle gavette "da casa nér cesto" quest'accoppiata divenne senza dubbio la protagonista principale. Era impossibile resistere al contrasto tra la dolcezza e la freschezza croccante delle fave giovani con la spiccata sapidità del pecorino. Il «sapore della primavera» in un appetitoso sbocconcellre da annaffira con un buon vino, in un perfetto equilibrio di stuzzicante gustosità.
PASQUETTA, ER MAGGETTO E LE FAVE COR PECORINO Nel terzo millennio
Ancora oggi le «fave cor pecorino» rimangono il cult più considerato dai romani in questi due giorni di festa. Per meglio dire sono "un rituale irrinunciabile" e rappresentano il simbolo culinario fondamentale per stare in compagnia all'aria aperta.
Ovviamente in occasione delle scampagnate fuori porta di pasquetta e der "maggetto", chi guida l'automobile ormai dovrà astenersi dal bere vino o altre bevande alcoliche. Queste occasioni goliardiche saranno influenzate dalle significative modifiche al Codice della Strada in vigore dal 14 dicembre 2024. È prevista tolleranza zero (tasso alcolemico 0,0 g/l) per i primi tre anni di patente (neopatentati). Dopo questo periodo, il limite alcolemico sale allo standard di 0,5 grammi per litro (g/l), allineandosi alle regole per gli altri conducenti. E per i recidivi, scatta l'obbligo d'installazione dell'alcolock, dispositivo che impedisce l'avvio del motore se rileva alcol. Per chi guida sarà meglio annaffiare le «fave cor pecorino» semplicemente con acqua o bibite.












