LA MONTAGNA DER SAPONE di Claudio Di Giampasquale

Primavalle nacque durante il ventennio fascista, per ospitare gli sfollati del centro storico. Soprattutto quelli provenienti dalla "Spina di Borgo" il rione attiguo al Vaticano demolito per far posto a via della Conciliazione. il regime fascista li convinse, affermando che la borgata a nordovest dell'urbe si sarebbe presto trasformata in un quartiere modello. Purtoppo ai "poveri cristi" deportati dal cuore di Roma, quella, al dunque «se rivelò ná fregnaccia», perchè quella borgata sorta in fretta, era una zona degradata e fatiscente tra la polvere e il fango dell'agro romano, che oltre ad esser lontana dal centro urbano, era raggiungibile solo attraverso poche strade, inizialmente sterrate, con collegamenti pubblici quasi inesistenti e priva di servizi e infrastruture.

Venne inaugurata ufficialmente nel 1939 e si sviluppava lungo l'asse viario centrale di "via della borgata di Primavalle" (poi rinominata via Federico Borromeo), con una struttura lineare ed un'architettura economica ed essenziale che in alcuni edifici si ricollegava al "razionalismo". Questo territorio prima d'allora era una vasta area rurale di proprietà del "Capitolo di San Pietro in Vaticano", dominata dal "casale di Torrevecchia". La tenuta, caratterizzata da pascoli, vigneti e sparuti insediamenti, fu smembrata e venduta a privati nel 1875 dopo che Roma fu annessa al Regno d'Italia, in seguito alle "leggi di liquidazione dell'asse ecclesiastico". Quando divenne Primavalle, fu subito chiamata dai romani «la montagna der sapone» e questo soprannome durò per molti anni. Nacque perchè i suoi abitanti a causa delle promesse mai mantenute, vennero visti come degli sprovveduti facili da raggirare, perciò venne coniato il detto «ma che vieni da la montagna der sapone?» che ancora oggi si rivolge a una persona ingenua e credulona, perchè «magnà er sapone» allude ad avere solo bolle di sapone in bocca, cioè "mancanza di consistenza".

Negli anni Quaranta e Cinquanta Primavalle si raggiungeva con un tram che arrancava sull’Aurelia fino al capolinea a Forte Braschi, da lì si prendeva l'autobus 236. Il percorso presentava la ripida salita che metteva a durissima prova il torpedone (236) che i "primavallesi" chiamavano «Gallaraccia» e che divenne un mito nella borgata perché, durante il tragitto, i passeggeri dovevano scendere dal mezzo e spingerlo «pé superá er salitone dé Forte Braschi». Il biglietto costava cinque lire e per i più energici, «er marmatrone pé spigne». Ma era sempre meglio che arrancare sulla salita di Forte Braschi a piedi.

La nuova borgata riordinò anche la precaria situazione di molti braccianti agricoli delle vicine tenute Fogaccia e della Porcareccia, sistemati in baracche che negli anni precedenti avevano suscitato grandi preoccupazioni di carattere igienico e sociale.

Il territorio venne completato negli anni Cinquanta e Sessanta, con la costruzione di nuove case popolari a cui s'affiancarono numerosi palazzi privati. Venerdi 18 marzo 1960 fu consacrata nella piazza dedicata al cardinale Alfonso Capecelatro la chiesa di "Santa Maria della Salute" (che s'affiancava a quella di "Santa Maria Assunta e San Giuseppe" dell'Opera Don Calabria in piazza Clemente XI consacrata nel 1933) e così il nucleo originario della borgata andò ad assumere sempre più un ruolo di centralità nei confronti delle aree limitrofe, caratterizzate da uno sviluppo edilizio privato disorganizzato, soprattutto su via dei Monti di Primavalle e verso via di Torrevecchia sviluppatesi nel secondo dopoguerra. Fino ad allora quella zona era rimasta sostanzialmente rurale. Furono edificati edifici a più piani e ci fu purtroppo una scarsa regolamentazione a livello urbanistico. e un non semplice problema di viabilità del quadrante, caratterizzato da strade strette, assenza di parcheggi e poche aree verdi.

Oggi Primavalle non è più considerata una borgata ma un vero e proprio quartiere di Roma. Negli ultimi anni ha vissuto una vera e propria rinascita anche grazie al lavoro dei cittadini che hanno pulito, colorato e allestito il teatro e aree verdi che decorano il quartiere. Il suo aspetto popolare non è venuto meno ma allo stesso tempo è anche considerata una zona attraente.

Prevalentemente qui fu girata nel 1951 l'opera cinematografica "Europa 51" di Rossellini che utilizzò la sua classica cifra stilistica neorealista, mescolando attori professionisti a persone comuni e non professionisti reclutati direttamente nella borgata. Molti dei lavoratori e degli emarginati che si vedono sullo schermo interpretano essenzialmente se stessi, portando nel film storie di vita reale e autentica sofferenza. Ecco nel video qui sopra un documentario che ne racconta alcune "dietro le quinte del set e qualce testimonianza delle persone ingaggiate da Rossellini. Questo interessante contributo critico è stato realizzato dal regista Riccardo Zoffoli e pubblicato nel 2020 ed esplora la storia e il tessuto sociale della borgata di Primavalle del dopoguerra:

Piazza San Zaccaria Papa in un disegno di Carlo Dottarelli (1897–1959) un artista romano celebre per aver documentato  le imponenti trasformazioni urbanistiche di Roma.

EUROPA 51 film di Roberto Rossellini, uscito nelle sale il 4 dicembre del 1952

Ricondotto alla cosiddetta "Trilogia della solitudine" di Rossellini, questo capolavoro cinematografico duramente e trasversalmente criticato all'epoca della sua uscita, fa parte della lista dei 100 film italiani da salvare. La pellicola venne presentata alla tredicesima mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia il 12 settembre 1952, dove vinse il premio internazionale della giuria. La protagonista Ingrid Bergman vinse il "Nastro d'argento come migliore attrice protagonista". È un'opera di profondo significato sotto molti punti di vista, la trama è lineare, ma i significati tra le pieghe sono diversi e di non semplice interpretazione. Punto di forza è l'interpretazione d'una immensa Ingrid Bergman che appassiona e commuove.

La trama parte dalla vita agiata di Irene Gerard (Ingrid Bergman) moglie d'un importante dirigente della sede italiana di un'azienda statunitense La donna vive felice a fianco del marito con un alto tenore di vita. Michel, figlio dei benestanti coniugi, cerca di attirare su di sé l'attenzione della madre ma lei sempre impegnata se ne cura poco rispetto al bisogno del ragazzino che decide di togliersi la vita. Travolta da un dolore immenso e soprattutto dal senso di colpa Irene inizia a guardarsi intorno, entrando in contatto con la miseria e l'emarginazione della Roma dell'epoca. Nel disperato bisogno d'espiare l'insostenibile  peso della propria colpa, Irene abbandona la vita borghese per dedicarsi con tutta sè stessa agli ultimi, ai malati e ai poveri. Purtroppoquesto suo bisogno non viene compreso nel suo mondo, e lo slancio verso il prossimo viene visto come una minaccia dalle convenzioni sociali. I benpensanti, la famiglia e persino gli psichiatri finiscono per dichiararla "pazza"...