MATRIMONI OMOSESSUALI NEL RINASCIMENTO ROMANO di Claudio Di Giampasquale
Il matrimonio fra due uomini o fra due donne può sembrare un concetto emerso solo negli ultimi decenni, tuttavia per secoli le coppie fra persone dello stesso sesso hanno deciso di ricorrere all'unione, a modo loro, quasi sempre con estrema riservatezza se non in segreto. Nell'antica Roma ad esempio la sessualità era caratterizzata da una forte polarizzazione tra attivo e passivo, tra dominante e dominato, tra virile ed effeminato. Il partner passivo doveva esser sottomesso, dominato, e poteva essere una donna, uno schiavo, un prostituto o un ragazzo giovane. Questa distinzione non era basata su genere o orientamento sessuale, ma prevalentemente sullo status sociale e sull’età. Per quanto riguardava l'uomo, poteva aver rapporti omosessuali senza perdere la sua reputazione, purché fosse sempre il partner attivo. Mentre l'omosessualità femminile era una condotta guardata con disprezzo, considerata contro natura e paragonata a una forma di sovversione dell'ordine sociale e d'adulterio.
Nel medioevo e nel Rinascimento cristiano romano, l'unione tra persone dello stesso sesso non erano classificati formalmente come eresia, bensì come «nefandum crimen sodomiae» punibile con la pena di morte tramite il rogo o la decapitazione. Sebbene l'eresia (l'errore dottrinale contro la fede) e la sodomia fossero entrambe considerati peccati contro l'ordine divino, esse erano due categorie giuridiche distinte, ambedue "sub iudice" dell'Inquisizione del tribunale ecclesiastico.




