MATRIMONI OMOSESSUALI NEL RINASCIMENTO ROMANO di Claudio Di Giampasquale
Il matrimonio fra due uomini o fra due donne può sembrare un concetto emerso solo negli ultimi decenni, tuttavia per secoli le coppie fra persone dello stesso sesso hanno deciso di ricorrere all'unione, a modo loro, quasi sempre con estrema riservatezza se non in segreto. Nell'antica Roma ad esempio la sessualità era caratterizzata da una forte polarizzazione tra attivo e passivo, tra dominante e dominato, tra virile ed effeminato. Il partner passivo doveva esser sottomesso, dominato, e poteva essere una donna, uno schiavo, un prostituto o un ragazzo giovane. Questa distinzione non era basata su genere o orientamento sessuale, ma prevalentemente sullo status sociale e sull’età. Per quanto riguardava l'uomo, poteva aver rapporti omosessuali senza perdere la sua reputazione, purché fosse sempre il partner attivo. Mentre l'omosessualità femminile era una condotta guardata con disprezzo, considerata contro natura e paragonata a una forma di sovversione dell'ordine sociale e d'adulterio.
Nel medioevo e nel Rinascimento cristiano romano, l'unione tra persone dello stesso sesso non era classificata formalmente come eresia, bensì come «nefandum crimen sodomiae» punibile con la pena di morte tramite il rogo o la decapitazione. Sebbene l'eresia (l'errore dottrinale contro la fede) e la sodomia fossero entrambe considerati peccati contro l'ordine divino, esse erano due categorie giuridiche distinte, ambedue "sub iudice" dell'Inquisizione del tribunale ecclesiastico dello Stato Pontificio.
L'innata curiosità del filosofo francese Michel de Montaigne
Nella seconda metà del sedicesimo secolo il filosofo Michel de Montaigne effettuò un lungo viaggio in Italia. Il 3 novembre 1580 giunse nella città eterna col suo assistente e prese alloggio prima all'albergo dell'Orso nel rione Parione, poi siccome aveva intenzione di rimanere almeno per tutto l'inverno, prese in affitto un appartamento in via di Monte Giordano a Campo Marzio, vicino alla chiesa di Santa Lucia in Tinta. Iniziò subito a girovagare per Roma, cercando di vedere il più possibile e fissare su carta emozioni, luoghi e dettagli vissuti durante questa esperienza. De Montaigne era un perfetto cronista e bravo disegnatore, prediligeva mettere nero su bianco ciò che scopriva, senza giudicare e soprattutto senza confronti con le altre città europee che conosceva. Trovò molto affascinanti le donne romane e volle camminare, immergersi nel dedalo di vicoli dei rioni, visitare tutti i monumenti e le rovine possibili, conoscere gli usi e i costumi dei cittadini. Scoprì la grandezza, il fantasma di un'antico splendore e giunse alla conclusione che i ruderi sicuramente rappresentavano una minima e modesta parte dell'immensità architettonica che costituiva l'antica città eterna, avendo l'impressione di ritrovarsi al cospetto della tomba monumentale di una civiltà perduta.
Visitò un gran numero di chiese e girovagò senza meta oltre il centro storico di quella Roma tutta campi, orti, cappellette isolate e vasti giardini di proprietà di famiglie nobili e di alti prelati dello Stato della Chiesa. De Montaigne non espresse mai giudizi nei suoi appunti, dove descrisse il ritratto d'una città sconosciuta, ricca d'ironia, affollata, povera, ma non misera. Piena di feste e di donne more libere, sensuali e di uomini svegli, dalla carnagione più scura di quelli delle città del nord. Fece la conoscenza di papa Ugo Boncompagni (Gregorio XIII) che gli offrì l'opportunità di visitare la Biblioteca Vaticana con i suo manoscritti originali e le innumerevoli pergamene storiche e si sentì orgoglioso d'aver avuto il privilegio d'essere stato ammesso nel luogo dove si conservava gran parte del patrimonio culturale del mondo occidentale. Dopo circa sei mesi che alloggiava nell'urbe, il buon filosofo conobbe presso l'ambasciata del Portogallo un letterato di Coimbra, il quale gli raccontò una storia che catturò il suo interesse, stimolandogli non poco l'innata curiosità. Un racconto che trascrisse fedelmente sul proprio diario di viaggio. Eccolo.
I matrimoni omosessuali a San Giovanni a Porta Latina, nel '500
Ebbene, lo studioso coimbrano, riferendo a de Montaigne che la comunità portoghese romana era solita celebrare ogni anno, durante la settimana della passione una cerimonia di sottomissione al pontefice massimo, e che quella di quell'anno si sarebbe celebrata nell'antica basilica di San Giovanni a Porta Latina a ridosso delle mura Aureliane tra le porte Metronia e quella di San Sebastiano. E che però, fino a poco tempo addietro, una confraternita di lusitani a Roma in quella stessa chiesa preferiva cerimonie d'altro genere. Proseguì raccontando che la cerimonia a cui faceva riferimento era in tutto e per tutto un matrimonio, ma celebrato fra uomini. De Montaigne nel suo diario non appuntò nessun commento a riguardo, limitandosi a registrare la narrazione esattamente come ascoltata dal portoghese. L'uomo lo informò che gli appartenenti alla confraternita credevano che, se il rito matrimoniale, cioè la lettura del vangelo, la comunione, lo scambio delle promesse e manifestazione del consenso reciproco di accogliere l'altro, eppoi il giuramento di fedeltà, la comunione e l'andare a vivere insieme, rendessero l'unione tra un uomo e una donna qualcosa di legittimo, lo stesso sarebbe dovuto accadere se ci si univa in matrimonio secondo queste modalità e fasi, anche tra persone dello stesso sesso. Cioè, i componenti della confraternita iberica, erano evidentemente persone che credevano sul serio nell'amore tra due esseri umani, per semplicità d’animo e soprattutto per inesperienza degli uomini e del mondo di quell'epoca, conservando con questa loro scelta quell’innocenza aliena dal pensare il male. Tutto ciò fu possibile probabilmente grazie alla complicità di religiosi e all'isolamento del luogo, allora assai lontano dal centro dell'urbe.
Effettivamente la basilica di San Giovanni a Porta Latina, trovandosi in una zona isolata e racchiusa dalle antiche mura, offriva un rifugio appartato fuori dal controllo stretto della vita cittadina. Basti pensare che per certi versi lo è ancora oggi. Inutile dire che quei fatti, accaduti pochi anni prima dell'arrivo a Roma di de Montaigne si concluse con il rogo di tutti gli sposi e dalla maggior parte dei membri della confraternita, cioè coloro che non riuscirono a fuggire dalla città eterna per sottrarsi alla pena capitale.
Il filosofo viaggiatore francese, nel redigere il suo prezioso diario si comportò come uno uno scienziato biologo che guarda i microbi al microscopio, li osserva senza interagire. Raccolse e registrò i fatti, li trascrisse. Eppure il fatto fu strano di per sè: chi fu nello specifico colui che diede il permesso di sposarsi ai lusitani? Chi fu ad officiare il rito dei matrimoni? Chi aprì le porte della basilica di San Giovanni a Porta Latina? Non fu un'unione simbolica, perchè gli aderenti alla confraternita facevano chiaramente riferimento alla legittimità del matrimonio eterosesuale che cercarono di emulare nel loro. C'era dunque una forma di tolleranza verso queste manifestazioni? Sono queste domande che non troveranno mai risposta nelle pagine dell'opera letteraria «Viaggio in Italia», in quanto de Montaigne, semplicemente glissò in merito, passando oltre, come se nulla di strano avesse ascoltato. Nella sua Roma in fondo poteva accadere di tutto, accettandola così com'era, senza sforzarsi di farla rientrare nei suoi schemi mentali. O meglio usò la città eterna della sua epoca per arricchire la propria mente di nuovi stimoli ed esperienze straordinarie.














