IL CARNEVALE ROMANO di Claudio Di Giampasquale

Il carnevale della città dei papi affonda le sue origini negli antichi «Saturnali» ossia "il culto di fertilità e della luce nel solstizio d’inverno" che ogni anno fino alla caduta dell'impero sovvertivano a dicembre, per una manciata di giorni le regole sociali dell'antica Roma, con lauti banchetti, sacrifici, balli e travestimenti. «Nelle saturnalie il mondo si capovolgeva»: gli schiavi venivano serviti dai padroni e considerati uomini liberi. Le scuole, la curia, gli atria, i tabularium, le basiliche, i tribunali venivano chiusi e ogni attività sospesa. Ci si scambiavano doni. Era il momento in cui Roma interrompeva il proprio passo marziale per entrare «Alio in tempore» ossia "in un tempo altro". Secoli dopo il grande filosofo tedesco Nietzsche, in riferimento agli antichi "Saturnali" tanto cari ai romani, si chiederà: «Wie kann der mensch am absurden wohlgefallen finden?» cioè: "Come può l'uomo provare piacere nell'assurdo?" ...ovviamente in relazione al paradossale rovesciamento dell'esperienza nel suo contrario.

Dopo la caduta dell'Impero, nei secoli "media aetas" tra antichità classica ed era moderna, dopo una lunga quiescenza l'urbe divenuta ormai "la città dei papi" vide trasformata l'essenza di questa festa pagana in diverse celebrazioni cristiane, cioè avvenne un graduale processo di sincretismo medievale, in cui furono assorbiti e integrati gli antichi riti di fertilità saturnali nella logica della religione di Cristo. In quanto, negli anni segnati dal distacco da Bisanzio e dall'alleanza con i Franchi, dalla nascita dello Stato Pontificio e l'incoronazione di Carlo Magno, i papi che si susseguirono trasformarono il caos precristiano in un "periodo di sfogo autorizzato prima del rigore depurativo quaresimale". Così che per indicare l'ultimo banchetto prima del periodo di digiuno e astinenza dalla carne, nacque l'espressione «carni levamen» che nel tempo evolvette nella locuzione neolatina «carnevale».

LE ORIGINI DEL CARNEVALE ROMANO

Il medioevo fu nella città eterna un periodo di drastico calo demografico, profonda instabilità politica, lotte tra le nobili famiglie e lo sviluppo del potere temporale dei papi-re. La città si trasformò da capitale imperiale in un centro religioso e di pellegrinaggio, subendo devastazioni, scorrerie saracene e il trasferimento papale ad Avignone, che portò all'abbandono di gran parte dell'area urbana antica. Tuttavia, nonostante l'angosciante precarietà politica il popolo romano mantenne una spiccata inclinazione ai festeggiamenti, ereditata dalle tradizioni pagane degli avi, ovviamente riadattata nel contesto cristiano. Nonostante gli stenti, nei rioni la gente trovava momenti di celebrazione pubblica, alla ricerca d'un sollievo per estraniarsi dalla cruda realtà.

Insomma, prima d'una vera e propria uniformazione di tutti questi frastagliati festeggiamenti e feste in un unico grande evento, che avverrà ottantanove anni dopo il ritorno della sede papale da "Palais des Papes" al "Palazzo Apostolico" in Vaticano (invece che al Laterano) per poi spostarsi momentaneamente a Palazzo Venezia nel centro dell'urbe. Roma era ormai precipitata allo stato di "cittadina provinciale" depredata di quasi tutte le sue ricchezze, costellata da violenze d'ogni genere ed estemporanei periodi di festeggiamenti di piazza caratterizzati da un caotico miscuglio di sacro e profano. 

Il 30 agosto 1464, il terzo giorno del Conclave, venne eletto il duecentoundicesimo papa. La fumata bianca uscì dal comignolo della Cappella Sistina nel pomeriggio d'un torrido martedi, informando i romani che i cardinali riuniti sotto gli affreschi di Michelangelo avevano raggiunto l'accordo e il prescelto accettato l'incarico. Poco dopo seguì dal balcone centrale della Basilica di San Pietro in una piazza gremita di fedeli e curiosi l'annuncio ufficiale «Habemus Papam» del cardinale protodiacono, che rendeva noto il nome del successore del grande Pio II difensore della chiesa cattolica contro la minaccia Turca, ucciso fulmineamente dal morbo della peste quindici giorni addietro ad Ancona. Si trattava del cardinale veneziano Pietro Barbo nipote di due altri papi veneziani, rispettivamente Gregorio XII ed Eugenio IV, il nuovo pontefice aveva scelto il nome di Paolo II.

Non appena divenuto papa (Paolo II) decise di trasferirsi dal Palazzo Apostolico in Vaticano a Palazzo San Marco, appena edificato, voluto proprio dal lui sulla riva sinistra del Tevere nel cuore pulsante dell'urbe alle pendici del Campidoglio, esattamente nello slargo allora denominato "Platea Nova" che con l'arrivo del pontefice diventerà "Piazza della Concha" per la presenza d'una grande vasca di granito proveniente dalla Terme di Caracalla che il papa fece trasferire di fronte al suo palazzo (lo stesso slargo è oggi Piazza Venezia che s'apre in un enorme spazio completamente stravolto rispetto alle origini).

Ebbene dopo questa magniloquente "premessa storico-pontificia" veniamo al dunque ossia alla nascita del «Carnevale Romano».

Come insediatosi nel sontuoso Palazzo Venezia, il pontefice Paolo II decise di dar lustro alla città, emulando la sfarzosità dei carnevali veneziani. In primis unificando tutti gli eventi festivi e folcloristici che si tenevano durante l'arco dell'anno in un unico perdiodo che doveva svolgersi prima della Quaresima, con nuovi sontuosi spettacoli, cortei mascherati e molto altro

I festeggiamenti del «Carnevale Romano» si concentrarono nella settimana precedente al "mercoledì delle ceneri" e vennero rigidamente regolamentati. Il segnale d'inizio veniva dato da una cerimonia ufficiale, le cui forme, pur mutando e affinandosi nei secoli, mantennero lo stesso significato fino al diciannovesimo: con il «corteo dei maggiorenni» (dove i giovani che compivano diciotto anni durante l'anno sfilavano in pompa magna per le vie del centro accompagnati da musica, striscioni e rappresentanti della Santa Sede) e l’«omaggio a Roma» (con una sontuosa e affollatissima sfilata in maschera che attraversava tutti i rioni fino a raggiungere il Ghetto che veniva omaggiato, ma dietro lauto tributo obbligatorio elargito dai maggiorenti della comunità ebraica).

la roma popolare dei secoli passati in cui s'inserì il carnevale

Carattere rude e fierezza in amalgama all'ancestrale consapevolezza d'essere discendenti d'un grande passato, caratterizzarono  nei secoli il temperamento dei romani. Un carattere sul quale fiorì una letteratura che li raccontava con accenti esuberanti e toni assai coloriti. Una "natura suscettibile" che li rendeva litigiosi e attaccabrighe. Gli uomini pronti a usare il coltello. Le donne, all'occorrenza, leste a brandire i lunghi spilloni che adornavano i loro capelli. Nelle strade e nei vicoli dei rioni popolari le risse scoppiavano frequentemente per futili motivi e spesso finivano nel sangue. Nelle "saccocce" del popolano il rosario s'arrotolava al coltello, nello stesso modo come nella sua anima gli impulsi facinorosi convivevano con la pietà religiosa. Il romano verace era convinto non solo d'essere un buon cristiano, ma che grazie a queste sue caratteristiche fosse «er mejo».

La città dei papi nei secoli che seguirono alla nascita del «Carnevale Romano» divenne tappa fondamentale del «Gran Tour» per giovani aristocratici europei, principalmente inglesi, tedeschi e francesi in viaggio per completare la loro formazione culturale, artistica e politica. In particolar modo nel diciottesimo secolo. Gli illustri e sensibili visitatori rimasero sconcertati non poco nello scoprire il continuo contrasto tra il carattere sacro di Roma e l’immoralità diffusa dei suoi abitanti. In ogni ambiente, in tutti i ceti.

In mezzo alla folla mascherata c'era spazio per celebrazioni religiose e baldoria. Tra amori e tradimenti; tra scherzi crudeli e risse; ed anche tra il «Carnevale Spirituale di San Filippo Neri» e borseggiamenti, accoltellamenti e violenze sessuali. 

Con la compressione in un unico periodo, nel corso dei susseguenti secoli la follia del carnevale conquistò talmente tanto i romani, senza distinzione di classe, al punto che alla metà del diciottesimo il pontefice Benedetto XIV arrivò a promulgare all'inizio del 1748 un'enciclica sull'argomento. Il papa era turbato in quanto il "martedì grasso" ultimo giorno di baldoria che precedeva il "mercoledì delle Ceneri" (che segna l'inizio della Quaresima) i festeggiamenti proseguivano ben oltre la mezzanotte, scadenza del carnevale. Dopo un'intera nottata di baldoria, in molti si recavano ancora in maschera nelle chiese alla cerimonia delle "Ceneri", funzione austera volta a ricordare la transitorietà della vita terrena, per poi tornare a casa esausti e dormire buona parte del mercoledì. Questa bizzarra abitudine ovviamente si scontrava con l'imposizione alla partecipazione al rito d'inizio della Quaresima, fase di preparazione alla Pasqua caratterizzata da preghiera, digiuno e penitenza di purificazione.

Quando Roma divenne capitale del Regno d'Italia, con il conseguente trasferimento di tutta la burocrazia del governo centrale, il volto tradizionale della città eterna cambiò profondamente. Naturalmente anche il «Carnevale Romano» risentì del nuovo stato delle cose. Diverse ordinanze comunali vennero emesse gradualmente di anno in anno sempre più restrittive per limitare o vietare specifici aspetti del carnevale, per ragioni di sicurezza, decoro o ecologia. Ad esempio, fu nel 1883 anno in cui venne messo a punto il secondo dei "Piani Regolatori di Roma", che venne soppressa la «corsa dei berberi» dal sindaco, il principe Leopoldo Torlonia che la vietò per volere del re Vittorio Emanuele II, dopo un incidente mortale. Era una folle gara in cui cavalli originari della costa nord-africana correvano "scossi" (senza fantino) partendo da piazza del Popolo, lungo via Lata (il tratto urbano iniziale della via Flaminia, corrispondente all'attuale via del Corso) fino a piazza Venezia. Il sovrano la ritenne troppo pericolosa. Ormai nella capitale italiana il «Carnevale Romano» evento divenuto famoso in tutto il mondo, considerato allora fra i più brillanti e celebri, incredibilmente si spense proprio quando sembrava aver raggiunto l'apice della notorietà. Con la nuova borghesia trapiantatasi nei nuovi quartieri, esso stesso s'imborghesì. L'originario si spense come un "moccoletto" protagonista indiscusso dell'ultima delle sue tante feste che lo caratterizzavano e che ne indicava la chiusura prima del "mercoledi delle ceneri". Il «Carnevale Romano» semplicemente morì insieme al mondo che lo generò.

risonanze e tipicità della festa più antica del mondo

Per comprendere di più la razionalità dei divertimenti e dei piaceri dei romani di qualche secolo fa è necessario seguire le varie fasi della progressiva evoluzione della festa del carnevale nella città papale, partendo dal periodo che va dalla metà del quindicesimo secolo fino alla fine del diciassettesimo, un ampio lasso di tempo in cui si verificò a Roma un notevole sviluppo di manifestazioni surreali che prevedevano la mescolanza tra la solenne religiosità e ciò che era quotidiano, materiale o addirittura blasfemo. Sfarzosi eventi finanziati da generosi benestanti o nobili, realizzati con la partecipazione dei migliori artisti dell'epoca. Nella Roma barocca il carnevale era la migliore occasione per "uscire dagli schemi" più o meno con la stessa finalità che ebbero gli antenati nei Saturnali, tuttavia con una forte propensione anche al sacro. Non poche occasioni di festeggiamenti furono utilizzate per spettacolarizzare situazioni in cui risultava difficile distinguere tra il riverente e il sacrilego; fu il periodo dei cortei papali e nobiliari, degli ingressi solenni di ambasciatori, di processioni, sfilate di carri e tornei, rappresentazioni mitologiche, fuochi d'artificio e luminarie, per festeggiare occasioni d'ogni genere.

Nelle strade, vicoli, piazze e chiesa dei rioni, dal "giovedi grasso" al "martedì grasso" passando per la domenica tra i questi due giorni, venivano sontuosamene ravvivate decorazioni e particolari effetti luminosi. S'arrivò a trasformare in spettacolo persino la carità: non solo le elemosine, ma anche la distribuzione di doti a zitelle bisognose o l'apertura dell'ospizio per i poveri si trasformarono in oggetto di particolari cerimonie. A Testaccio si tenevano celebrazioni popolari molto cruente, incentrate sul Monte dei Cocci e nei vasti prati alle pendici. I festeggiamenti includevano la giostra dei tori, le lotte tra orsi e quelle tra galli e la «ruzzica dé li porci» ovvero maiali lanciati giù dalla cima del "Mons Testaceum". Durante il carnevale (e non solo) proliferavano nei rioni i “cerretani” e i "ciurmadori" che erano degli impostori ciarlatani e imbroglioni dalla facile favella, capaci con le parole «de fá prenne á lí mpappolati fischi pé fiaschi», molti di loro vendevano bottigliette piene d'acqua del Tevere riuscendo a far credere che provenissero da Betania e che fosse l'acqua santa del fiume Giordano, dove fu battezzato Gesù. Vendevano inoltre rimedi per tutti i mali e soprattutto santini e reliquie miracolose, che secondo le loro assicurazioni facevano prodigi di guarigione.

C'erano i balli e gli spettacoli per strada, rigorosamente in maschera. Ed anche nelle case si ballava, nelle sale pubbliche e nei teatri. Nel carnevale del 1859 al teatro Apollo nel Rione Ponte, in via di Tor di Nona, a ridosso del Tevere, la sera di giovedi grasso 17 febbraio si tenne la prima dell'opera di Giuseppe Verdi «Un ballo in maschera» con il prezzo dei biglietti che salì alle stelle in modo spropositato causando un grande dissenso tra la popolazione. 

La «Corsa dei cavalli Berberi» simbolo di follia e passione era l'evento culminante. Mentre il «Palio dei Giudei» era una delle manifestazioni più umilianti e tristi. Prevedeva che alcuni ebrei venissero scelti a caso dagli "sbirri pontifici del bargello" tra i residenti nel ghetto e poi costretti a correre, spesso nudi o vestiti in modo ridicolo, lungo via Lata tra gli scherni e il lancio di oggetti da parte della folla. Partivano da piazza del Popolo in direzione di piazza Venezia, spesso obbligati a correre a piedi nudi. Questa ridicola gara era intesa come atto di sottomissione e derisione della comunità ebraica, obbligata a partecipare anche così al carnevale per "celebrare" pubblicamente la condizione di sottomissione al potere papale.

La «Festa dé lí moccoletti» era il caotico e suggestivo gran finale del  «Carnevale Romano», si teneva il martedì grasso, sempre lungo via Lata. I partecipanti, mascherati, dovevano mantenere accesa la propria candela (er moccoletto) e spegnere quella altrui al grido di: «Mor'ammazzato chi nun porta er moccolo». I moccoletti rappresentavano il funerale simbolico del carnevale, chi rimaneva con la candela spenta doveva togliere la maschera e diventava oggetto di derisione, unendo nobili e popolani in un unico gioco selvaggio. Johann Wolfgang Goethe, nella sua opera letteraria "Viaggio in Italia" descrisse l'evento come un "capogiro" di luci e urla, una festa di licenza e sfrenatezza universale. Ne rimase talmente affascinato, al punto di descrivere la scena come "un matrimonio tra spasimo e angosciosa dolcezza" .

Le maschere preferite nei travestimenti erano quella di "Pulcinella", "Traccagnino", la "Vecchiaccia" dalla maschera col naso aquilino ed una lunga camicia da notte, il "Facchino" che era la maschera milanese del giocatore di morra, l’"Aquilano" maschera abruzzese, e "Cola"che rappresentava un uomo semplice in età piuttosto avanzata ma ancora desideroso d'amore, e la maschera del "Conte" poeta satirico ed improvvisatore. Le maschere tradizionali romane che poi si consolidarono furono quelle di "Meo Patacca", "Rugantino", "Cassandrino", "Don Pasquale dé Bisognosi" e le maschere femminili delle “zingaresche”.

Carnevale, sinonimo e saga di mascheramento, travestirsi permette di liberarsi dalle convenzioni, esorcizzare le paure e vivere il gioco simbolico dell'anonimato. Indossare una maschera per esternare desideri nascosti, superare la timidezza e vivere una "catarsi" attraverso la finzione, sentendosi più sicuri o divertenti. Ecco che ne pensava "er poeta" nella sua poesia «La maschera»:

Vent’anni fa m’ammascherai pur’io. E ancora tengo er grugno dé cartone che servì p’annisconne quello mio. Stá da vent’anni sopra a n'credenzone, quella maschera buffa, ch’è restata sempre có la medesima espressione, sempre có la medesima risata
Ná vorta je chiesi:
«Beh, come fai a conservá lo stesso bón'umore puro né li momenti der dolore? Puro quanno te trovi fra li guai? Felice te, che nun te cambi mai, felice te che vivi senza córe»
La Maschera márispose:
«E tu che te piagni? Che ce guadambi? Gnente, ce guadambi ché la gente te dirà povero diavolo, te compatisco, me dispiace assai… Ma n'fonno, credi, nun je ‘mporta un cavolo. Fá n'vece come me, ch’ho sempre riso e, si te pija la malinconia, coprite er viso có la faccia mia, così la gente nun se scoccerà…»

D'allora n'poi, nasconno li dolori dé dietro a n’allegria dé cartapista e passo pé n'celebre egoista che se ne frega de l’umanità

[Trilussa]

Il dialogo tra l’uomo e la maschera mette in luce l’impossibilità della felicità duratura nell’esistenza umana. L’eterno sorriso della maschera si pone infatti in aperta contraddizione con l’animo dell’uomo che nel duro cammino della vita è costretto a confrontarsi con il dolore, l’amarezza, il fallimento. La prima domanda che l’essere umano pone alla maschera, fissando il suo sorriso imperturbabile è infatti: «Come fai a essere sempre allegra?» Allora la maschera dà all’uomo un consiglio astuto, cinico ma profondamente reale: mostrare il proprio dolore non serve a niente, se non a farsi compatire, perché la gente ne ha già abbastanza del proprio. Ecco che dunque il travestimento diventa un’arte del vivere sociale. L’unico modo per sopravvivere nell’eterno torneo della società, suggerisce "er poeta" è nascondere i propri dolori dietro «n’allegria dé cartapista» ovvero una felicità fittizia, illusoria, di facciata. È questo il carnevale del quotidiano che ritrae Trilussa con la sua poesia «La maschera». Proprio come Pirandello che nel romanzo "Uno, nessuno, centomila" scrisse «...imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti...» il poeta romanesco suggerisce che ogni essere umano indossi una maschera per adattarsi ai vari contesti. Una maschera per la società, una per la famiglia e così via, in una continua frantumazione dell’Io. La maschera suggerita da Trilussa è invece uno strumento di sopravvivenza nel grande circo della vita. È l’emblema dell’egoismo umano, un fattore primigenio o eliminabile, o forse della suprema indifferenza che ha in sé qualcosa di divino, la celebre “divina indifferenza” descritta da Montale. [Alice Figini]