ER PALAZZONE DELLE DISGRAZIE di Claudio Di Giampasquale
Nato come "Palazzo delle Finanze" fu la prima grande opera del Regno d'Italia nella nuova capitale fortemente voluta dall’allora ministro delle finanze Quintino Sella. La sua edificazione iniziò nel 1872 su progetto di Raffaele Canevari e diede il via all'espansione urbana di Roma al di fuori delle mura aureliane.
L'edificio, che oggi ospita il ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) è caratterizzato da un'architettura imponente ed ospita una complessa organizzazione che s'articola in sei dipartimenti principali: Tesoro, Economia, Ragioneria generale dello Stato, Finanze, Giustizia Tributaria, e Amministrazione generale, del personale e dei servizi. Ciascuno di questi dipartimenti ha a sua volta una propria struttura, organizzata in diverse direzioni, con oltre settemila unità di personale operativo interno ed esterno.
Le consistenze complessive occupate dai vari livelli calpestabili ammontano a 137.711 metri quadri di superficie coperta, 13.481 metri quadri di superficie scoperta e 9.622 metri quadri d'aree a verde. L'ingresso principale è oggi ubicato in via Venti Settembre 97, le altre strade che circondano il perimetro sono via Castelfidardo, via Cernaia e via Goito.
gli ostacoli alla realizzazione dovuti ai ritrovamenti archeologici
L'enorme costruzione fu edificata nella vasta area degli "Horti Sallustiani" su progetto del quarantaduenne ingegnere architetto romano Raffaele Canevari. I lavori di costruzione vennero affidati alla società veneta per le imprese e le costruzioni pubbliche istituita dal cavalier Vincenzo Stefano Breda, specializzata in grandi opere d'ingegneria industriale, appalti e politica edile nell’Italia dei Savoia, nazione ormai unita politicamente, ma assai sconnessa e antiquata dal punto di vista infrastrutturale

L'opera fu consegnata al demanio nel 1881 e questo perchè si frapposero una serie d'ostacoli non da poco, in primo luogo derivanti dalle strutture archeologiche nelle quali s'imbatterono gli operai durante gli scavi delle fondamenta. Furono infatti rinvenuti i resti dell'antichissimo "aggere serviano" ossia la cinta muraria in "tufo cappellaccio" fatta costruire da Servio Tullio, sesto re di Roma, dopo l'incendio gallico del trecentonovanta avanti Cristo. Questi possenti bastioni vennero realizzati dagli antichi romani utilizzando il più resistente tufo delle cave di Grotta Oscura. Erano alti mediamente dieci metri con lo spessore di quattro e s'estendevano lungo undici chilometri inglobando i sette colli di Roma, al loro interno s'aprivano dodici porte.
Ebbene, nell'area ove s'era deciso d'edificare il "palazzone delle finanze del nuovo Regno d'Italia", fu rinvenuto anche un'intero agglomerato d'antichi alloggi e resti di edifici d'età repubblicana, tra cui aule di culto mitraico. Tali rinvenimenti comportarono interventi da parte dell'Archivio Centrale dello Stato e della direzione generale Antichità e Belle Arti e il grande archeologo Rodolfo Lanciani sovraintese ai controlli che portarono a salvare notevoli reperti archeologici. Eppoi ci furono altri gravi ostacoli.
il cantiere al "macao" divenne Per i romani "sinonimo di sventura"
Le tragedie sul lavoro purtroppo sono un tema ancora attuale, ma tra fine dell'Ottocento e la metà del Novecento, le condizioni di sicurezza nei cantieri edili erano praticamente inesistenti. La nuova capitale viveva un'epoca in cui l’incipiente processo d'espansione urbana, al pari passo con l'avvento dell'industrializzazione dell'intera nazione, determinava forti trasformazioni economiche e sociali. Le esigenze "della media-borghesia dei nuovi romani" incaricati ad amministrare lo Stato, determinò un vero e proprio boom economico, e purtroppo una grande speculazione edilizia che mirava a ottenere un profitto rapido a scapito della sicurezza sul lavoro (pressochè inesistente) con precarietà, bassi salari, irregolarità dei guadagni, nessuna forma di assistenza e di previdenza. Erano in quell'epoca di "povertà popolare" tutti frutti tossici d'un mercato della mano d'opera privo di regole. Le morti sul lavoro erano all'ordine del giorno, ovunque, senza dati ufficiali a causa della totale mancanza di statistiche.
Durante lo svolgimento dei complessi lavori di realizzazione del monumentale edificio destinato a funzioni pubbliche-finanziarie, nell'ambito d'un perimetro lungo trecento metri e largo centoventi, vi furono momenti toccanti, tremendamente tragici segnati dalla fatica del lavoro di tantissimi operai in circa dieci anni di fatica e d'impegno. Durante l'esecuzione dei non facili scavi delle fondamenta, della realizzazione delle strutture portanti e di quelle murarie, delle installazione d'impianti, dell'isolamento, del completamento delle eclettiche finiture, eccetera, eccetera, sino al collaudo, ebbene ci furono una marea d'incidenti sul lavoro, molti dei quali gravissimi. Ci fu un numero impressionante di lavoratori che persero la vita, furono ben settanta i morti e molti altri operai rimasero gravemente feriti, dei quali non pochi divennero permanentemente invalidi. Insomma fu un dramma umano d'entità incalcolabile; un'ecatombe purtroppo dimenticata in un momento storico in cui i monumenti venivano dedicati ai sovrani, ai potenti e agli eroi di guerra, non di certo agli ultimi.
il palazzo delle finanze
La struttura architettonica originaria dell'enorme edificio è rimasta inalterata, malgrado i numerosi interventi necessari per adeguare le strutture e le dotazioni al progresso tecnologico e consentire all'amministrazione di continuare a svolgere con efficienza i suoi compiti al servizio di un'Italia sempre più moderna. Articolato su due fiancate e un corpo centrale, sviluppa attorno a tre cortili, dei quali quello in mezzo è circondato da portico e loggia con fontana al centro. L'assetto del palazzo è quello tipico neorinascimentale, con la facciata su via XX Settembre, opera di Pietro Costa, su due piani oltre il pianterreno bugnato e l'ammezzato sopra il cornicione con frontone e un triplice ingresso ad archi. La facciata su via Cernaia ha un corpo centrale rientrato rispetto alle ali, lasciando spazio a due giardini. Sulla piazza delle Finanze a destra la statua bronzea raffigurante Silvio Spaventa opera dello scultore romano Giulio Tadolini e a sinistra il si erge il monumento al ministro Quintino Sella opera dello scultore romano Ettore Ferrari (uno dei protagonisti della celebrazione artistica del nuovo stato laico nato con l'Unità d'Italia) con un gruppo raffigurante "la Legge" e "il Genio della Finanza" .
Il Palazzo delle Finanze è il secondo complesso architettonico più grande di Roma dopo il Quirinale. L'ingresso principale conduce a un ampio quadriportico, concepito in stile rinascimentale, che funge da fulcro distributivo dell'edificio. La disposizione interna è caratterizzata da una pianta simmetrica che si sviluppa su quattro livelli, con una marea di stanze e ampi corridoi e spazi che collegano le varie sezioni del MEF. Gli uffici e le sale sono arredati con mobili storici di pregevole fattura. In particolare, è conservata gelosamente la scrivania di Camillo Benso Conte di Cavour, che è oggetto di costante cura e restauro conservativo.

Tra i molteplici ambienti quelli di maggiore rappresentanza sono la “Sala della Maggioranza” oggi "Sala Azeglio Ciampi" è qui che si svolsero i primi Consigli dei Ministri dal trasferimento della capitale a Roma dopo l'Unità d'Italia. Il progetto di decorazione fu affidato al pittore romano Cesare Mariani accademico e presidente dell'Accademia di San Luca, il quale vinse il concorso bandito dal Ministero dei Lavori Pubblici. La composizione di questa sala è incentrata sul concetto di nazione, per celebrare in chiave allegorica l'unificazione dell'Italia. Quattro gruppi di figure, che rappresentano la famiglia Savoia, i condottieri, i politici e legislatori e i poeti-filosofi, si affacciano da logge collegate da una balaustra che circonda la volta. Al centro della volta è rappresentata l'allegoria dell'Italia. Nella sala è conservato il lampadario originale in ferro battuto e decorazioni dorate.
Inoltre, degna di nota è la "Sala del Parlamentino" che in origine era la sala delle udienze pubbliche della Corte dei Conti. Decorata dal pittore perugino Domenico Bruschi e dal pittore parmense Cecrope Barilli, questo elegante salone occupa in altezza lo spazio di due piani. Il soffitto è a cassettoni in legno decorato con motivi floreali. L'arredo, disegnato da Canevari, consiste in pedane rialzate posizionate su tre lati, con parapetti lignei dietro i quali sono dislocati i seggi.
La storia del ministero nel palazzone di via venti settembre
Le radici risalgono al 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia, quando nacque il Ministero delle Finanze per gestire le risorse dello Stato. Nella nuova capitale, all'ombra del cupolone si caratterizzò per le continue divisioni e fusioni che lo riguardarono fin dal 1877, quando l’allora dicastero delle Finanze venne smembrato in due parti, l’una ad occuparsi delle imposte, l’altra di contabilità, patrimonio e tesoro, con quest’ultima che assunse la denominazione di "Ministero del Tesoro".
Nel 1922, nel "ventennio" i due ministeri (Finanze e Tesoro) furono nuovamente accorpati per poi essere di nuovo separati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un primo tentativo d'unificazione nel 1947 fallì a causa della forte opposizione politica.
Negli anni '90, la crescente complessità delle competenze portò a un'esigenza di razionalizzazione e riorganizzazione. Nel 1997 si accorparono il Ministero del Tesoro con il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica. L'evoluzione si concluse nel 2001 con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 107, che sancì la nascita del Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) attraverso l'unione del Ministero delle Finanze e del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica. Da allora, il MEF ha assunto le funzioni dei precedenti dicasteri, diventando il punto di riferimento per la politica economica e finanziaria dello Stato. Nel 2023 è stata realizzata una riorganizzazione della struttura organizzativa del Ministero. In particolare, con DPCM n. 125 del 26 luglio 2023 è stato istituito il nuovo Dipartimento dell’Economia e con il D.L 44/2023 (conv. in L. 74/2023) ed è stata prevista la costituzione del Dipartimento della Giustizia Tributaria.
LA SAgRESTIA DEL TESORO DEL REGNO D'ITALIA di Dante Paolocci, da "L'Illustrazione Italiana" 16 aprile 1899
«Queste nere parole stanno scritte alla porta della Quinta Sezione Tesoreria Centrale al Ministero delle Finanze. È ben difficile che gli impiegati del vasto ministero vi siano ammessi. Io debbo la mia visita nel regno della moneta, alla compiacenza di un alto personaggio che permise in via eccezionale lo schiudimento delle auree porte. I tre custodi dei tesori del Regno sono: il commendator Cacchi tesoriere centrale, Ravasenda controllore e il cavalier Splandore delegato del Tesoro. Tre persone che vivono angustiate alla luce scialba dei sotterranei con una buona soma di responsabilità sulle spalle.
Accompagnato dai tre custodi incominciai la mia visita. Chiavistelli ed inferriate si aprivano facili innanzi a me come se fossi un ministro del Tesoro. Dopo alcune sale d'ufficio e di pagamento che hanno comunicazione col pubblico dall'inferriata del cortile, entrammo in un lungo corridoio dove son poste le casseforti che racchiudono i valori cartacei . Sono una ventina tra grandi e piccole e tra queste qualcuna di fabbrica antica con tutti i bollettoni in ferro come le porte d'una segreta. Le venti casse racchiudono il valore di circa due miliardi in titoli di rendita, obbligazioni, prestiti e depositi e così via.
Un impiegato viene ad annunciare al signor tesoriere che c'è un ordine di pagamento di cinquantamila lire. Verificate le carte e trovatele tutte in regola, il commendator Cacchi girò la piccola chiave d'una cassaforte e, poi un'altra ne voltò il controllore ed, un'altra ancora il delegato del tesoro e, solo allora il santa sanctorum s'aprì ponendo in vista le sue preziose collezioni.
Dico la verità, io non ne fui commosso per l'esattezza che regnava là dentro. Ne ebbi l'impressione di una quantità di pacchetti di cipria profumata. Un pacchetto che per il volume sarebbe ben entrato nelle tasche del mio panciotto formava le lire cinquantamila che vennero consegnate all'impiegato. Aggiungerò qui che fan corona ai tre sunnominati custodi un ristretto numero d'impiegati tutti di grande fiducia.
Da questo corridoio una scaletta conduce nei sotterranei dove si conservano i valori metallici e dove ora l'argento, da mettersi di nuovo in cicolazione, è stato in buona quantità accentrato. Con una candela accesa scendemmo fino a una porta di ferro che aperta da altre tre rispettive chiavi ci mise in comunicazione con un'altra chiusura a cancello. Aperto questo con altre tre chiavi, eccoci nella cosìddetta "sagrestia del tesoro". Un odore di chiuso e di ossido ci venne addoso con una calda ondata. Sono stanze a volta che prendono una scarsa luce da alte finestrelle traversate da doppie inferriate. Le precauzioni non son mai troppe e, di notte tempo, le sentinelle guardano il locale all'esterno, passeggiando pel lungo e pel largo. E ci spingiamo innanzi. Ecco lunghe scansie chiuse da rete metallica che lascia vedere centinaia e migliaia di sacchetti di tela chiusi da bolli di piombo. E gli scaffali al disopra ne contengono a piramide e per terra se n'ergono dell'altre. È l'argento immobilizzato di circa quarantacinque milioni . Andando innanzi mi si fa osservare uno scaffale che racchiude quarantotto milioni d'oro. Fò di cappello all'interessante mobile e gli dedico una lastra della mia macchinetta. La danza dei milioni, effettivi, pesanti, metallici, è incominciata e continua.
Eccoci nella camera dei barili vuoti e pieni che han servito all'accentramento di una parte del prezioso metallo. È una lunga galleria. Questo barili di ferro accatastati formano una massa enorme, e barili pieni seguitano a venir portati dai facchini della ferrovia che li dispongono in terra lungo tutti i locali. Ogni barile pieno pesa due quintali e contiene il valore di quarantamila lire in argento. La somma dell'argento qui riunito è di circa ventisei milioni. Le tesorerie provinciali hanno egualmente delle somme rispettabili, anch'esse sono occupate per la nuova emissione degli spezzati. Aperto il barile chiuso con fili di ferro e bolli di piombo, come prima operazione viene pesata la moneta: cinque chili per pacchetto, cioè a dire il valore di diecimila lire.
Controllata poi a mano contandola più volte, viene di nuovo rinchiusa nella sacchetta legata e sigillata con piombo.
Ma l'operazione anche più lunga, è la divisione degli scudi d'argento esteri da quelli nazionali, che il ministro ha voluto che affluissero tutti in Roma. E queste gelose e poco divertenti operazioni vengono eseguite giornalmente dai tre capi d'ufficio nominati, con qualche altro impiegato della tesoreria. Personale limitato e di eccezionale fiducia, che passa la vita tra l'acre esalazione dell'argento ossidato, tingendosi le mani come sviluppatori di fotografie.
Altri scaffali, sacchi e casse contengono la moneta ramacea pel valore di mezzo milione, ma chi si cura di lui. Altri scaffali contengono la somma d'oro e d'argento in corso di consumo, ma dico la verità, ho finito per non domandare più nulla nè sul contenuto e nè sul valore dei sacchi, come colui che dinnanzi ad un interminabile buffet di elaborati piatti finisce col rimanere indifferente. Così lasciai gli ammuffiti locali illuminati la maggior parte dalla luce elettrica, per ritornare a rivedere il sole».
La Biblioteca Storica
Erede della Biblioteca del Ministero delle Finanze del Regno di Sardegna (1857), conserva fondi provenienti da questo e da altri stati preunitari. Dall'Unità d'Italia ad oggi, il patrimonio librario si è progressivamente arricchito di pubblicazioni delle amministrazioni dello Stato, di periodici e di monografie che riguardano principalmente, ma non esclusivamente, le discipline giuridiche, economico-finanziarie, storiche. Attualmente il patrimonio ammonta a circa centomila unità, prevalentemente libri a stampa prodotti tra la fine del diciottesimo e la metà del ventesimo secolo.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, su richiesta, apre al pubblico le porte del Palazzo delle Finanze di via XX Settembre 97. Grazie al percorso guidato, i visitatori potranno accedere agli ambienti e alle sale più rappresentative. Per effettuare la visita guidata è necessario prenotarsi contattando la direzione della comunicazione istituzionale all’indirizzo dci.dag@mef.gov.it, con l’indicazione della data e dell’orario richiesti, nonché d'un recapito cui l’amministrazione può rivolgersi per definire gli aspetti organizzativi. Possono richiedere la visita: istituti scolastici di ogni ordine e grado; gruppi di cittadini; istituzioni pubbliche italiane e internazionali ed enti del Terzo settore. Le visite saranno autorizzate e confermate, in base alla disponibilità delle sale e agli impegni istituzionali dell’amministrazione, non prima di 10 giorni dalla data della richiesta. In caso di sopraggiunte esigenze istituzionali, la visita guidata, già confermata, potrà essere annullata e nuovamente concordata per altro orario o data. Numero massimo dei partecipanti è venti. La durata media della visita guidata è di un'ora ed è gratuita.


















