IL QUARTERE GIULIANO-DALMATA di Claudio Di Giampasquale
L'esodo dei nostri connazionali giuliano-dalmati coinvolse circa trecentocinquantamila persone. Avvenne a causa della pulizia etnica perpetrata dal "regime comunista titino" dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l'obiettivo di slavizzare l'Istria, Fiume e la Dalmazia. Gli italiani furono costretti a fuggire per sottrarsi alle rappresaglie e ai massacri delle foibe. Le nostre terre furono cedute alla Jugoslavia nel trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 che ne ratificò il passaggio di sovranità, principalmente come conseguenza della sconfitta dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale: punirla per il suo trascorso fascista e per l'entrata in guerra a fianco della Germania di Hitler. Inoltre per favorire l'occupazione militare di quei territori a nord del mare Adriatico da parte delle milizie di Tito che volevano riunificare le etnie slave dell'entroterra sparpagliate confusamente sin dal medioevo. O si diventava slavi o si veniva eliminati. Molti italiani non ebbero il coraggio di perder tutto e fuggire. Rimasero.
Tantissimi nostri compatrioti non ne vollero sapere di non sentirsi più italiani. Coloro a cui andò bene, divennero protagonisti d'un esodo di massa forzata. Non pochi subirono vere e proprie deportazioni. Oltre gli orrori appena vissuti durante l'appena terminata Seconda Guerra Mondiale, quella povera gente continuò ancora a vivere nel buio e nell'angoscia; in tutt'Italia si festeggiava per la liberazione e per la fine del conflitto nella speranza della "Ricostruzione". Loro no, precipitati in un inferno ancor più crudele di quello appena vissuto. Una pagina di storia disumana che per troppi anni la nostra "prima Repubblica" volle dimenticare. Nel quinto anno del terzo millennio, finalmente, fu istituito il Giorno del Ricordo in memoria dei quasi ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito.
Oltre a Pola, anche Fiume e Zara furono tra le non poche località italiane strappate all'Italia. Pola in particolare (oggi Pula) fu quella che subì un esodo pressochè totale, oltre il novanta per cento dei suoi abitanti italiani venne cacciato o sterminato.
L’esodo dei nostri connazionali
Un’intera società sparì, abbandonò le sue case, i suoi averi, le proprie abitudini. La diaspora degli italiani giuliano-dalmati, non fu un evento unico ma un processo che durò per anni. Alla fine del fenomeno migratorio, ad esempio nella parte della Venezia Giulia assegnata alla Jugoslavia e nella ex provincia dell'italiana Zara (oggi la croata Zadarska županija) erano rimasti approssimativamente centosessantamila sloveni, centodiecimila croati e ventimila italiani. Quantificarlo è tutt’altro che semplice, poiché s'è sviluppato in fasi differenti e attraverso diversi canali, non sempre facilmente registrabili. Gli esuli furono costretti a fuggire dalle proprie terre verso Trieste, Roma, Torino, Milano, Bologna, all'estero in Argentina, Australia, Stati Uniti e Canada.
Inizialmente vennero sfruttate due piccole motonavi che coprivano la rotta Pola-Trieste, motovelieri e pescherecci che si muovevano tra le due sponde dell’Alto Adriatico. Il governo italiano mise a disposizione il piroscafo Toscana, che faceva scalo alternativamente a Venezia e ad Ancona, da cui gli esuli proseguivano il mesto viaggio in treno.
L’arrivo in Italia fu spesso accompagnato da sospetto e diffidenza, poiché taluni vedevano i profughi (famiglie intere, con donne, vecchi e bambini) come fascisti in fuga dal “paradiso socialista” di Tito. Nella tarda mattinata di martedi 18 febbraio 1947, nel capoluogo emiliano, sindacalisti indottrinati politicamente minacciarono uno sciopero in grado di paralizzare la rete ferroviaria nazionale qualora il "treno degli esuli giuliano-dalmati" si fosse fermato per ricevere i generi di conforto preparati dalla "Pontificia Opera Assistenza e dalla Croce Rossa Italiana". Questa vergognosa storia fa ancora molto male alla coscienza degli italiani. Quando il convoglio si fermò alla stazione di Bologna, i manifestanti non si limitarono ad aggredire i passeggeri con insulti, sputi, pietre, ma negarono loro cibo, acqua e qualunque forma d'assistenza preparata dalle associazioni cattoliche. E arrivarono addirittura a rovesciare sui binari il latte destinato ai bambini. Quest'episodio, tra i tanti, per raccontare quale clima di "propaganda dell'odio" gli esuli trovarono nella loro amata patria, per la quale avevano deciso di perder tutti i loro averi.
L'abbraccio di Roma
Forse non tutti i romani sanno che a tredici chilometri da Piazza del Popolo c'è un vero e proprio quartiere che nella metà dello scorso secolo accolse una parte di questi poveri esuli. Provenivano principalmente da Istria, Fiume e Dalmazia (specialmente da Zara, Pola e Trieste). "Mamma Roma" li abbracciò ed offrì loro una nuova casa. Certo non in centro, certo non una reggia, ma che importava, ciò che contava era sentirsi accolti, aver di nuovo un tetto. Fu straordinariamente vitale per questa povera gente dal marcato accento "furlan" tornare a sperare. Dopo tante sofferenze divenne l'occasione d'un nuovo inizio.
L'accoglienza, tuttavia iniziata con un misto di solidarietà istituzionale, nonché di diffidenza ideologica, presto si normalizzò, perchè tutti, romani e non romani, erano assuefatti dalla voglia di ricostruirsi un futuro dopo le sofferenze e gli stenti della guerra. I giuliano dalmati essendo gente seria e laboriosa non impiegarono molto tempo ad integrarsi. Compresero sin da subito di vivere nella capitale della loro nazione, grazie al cielo divenuta una repubblica democratica. S'attivò il processo di una "ricostruzione" lenta e faticosa, che nacque sulle macerie e dalle sofferenze di ciascuno. Il processo di "romanizzazione" fu rapido, perchè necessario: dal caos della distruzione all'impegno per la "rinascita" sia materiale che interiore. Il carattere accogliente, pragmatico, spesso ironico della loro nuova città li aiutò non poco. Presto la fonetica della loro parlata divenne meno spigolosa. Soprattutto i bambini iniziarono velocemente ad esprimersi marcatamente in romanesco. Ma vediamo di più a proposito di questo quartiere.
Ci sono luoghi che raccontano storie collettive e il quartiere Giuliano-Dalmata è uno di questi.
"Il Villaggio" come viene chiamato affettuosamente dai suoi abitanti, fu costruito in origine per gli operai dell'EUR poi venne dato ai tanti profughi giuliano dalmati che affluirono a Roma. Nacque così il “Villaggio Giuliano”, poi riconosciuto ufficialmente nel 1961 come Quartiere.
Domenica 7 novembre 1948 nella provvisoria cappella a servizio delle necessità spirituali degli esuli, si celebrò il primo matrimonio della comunità. Il fiumano Armando Chioggia classe 1921 sposò la romana Fernanda Tombesi, quasi a voler suffragare ufficialmente l'unione della gente giuliana e dalmata con l'accogliente città di Roma. Quella cappella provvisoria precedette la costruzione nel 1970 della "Chiesa di San Marco Evangelista in Agro Laurentino" consacrata il 29 maggio 1972.
Nel 1955 la zona fu raggiunta dalla Metropolitana grazie alla fermata Laurentina. Nel 1961 il "Villaggio Giuliano" divenne ufficialmente Quartiere Giuliano-Dalmata. Nello stesso anno venne inaugurato, lungo la via Laurentina, un monumento ai caduti costituito da un vero masso carsico. Nel 2008, in occasione della celebrazione del
quarto "Giorno del ricordo", su largo Vittime delle Foibe Istriane, venne inaugurato un
altro
monumento commemorativo.
Il quartiere ospita altre significative testimonianza artistiche alla memoria di questa tragedia. I principali sono la Lupa Capitolina in Piazza Giuliani e Dalmati, proveniente da Pola, una statua su piedistallo che reca la scritta "Roma madre a Pola fedele". Poi c'è il mosaico di Amedeo Colella che rappresenta le terre adriatiche perdute (Fiume, Pola, Zara) e quelle rimaste italiane (Trieste, Gorizia), anch'esso situato in Piazza Giuliani e Dalmati.
Vi è poi la "Chiesa di San Marco Evangelista in Agro Laurentino" costruita su progetto dell'architetto Ennio Canino tra il 1970 ed il 1972, ricevette la visita di due papi: Paolo VI nell'aprile 1973, e Giovanni Paolo II nel gennaio 1984. L'interno conserva una Madonna in bronzo del Perrotta, ed un Crocifisso urlante, sempre in bronzo, di U. Montalbano. Nella cripta è esposta una serie di mosaici raffiguranti i santi protettori dei paesi d'origine degli esuli. Sulla "barca" dell'ingresso centrale campeggia solenne la statua del leone di San Marco, donata da una nobile famiglia negli anni Settanta. L'anno 2017 ha visto il rifacimento completo della pavimentazione interna in travertino persiano. La chiesa è sede parrocchiale,
Nel "Giorno del Ricordo" il Quartiere Giuliano-Dalmata ospita diverse cerimonie ed eventi di commemorazione. Queste iniziative sono parte di un'importante progetto che mira a preservare la memoria delle vittime. Tra queste vi è anche la consegna delle onorificenze ai congiunti che si svolge a Palazzo Chigi. Poi "Il Treno del Ricordo" una mostra multimediale itinerante che ripercorre il viaggio compiuto dagli esuli. Inoltre nel cuore del quartiere si svolge ogni anno una seduta straordinaria dell'Assemblea capitolina. Infine, dal 2014 si tiene la "Corsa del Ricordo" che prevede una gara competitiva di dieci chilometri e una non competitiva di tre.
il meraviglioso omaggio di simone cristicchi
S'intitola «Magazzino 18», in questa straordinaria opera teatrale, il poliedrico artista del Tuscolano rende omaggio alle vittime delle foibe e all'esodo di massa degli italiani giuliano-dalmati. Un'opera da lui pensata, scritta, messa in scena e portata in giro nei teatri di tutta Italia dal 2013. Nel 2022 l'artista ha dichiarato che nei primi tre anni di tournée le forze dell'ordine hanno presidiato gli spettacoli davanti e all'interno di non pochi teatri. Ti consiglio di vederlo dall'inizio sino al termine, con calma e nel momento giusto. È una testimonianza toccante, in cui Cristicchi dimostra d'essere un magnifico artista, a tutto tondo.
Simone canta e racconta, dietro le sue spalle il video è una proiezione di cartine, luoghi, foto, carte d’identità e anche d'un paesaggio immaginifico, nel blu profondo della notte di sedie vuote, abbandonate da vite interrotte.
«Venezia Giulia, Fiume, Dalmazia. Le foibe, l’esodo, la memoria»: saggi e documenti a cura di Amleto Ballarini, Giovanni Stelli, Marino Micich, Emiliano Loria. L’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio offre infatti il saggio storiografico pubblicato nel 2015 in formato pdf. Un libro eccellente per serietà della ricerca e competenze degli autori: 145 pagine da leggere per comprendere quanto è accaduto nella Venezia Giulia nel secondo dopoguerra, dal dramma dell’8 settembre all’occupazione jugoslava comunista. E Istria, Fiume. Zara, le ragioni di un esodo, le memorie...






















