IL RACCONTO DELL'AMBRA JOVINELLI di Claudio Di Giampasquale

Questo tempio dello spettacolo teatrale è sempre stato una risorsa importante per la città eterna. Un luogo molto amato dai romani, in un rione centrale e delicato come l’Esquilino. Non è solo un edificio storico e di spettacolo, ma uno spazio sociale e culturale attivo, capace di sfidare lo status quo, unire generazioni e stimolare l'immaginazione collettiva. Un monumento oggi circondato dal traffico e dalle asperità d'una Roma qui difficile, ove essa stessa si ferma, s'ascolta e riconosce la propria identità.

Ubicato tra le piazze Guglielmo Pepe e Vittorio Emanuele II, a pochi passi da Roma Termini, è ancora oggi un punto di riferimento a livello nazionale per la commedia contemporanea. Il suo originale stile costruttivo, dopo tante vicissitudini, mostra tuttora una marcata declinazione "art nouveau" d'inizio Novecento, costituendo un eccellente esempio di stile liberty ed armonioso connubio tra architettura e spettacolo. Baluardo d'un romantico periodo di grande fermento artistico e culturale.

Il  "padiglione delle meraviglie" all'esquilino

E pensare che l'Ambra Jovinelli in origine era uno dei "baracconi in legno" ad uso teatro e divertimento che alla fine dell’Ottocento sorgevano sull'ampio slargo esquilino da poco intitolato al generale patriota calabrese che servì nell'esercito delle due Sicilie. Il «Padiglione delle meraviglie» in piazza Guglielmo Pepe era una grande area caratterizzata da spazi aperti noti per ospitare strutture posticce, nelle quali si programmavano spettacoli e divertimenti. Questo slargo ospita i resti archeologici delle arcate dell'acquedotto Julio (che captava l'acqua Giulia da sorgenti nel territorio tuscolano) edificato trentatre anni prima della nascita di Cristo.

ma partiamo da un mito, quello della ninfa Calatia

Leggenda narra che l'antico borgo di Caiazzo nella provincia di Caserta fu fondato dalla ninfa Calatia. Generata sul monte Tifata dal re degli dei Zeus e la dea della caccia Diana. La bellissima oreade quando crebbe fece innamorare perdutamente il dio etrusco Vulturnus. I severi genitori rifiutarono categorigamente quell'amore e per sfuggire all'ira del padre Calatia si rifugiò su un'altura adagiata sopra una collina in lieve pendio verso sud su un valico sopra la valle in cui scorreva il fiume Volturno intitolato al suo amato dio. Fu lì che per incanto, la splendida ninfa fondò un villaggio perantīquus dando il proprio nome a una sorgente.

Ma, d'altro canto, la più plausibile realtà storica narra che l'antica contrada dal nome osco "Kaíatia" (in seguito detta Caiazzo) fu fondata dal popolo degli Osci. Questo villaggio attraversò dominazioni etrusche e quella di Roma che la proclamò "civitas sine suffragio". In seguito subì le orde barbariche per poi diventare longobarda e normanna. Divenne feudo di nobili famiglie e ospitò il soggiorno di Federico secondo nel 1239. Subì una spaventosa pestilenza nel diciassettesimo secolo e dalla prima metà del diciottesimo entrò a far parte dello "stato borbonico" fino all'unità d'Italia. Nello scorso secolo al culmine della Seconda Guerra Mondiale, Caiazzo fu luogo d'una spietata strage dei soldati tedeschi della Wehrmacht Panzergrenadier-Division in ritirata, che sotto gli ordini del sottotenente Wolfgang Lehnigk-Emden, trucidarono ventidue civili italiani tra cui donne e bambini

peppino jovinelli e la passione per cultura ed estetica

Ma cosa c'entra la piccola località campana di Caiazzo con il teatro Ambra Jovinelli all'Esquilino? Torniamo a fare un balzo indietro nel tempo da quel tragico autunno del 1943. Stavolta riavvolgendo il nastro al 22 marzo 1866, quando venne alla luce in questo piccolo paese del casertano il piccolo Giuseppe Jovinella. I suoi genitori Arcangelo e Nunzia per un errore dovuto a una svista in occasione della trascrizione anagrafica presso il Registo dello Stato Civile del Regno d'Italia di zona, si ritrovarono sul certificato di nascita del proprio bimbo una "i" (invece che una "a") nell'ultima lettera del cognome. Probabilmente, all'epoca la richiesta di "correzione dell'errore materiale" non esisteva, fatto sta che il nome del piccolo rimase "Giuseppe Luigi Tommaso Jovinelli".

Peppino trascorse un'infanzia non semplice in giovane età subì la riduzione temporanea della vista, si trattò d'una cecità transitoria a un occhio che fortunatamente durò poco tempo. Frequentò la scuola elementare, imparò a leggere, scrivere e le basi della matematica quanto bastava per sprofondarsi nell'amata lettura e fare i calcoli. Sin da ragazzo svolse lavori saltuari come manovale nel mondo dei giostrai e del teatro di strada, nel quale suo padre lavorava. Si spostò frequentemente fino a Caserta, a Napoli, a Salerno ed anche in diversi altri comuni campani. Aveva ventitre anni quando conobbe Anna una ragazza partenopea trasferitasi con la famiglia a Caiazzo. Dopo due anni si sposarono, poco dopo ebbero una figlia, Teresa. Ma il giovane Peppino era uno spirito inquieto, libero, sin dalla nascita. La sua serenità durò poco, la vita familiare e il lavoro l'opprimevano. Amava viaggiare, meno tornare a casa. Era fortemente attratto dal mondo dello spettacolo caratterizzato ai suoi tempi da una vivace transizione tra le forme d'arte tradizionali dell'Ottocento e le rivoluzioni delle avanguardie che marcavano l'avvento della moderna cultura del secolo che stava per venire. In particolare amava i luoghi di socializzazione mondana di Napoli dove, quando aveva l'opportunità di recarsi, frequentava l'ambiente dei "café-chantantè" tra cui gli storici Gambrinus e Salone Margherita che ospitavano sciantose, macchiette ed anche esibizioni a volte osè, trasformando il consumo di un buon caffè alla cuccumella oppure d'un limoncello o d'un vermouth in un evento artistico pregno d'atmosfera "style parisien" fiorita d’emblé anche all'ombra del Vesuvio divenendo un pilastro della cultura della Napoli bene dell'epoca.

La vita di paese e la routine divennero per Giuseppe sempre più soffocanti. La figura dell'artista superuomo conquistatore di bellezza, cultura e più in generale del "superomismo" divulgato agli albori del nuovo secolo da Gabriele D'Annunzio nel romanzo «Il fuoco», che lesse tutto d'un fiato, influenzarono non poco il buon Peppino a ribellarsi e prendere in mano la propria esistenza con più passione, per viverla con intensità, ardore e dedizione. Sentì che era giunta l'ora d'immergersi completamente nelle esperienze senza mezze misure. E fu così che con coraggio decise di mettersi in proprio. Questo causò liti furibonde con Anna Caputo, donna con i piedi per terra, pragmatica e concreta. Inevitabilmente il loro rapporto coniugale precipitò in una crisi profonda. Per raggiungere un valido pretesto d'evasione, conoscere di più il mondo e schiodare la propria esistenza da un destino incolore, s'avventurò, avversato dalla consorte, verso una temeraria direzione. Aprì una piccola "impresa itinerante dello spettacolo e del divertimento" con annesso teatrino assemblabile. Cominciò a girare per l'Italia oltre la sua Campania, spinto dal miraggio "di portar ovunque innovazione e svago" proponendosi con passione l'ambiziosa missione d'offrir al pubblico, in ogni occasione, una «novità sconvolgente che portasse luce solare in una vita quotidiana illuminata solo da lampade a gas». Aveva imparato il mestiere di "organizzatore spettacoli" da suo padre sul campo, viaggiando di fiera in fiera e nelle feste patronali. In uno dei suo viaggi, a Messina, in una torrida giornata d'agosto durante la tradizionale sfilata folcloristica dei pupazzi giganti di "Mata e Grifone" conobbe una bellissima artista di strada. Era Concetta Calabrese, aveva appena sedici anni. Ci fu il "colpo di fulmine". Divenne la sua nuova compagna. Insieme decisero di trasferirsi a Roma. Ovviamente informò Anna delle sue intenzioni e che il loro matrimonio era definitivamente al capolinea. Dopo gli inevitabili ulteriori bruschi attriti, Peppe ed Anna, comunque, rimasero poi in ottimi rapporti dopo la bufera. Più volte lui tornò a Caiazzo per stare con sua figlia Teresa.

Quando Jovinelli e la sua giovane compagna giunsero nella capitale, la città stava espandendosi a macchia d'olio con lo sviluppo urbano dei nuovi quartieri in stile umbertino, rinascimentale e liberty. L'Esquilino era uno di questi, puntava a rappresentare il cuore pulsante della città evoluta. Il "rione re delle acque" stava trasformandosi da area verde a quartiere moderno per la piccola-media borghesia e gli impiegati della nuova sede di governo. Ma anche per la tutela del cosiddetto «popolino» che da molte generazioni rappresentava la prosapia "der vero romano dé Roma", marcata da una verace identità capitolina e una schietta parlata dialettale e con una cultura intrisa di religiosità popolare, ed anche un forte scetticismo verso le nuove autorità. L'ampio quartiere venne progettato e caratterizzato da una maglia ortogonale, presentando la grande Piazza Vittorio Emanuele II come fulcro architettonico e sociale, un imponente spazio rettangolare porticato che definiva la nuova identità urbana di una zona di Roma che andava sempre più evidenziando un netto contrasto tra la solenne architettura dei grandi palazzi umbertini  rispetto allo stile tipico ed il colore dei vecchi palazzetti e caseggiati dei tradizionali rioni. Oltre a Piazza Vittorio, l'Esquilino era qualificato dalla solenne basilica papale di Santa Maria Maggiore, la lunga via Merulana e da numerosi resti archeologici tra cui l'arco di Gallieno e l'auditorium di Mecenate. Agli albori del Novecento tutta questa zona stava consolidandosi come un nodo vitale, multietnico e commerciale adiacente alla sontuosa stazione Termini (inaugurata ventisei anni prima dell'inizio del nuovo secolo) nonché confinante con il Castro Pretorio delle grandi caserme militari e l'appena sorto quartiere Macao.

Con l'ausilio d'un suo amico architetto, Peppino, forte delle proprie idee innovative e delle risorse economiche accumulate durante gli spettacoli itineranti, ancor prima di trasferirsi nella capitale, fece depositare presso l'Ufficio Tecnico Comunale un progetto per la realizzazione d'un grande "baraccone" stabile in legno che ospitasse spettacoli di teatro leggero e comico, operette, commedie brillanti e di teatro dialettale romanesco e partenopeo, che offrissero svago e satira sociale. Generi dei quali l'impresario di Caiazzo era innamorato, che includevano il "vaudeville", il "cafè-chantant" e il "teatro del grottesco". 

Presentare un progetto del genere nella Roma d'inizio secolo significava confrontarsi con la trasformazione della città. I propositi, sia nei contenuti che nella forma, dovevano conformarsi ai nuovi piani regolatori e agli stili dominanti tra neoclassicismo e accademismo. I progetti venivano sottoposti a un meticoloso vaglio dei funzionari ed esperti d'ogni genere, sia per le conformità che per la fattibilità. L'avviamento richiedeva preziose e rare concessioni da parte del comune. L'idea di Jovinelli piacque molto. Peppino ottenne dal Consiglio Comunale e dall'ufficio tecnico municipale l'autorizzazione amministrativa per realizzare la sua struttura in uno spazio fisso in un'area esquilina, che allora già ospitava altri baracconi dedicati al divertimento, giostre, luna park e cinematografo. C'era ancora assai spazio per ospitare un impianto dedicato al teatro. Quel posto sul colle più alto, veniva denominato "Il padiglione delle meraviglie" ed era ubicato in piazza Guglielmo Pepe. Peppe e Concetta trovarono alloggio nei pressi di piazza Vittorio. Smentendo le iniziali intenzioni di girovagare il pianeta, il buon Jovinelli piantò le radici nella città eterna.

Grazie all'ampio spazio ottenuto in concessione, l'imprenditore di Caiazzo fece costruire in un breve lasso di tempo il suo primo teatro stabile in legno, intitolandolo alla regina Margherita che tanto amava la sua regione. All'interno della struttura fece erigere una seconda arena, col fine di diversificare in contemporana diversi tipi di spettacolo, lo chiamò "Padiglione Umberto". Il sogno dell'impresario campano, alla soglia dei quarant'anni, era quello d'impiantare e far durare nel tempo un "teatro di varietà" che, sebbene non sontuoso nello stile architettonico, fosse comunque degno d'esser equiparato ad una struttura di prosa (di norma stilisticamente più ricco e nobile). Un palcoscenico rivolto prevalentmente al "popolino romano" e non solo. Nel rione Esquilino, nacque suo figlio Arcangelo che non poté riconoscere. Solo più tardi, un accordo con la moglie gli permise di riconoscere gli altri figli avuti da Concetta Calabrese: Pasquale, Graziano, Gustavo, Vittoria, Mario e Carmela, che ottennero così il cognome Iovinelli.

l'immediato successo, petrolini e L'incendio che distrusse il primo teatro

Nelle aree romane di divertimento e di spettacolo d'inizio Novecento, primeggiavano i giostrai, i quali per la maggior parte erano artigiani itineranti, spesso appartenenti a storiche famiglie del luna park d'italica tradizione ma anche provenienti da altri paesi, europei (specialmente dell'est) ed oltre. Portavano attrazioni meccaniche primitive, caroselli, case degli specchi e tanto altro. Alcuni di loro, già all'epoca, in questi luoghi d'arte varia, si dedicavano alla novità del cinematografo iniziata pochissimo tempo addietro grazie alle vedute realistiche di Auguste e Louis Lumière. Ecco perchè i romani chiamavano quell'insieme d'attrazioni in un unico luogo "Padiglione delle Meraviglie". Erano il sogno dei bambini e la gioia del popolino di fine Ottocento.

Sin dall'esordio «er baraccone Margherita» ebbe un successo clamoroso, inaspettato, immediato. Jovinelli dimostrò una sorprendente capacità di scovare giovani talenti, ingaggiandoli ad onorari alla sua portata economica. Furono tanti e bravissimi a calcare il palcoscenico del suo teatro in legno. Il top dei primi artisti scritturati fu Ettore Petrolini. Grazie al suo amico Angelo Tabanelli, Peppino fu tra i primi a capire e dare ampio spazio all'immensa genialità «der roscietto dé li Monti» rione da dove il giovane regolante Petrolini s'era da qualche anno trasferito con la famiglia. Suo padre Luigi fu costretto a spostare la propria bottega di fabbro sin lì, da vico del Grancio una traversa di via Giulia, perchè la costruzione dei muraglioni del Tevere aveva cambiato radicalmente il volto del rione, cancellando tutta quella realtà che s'era costruita intorno al fiume nel corso dei secoli.

Ettore già da bambino s'era dimostrato una macchietta esilarante, sempre allegro e pronto alla battuta ironica e pungente, mai banale. Attore teatrale in erba, debuttò a soli quindici anni al teatro trasteverino Pietro Cossa appena costruito su viale del Re (oggi viale Trastevere) e poi girovagò insieme alla compagnia di Tavanelli in diversi piccoli teatri dell'alto Lazio.

Fu nelle stagioni del teatro Cossa e del teatro di Jovinelli che Petrolini formò il fortunato duo artistico con la giovane artista "Loris". Quattro anni meno di lui, all'anagrafe Ines Colapietro, romana di vicolo della Campanella (rione Ponte), cantante e attrice minuta, dalla voce acutissima, fu partner di scena ed anche compagna di vita di Ettore, contribuendo non poco alla nascita delle sue prime celebri macchiette e al suo successo. L'avvenente Loris, bella e bravissima, fu "la collega perfetta" per Ettore. Brillante, ironica, solare, completava con successo il duo artistico, anche grazie alle generose forme del corpo, all’arte di muoversi sul palco e contrastare con simpatia naturale lo spirito graffiante del pubblico maschile, spesso feroce e condito di fischi ed epiteti volgari.

Dal palco tavolato "der baraccone esquilino" Ettore infiammò la platea con le battute dei suoi primi personaggi, richiamando una marea di folla da tutta Roma. Fu proprio a piazza Guglielmo Pepe che il giovane artista sviluppò uno stile unico basato su paradosso, nonsense e satira, creando maschere celebri come Gastone e Fortunello. Doti che presto lo porteranno ad essere incoronato metaforicamente come il "re del varietà".

"Er baracone Margherita" e quelli degli altri intrattenimenti nella piazza Guglielmo Pepe di inizio Novecento, furono poi rappresentati con ampia fedeltà durante il "ventennio" proprio dal grande Petrolini nel suo «Modestia a parte» un'opera autobiografica in cui lo straordinario artista raccontò le origini della sua carriera.

Il teatro in legno che Jovinelli dedicò alla regina Margherita, nel quinto anno del nuovo secolo venne distrutto da un incendio. Ci fu chi ipotizzò fosse doloso, forse perchè il successo che stava ottenendo Jovinelli dava fastidio a qualcuno. Nelle sue memorie, Totò racconta la storia, certamente romanzata, del primo periodo di Peppino nella città eterna, e del suo scontro con un piccolo boss della malavita romana. Chissà? Ma le strutture in legno dei teatri d'inizio Novecento erano assai vulnerabili agli incendi a causa dell'uso massiccio di materiali combustibili come legno, stoffe, scenografie, illuminazione a gas o petrolio, le prime illuminazioni elettriche spesso difettose e assenza di norme antincendio moderne. La rapida propagazione dei roghi era favorita dalle ampie volumetrie e dalla scarsa compartimentazione. Jovinelli non ne parlò mai, ne fu solo immensamente amareggiato.

la nascita del sontuoso teatro in stile liberty

Don Giuseppe indomito non mollò i suoi ambiziosi progetti e poco dopo, con l'aiuto di finanziatori che credevano in lui, incaricò l’ingegner Ulderico Bencivenga per la progettazione d'un nuovo più grande teatro. Stavolta però interamente in muratura e ferro battuto. I lavori iniziarono nel 1906, il Teatro Jovinelli fu inaugurato la sera di mercoledi 3 marzo 1909 con un grande spettacolo di varietà che vedeva tra i protagonisti l'artista suo corregionale Raffaele Viviani. L'impresario di Caiazzo costruì il suo nuovo edificio dell'avanspettacolo, comico e di rivista, per offrire all'amata città eterna un tempio del varietà lussuoso, capace di rivaleggiare con i teatri di prosa. Una costruzione su due piani dai colori chiari e dalle linee sontuose. Il pian terreno presentava tre porte con arco a tutto sesto, dalle quali s'accedeva al foyer che immetteva gli spettatori direttamente in sala, sita sul piano stradale. Due finestre ai lati del prospetto frontale della struttura riprendevano la linea delle porte, ma erano da quest’ultime staccate dalle bacheche per le locandine. Il secondo piano, che ospitava uffici e camerini e, nel soprapalco, le attrezzature di scena, possedeva tre porte identiche a quelle del pian terreno. L’intera facciata era percorsa da lesene in stucco decorate in basso da fiori in gesso, mentre le due lesene centrali terminavano sul tetto, dove erano poste due sculture a forma di aquila. La trabeazione sulla sommità dell’edificio si presentava come una sinuosa onda dallo stile tipicamente floreale, al cui centro campeggiava una conchiglia con un volto umano. La platea accoglieva seicento poltrone tutte rivestite con prezioso velluto rosso. La sala a forma di ferro di cavallo veniva sovrastata da una fila di palchi che rimandano a grandi teatri famosi. Invece la galleria posta sui palchi era dotata di gradoni ascendenti a completare lo spazio destinato agli spettatori raggiungendo una capienza complessiva di circa mille posti. Alcune colonnine in ghisa fungevano da decorazione per la struttura interna, e si chiudevano in archi carichi di decorazioni floreali sulla parte alta della galleria. Grandi lampadari abbellivano ed illuminavano tutta la sala.

Si pensò d'intitolarlo alla memoria di re Umberto primo di Savoia. Venne invece chiamato «Teatro Jovinelli». Negli anni precedenti la prima guerra mondiale divenne uno dei più importanti teatri di varietà della capitale. Il nutrito programma degli spettacoli comprendeva, in genere, numeri di canzonettiste e duettisti, attori comici e macchiettisti, danzatrici, acrobati e trasformisti.

L'incontro tra don Peppino Jovinelli e Totò

Sin da subito ospitò i grandi nomi del varietà e i più importanti comici. A don Peppino è legata l'affermazione nel mondo dello spettacolo di Totò. Il "principe della risata" dopo tante peripezie che stavano facendo allontanare l'artista da quei pochi palcoscenici minori che aveva potuto calcare prima nella sua Napoli e poi a Roma. Nessuno ancora credeva in lui. Antonio De Curtis s'era dovuto metter di traverso alle intenzioni della famiglia appena trasferitasi nella capitale, dopo che il severo padre Giuseppe l'aveva riconosciuto e sua mamma Anna Clemente dopo anni di fortissima pressione per avviarlo alla carriera ecclesiastica non era assolutamente contenta della propensione del figlio all'arte teatrale: «Meglio 'nu figlio prevete ca 'nu figlio artista» affermava. Il giovane Antonio stava per mollare soprattutto perchè impossibilitato economicamente a continuare. La sua innata ironia partenopea e l'immensa passione lo spinsero a combattere la solitudine e gli impedimenti e a non mollare. Aveva circa vent'anni quando, dopo aver rimediato quaranta centesimi di lira per i biglietti d'andata e ritorno del tram, con coraggio si presentò all'Esquilino al titolare del teatro Jovinelli, un uomo evidentemente rude conosciuto e rispettato per un suo passato scontro con un piccolo boss della zona. Come lo vide gli sembrò suo padre, tuttavia aveva occhi vivi, profondi e uno sguardo penetrante con un'espressioni che sottolineavano forte intensità cognitiva. Il breve colloquio andò inaspettatamente bene e Antonio De Curtis con sua gioia e incredulità, venne preso. Debuttò col nome di Totò imitando le macchiette del famoso Gustavo De Marco, che militò tra gli attori di Jovinelli per lungo tempo. Esordì con tre macchiette: "Il bel Ciccillo", "Vipera" e "Il Paraguay" che ebbero un buon successo di pubblico e un impensabile entusiasmo da parte di Jovinelli. Il buffo comico firmò un contratto prolungato col suo teatro, recitando in diversi esilaranti spettacoli.  Jovinelli organizzò addirittura un finto match tra lui e il pugile Oddo Ferretti, campione dei pesi medi. Si narra che durante la rappresentazione Totò colpì inavvertitamente con un vero pugno il pugile. Il quale, innervositosi, ricambiò colpendo a sua volta l’attore che si rifugiò in platea tra il pubblico che rideva a crepapelle perché pensava che si trattasse di una divertente macchietta. Ma Totò non fu l'unico grande artista scritturato dall'impresario di Caiazzo. In tempi diversi s'esibirono per lui oltre a Raffaele Viviani, Gustavo Di Marco e Totò, anche artisti del calibro di Gennaro Pasquariello, Armando Gill, Alfredo Bambi, Virgilio Riento, ed ovviamente Ettore Petrolini e molti altri.

Giuseppe Jovinelli

Raffaele Viviani

Antonio De Curtis

Gustavo De Marco

la morte di don Peppino, l'epoca degli orrori e il declino del teatro

Raggiunto il benessere economico, ormai affermato impresario dello spettacolo facente parte dell'alta borghesia romana, Giuseppe Jovinelli sentì il bisogno di ringraziare la buona sorte, dimostrandosi uomo di grande altruismo. Si dedicò al sostegno di artisti in difficoltà, ospedali, orfanotrofi ed enti beneficiali.

Nello stesso giorno in cui a Landsberg in Baviera Adolf Hitler venne rimesso in libertà dopo esser stato condannato per alto tradimento, periodo durante il quale scrisse il Mein Kampf, nella città eterna cessava di battere il cuore di don Peppino. Era sabato 20 dicembre 1924, aveva solo cinquantotto anni. Alla direzione della sua creatura successero i figli. Arcangelo prima, poi Pasquale e Graziano. Infine, prima della cessione che verrà negli anni Ottanta, da Franco e Marcello.

Nove anni dopo la scomparsa di Giuseppe Jovinelli, con l'invasione della Polonia da parte della Germania nazista scoppiò la seconda guerra mondiale. Cinque dopo lo scoppio del conflitto vennero emanate anche nel "bel paese" da Benito Mussolini le abominevoli leggi razziali. Ne passarono altri due ed anche l'Italia entrò in guerra alleandosi dalla parte sbagliata. Per tutto l'anno successivo sino a quello dopo ancora la Germania nazista costruì i cinque nefandi campi di sterminio nella Polonia occupata: Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka e Auschwitz-Birkenau ed ebbe inizio l'Olocausto con l’assassinio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica ad opera del regime nazista tedesco, dei suoi alleati e dei suoi collaboratori.

Il Teatro Jovinelli visse in quei terribili anni un periodo di transizione, cercando con grandi difficoltà d'offrire intrattenimento popolare e sollievo al popolo romano affranto dalla guerra. Purtroppo con le enormi problematicità causate dal conflitto, con forti restrizioni al teatro dialettale e alla satira politica e la mancanza di fondi pubblici, precipitò velocemente verso il declino.

IL periodo del degrado e la rinascita col nome AMBRA JOVINELLI

Dopo la guerra, con la trasformazione del teatro in cinema, alcuni interventi cambiarono il volto e gli interni della struttura dello Jovinelli. Divenne anche una sorta di palasport ante litteram, ospitando moltissime riunioni di pugilato, diffusissimo e assai praticato in quel tempo. Negli anni successivi fu addirittura adibito come palco per spogliarelli e cinema a luci rosse. Insomma, il  rinomato e stimato tempio dell'avanspettacolo teatrale, di comici e macchiette, delle soubrette e ballerine, crollò di reputazione.

Giovedi 29 aprile 1982 un incendio, causato da un malfunzionamento tecnico, bruciò l'intera struttura, decretandone la definitiva chiusura e l'abbandono. La famiglia Jovinelli mise in vendita lo stabile, che venne acquistato nel 1990 da una società milanese che non rese noti i progetti futuri. Per un non corto lasso di tempo i cittadini romani temettero che venisse trasformato in un centro commerciale. Nel luglio del 1996 finalmente un gruppo di giovani coraggiosi artisti ed intellettuali, s'animò per il recupero del teatro, organizzando all'interno dell'ormai fatiscente costruzione una serie di spettacoli teatrali e mostre monografiche con l'intento di destare maggiore attenzione nell'opinione pubblica. Forse proprio grazie a quest'iniziativa, nel 1997 la facciata stile liberty dello stabile (ancora quella originaria) fu posta sotto il vincolo del Ministero dei Beni Culturali, con l'obbligo per i proprietari di preservazione della stessa poiché considerata patrimonio artistico. L'anno successivo i nuovi proprietari presentarono alle istituzioni una domanda per il restauro ed il recupero dell'intera struttura. I lavori durarono fino al novembre del 2000 e l'anno dopo il teatro fu riaperto per volere del sindaco Walter Veltroni, col nome «Ambra Jovinelli» (secondo alcune fonti, l'estensione del nome fu legato alla gestione di una società chiamata Ambra. Altre, perchè la lettera iniziale lo avrebbe collocato nei primissimi posti della lista divulgativa degli spettacoli teatrali della capitale).

La direzione artistica venne affidata a Serena Dandini e quella di sala ad Antonino De Pasquale. Tuttavia, nonostante gli straordinari successi di pubblico e le grandi doti artistiche della Dandini e le capacità di De Pasquale, l'Ambra Jovinelli purtroppo affrontò ancora notevoli difficoltà, sia economiche che strutturali, culminate con una nuova temporanea chiusura. Fu breve.

Il teatro Ambra Jovinelli oggi

Il tempio dello spettacolo teatrale all'Esquilino finalmente riaprì i battenti domenica 26 dicembre 2010 e da allora è tornato prepotentemente ed ininterrottamente in auge nel firmamento artistico romano e nazionale. Gestito oggi da una realtà legata alla valorizzazione del patrimonio culturale: "Officine Culturali Società Cooperativa Sociale", con la brillante e lungimirante direzione artistica di Fabrizia Pompilio, ogni stagione offre il meglio degli spettacoli del teatro italiano (e non) della stagione.