IL RACCONTO DELLA CRIMINALITÀ ROMANA di Claudio Di Giampasquale
Per raccontare in modo esaustivo le origini e lo sviluppo nei secoli della criminalità romana bisognerebbe redigere un lungo compendio strutturato, in relazione alle diverse epoche e circostanze storiche e a causa dell'oscuro influsso di multiformi insediamenti di altre tipologie di delinquenza e malaffare provenienti da vari luoghi d'Italia e del mondo.
Sin dall'impero dei cesari si mescolarono nell'urbe diverse etnie con le primigenie popolazioni della suburra. Di conseguenza, emersero "abitudini ibride" tra cui non poche tendenti al malaffare. Tra le pendici del Quirinale, del Viminale, dell'Esquilino, vicino al Foro Romano e alle "Carinae", di generazione in generazione s'amalgamò fisiologicamente un composto omogeneo quasi fuso d'umanità in un unicum
«civis romanus sum»
obbligato sì a rispettar le regole e gli obblighi imperiali, tuttavia con consueti fenomeni illegali d'ogni genere, tra cui l'aumento vorticoso della prostituzione nei postriboli.
Nel susseguirsi delle epoche storiche, questo pot-pourri umano di romani, ovviamente seguì il corso degli eventi, alimentato a mano a mano nei secoli dagli ulteriori percorsi verso la città eterna: dall'antichità imperiale dei "latrones" (malviventi) al trauma della caduta di Roma; dai secoli bui della prima era della città dei papi sino agli splendori del Rinascimento; dal Settecento ai tempi moderni, ebbene nella città eterna fu tutto un "work in progress conseguenziale" del cammino della malavita, verso peculiari usanze e regole. Ma soprattutto attraverso un linguaggio che nel tempo evolvette dal latino al vernacolo sino al più recente romanesco in un idioma che si capiva solo
nel cosìdetto «ambiente» cioè un vero e proprio «gergo dé la mala» ricco di parole ed espressioni particolari o allusive.
Questa specie di codice verbale con specifiche regole comportamentali si manifestò nel mondo del malaffare, ed anche nella comune malavita che imperversò ovunque con ruberie, estorsioni e abigeati. Dall'era pontificia del Trecento fino all'epoca del ventennio fascista, proliferò nell'urbe perfino un malaffare legato a potenti famiglie nobili che usavano milizie private composte da soggetti appena descritti per lotte intestine tra fazioni. Addirittura confraternite a volte nascondevano attività illecite assoldando malandrini, reperendoli maggiormente tra i grevi coatti trasteverini e montigiani.
ER "GERGO DÉ LA MALAVITA ROMANA"
Il termine è d'origine provenzale “jargon”, si tratta di "un linguaggio nel linguaggio" parlato in origine nei rioni di Roma più popolari e poi in tempi moderni prevalentemente nelle borgate, da specifici gruppi sociali, che non intendevano farsi comprendere da altri. Non è esistito soltanto il gergo dei delinquenti, ma anche quello parlato dagli adepti di sette religiose o politiche, oppure quello degli appartenenti a determinate corporazioni, ad esempio il gergo degli operai, degli artigiani, dei girovaghi, addirittura quello di determinate categorie di commercianti, quelli di una volta, tipo i "pizzicaroli" i "macellari" o i "fruttaroli" che lo adottavano tra loro per non farsi capire "in certe circostanze" dagli avventori. Eppoi c'era il gergo parlato "sempre in certe circostanze" nel ghetto dai romani di religone ebraica, ed anche quello degli zingari.
Tuttavia, poiché l’intento primario del linguaggio gergale era quello di sottrarsi al controllo altrui, non c’è dubbio che il gergo “per eccellenza” linguisticamente più ricco che si è di più evoluto nella storia, sia proprio quello "malandrino".
Però è necessario quando ci si accosta a tale codice linguistico spazzar via l'equivoco piuttosto diffuso, cioè che il «gergo della mala romana» sia zeppo di parolacce (se si escludono pochissime espressioni di rivoltante oscenità). Esso dimostra volutamente scarsa inclinazione per la volgarità, ed anche quando si sbizzarrisce nell’epiteto e nell’ingiuria non scade mai nell’oscenità gratuita. Quella che non è inquientante non è certo la forma, piuttosto il significato celato. Eccone qui di seguito solo alcuni esempi per far meglio comprendere cosa intendo:
ANNI DÉ MEDITAZIONE: si riferisce agli anni trascorsi in carcere
ARECCHIATO: usato per dire quando una persona è stata arrestata
ASSO DÉ DENARI: in questo modo viene definito un Carabiniere
AMOREGGIARE: termine per chi sta facendo da "palo" a chi sta rubando
BOJACCIA: nel "gergo della mala" questo termine si riferisce a una spia
BOVO GIALLO: questo è il termine dato a un orologio d'oro
BRIJA: così viene definita nel codice malandrino una preziosa collana
BUIOSA o GABBIO: nome che la mala dà alla una cella di una prigione
CANCELLI o MANTELLATE: carceri di
Regina Coeli a via della Lungara
CANTÀ: chi canta è colui/ei che cede alle pressioni o al rimorso e confessa
CAPEZZA COR BOVO: è una catena pesante con un orologio d'oro
BUIOSA: il nome che la mala romana dà alla una cella di una prigione
CHI SE SÓ SERVITI?: chi hanno arrestato?
ER CARPINATORE: chi commette una rapina
ER COVACCHIO: sono gli arresti domiciliari
CUCUZZE: sono gli anni di carcere (la cucuzza in gergo è l'unita di misura)
ER DÉ PIÙ: il capo d'una banda, ma anche il direttore d'una banca, o d'altro
FÁ FORBICIONE: scippare, rubare camminando
FANFIÈRA: sorveglianza speciale di pubblica sicurezza
FASSE N'VARZERE: litigare di brutto, generalmente detto per le donne
ER FERO: pistola da impugnare con una mano, generalmente tascabile
IMBATECCÁ: farsi sorprendere dalle forze dell'ordine
SPARECCHIÁ N'ARTARINO: compiere un furto facile e di poco conto
LA GIUSTA: la Giustizia, ma anche il rispetto delle regole d'un accordo
LA TROTTA: le guardie e le ronde in pattugliamento per prevenire crimini
LAGGIÙ: termine usato dalla mala per definire chi si trova in carcere
MORESCA: il ricavato o il frutto di un furto. La refurtiva
MORESCATORE: il ricettatore che commissiona un furto
ER NUMERETTO: lotto cladestino, considerato dai papi peccato gravissimo
OSSO DE PRECIUTTO: termine della mala per definire un fucile
ER PALOMBACCIO: termine per definire la vittima d'un furto eseguiro
PESCE DÉ LAGO: per definire invece la vittima d'un furto da eseguire
PILA: nell'ambiente questo termine definisce il denaro, radice d'ogni male
RICEVE ER BENSERVITO: essere assolto in un processo
RONDINELLA: il contenuto d'un messaggio segreto
SERENATA: furto con scasso, forzando una cassaforte
BOVO CÓ LA CAPEZZA: è una catena con un orologio d'oro da tasca
BIANCHETTO: così la mala romana definisce il prezioso argento
BUTTÁ: termine che definisce nell'«ambiente» l'azione di derubare
BUTTÁ AR PORTONE: furto a una persona mentre stà dormendo
ANNATO N'BIANCO: così la mala intendeva il fallimento d'un colpo
PAPPONE o RICOTTARO: termini del "protettore" e sfruttatore di prostitute
J'HANNO ALLUNGATO LA VITA: lo hanno impiccato
SACCAGNATA: termine per definare lo sferrare d'una coltellata
I BULLI: ONORE, AMORE E MORTE
Capitolo a parte fu l'universo del romantico mondo dei «bulli dè roma». Nei rioni, in particolare quelli di Monti, Trastevere, Regola, Borgo, Ponte e Parione era "vangelo portà rispetto ar coltello" e si era convinti che: «la pericolosità der pugio è ná conseguenza no dell’arma stessa, ma dell’animo der suo portatore. Cioè se fosse ná persona maligna o magára benevola». Tre elementi del modo di vivere caratterizzava i bulli, «amore» «morte» e «onore», questioni insolvibili a parole e che si risolvevano solo col coltello. L'antico bullismo prosperò a Roma fino all’affermarsi della dittatura fascista e con l'entrata in guerra. Nel dopoguerra, dagli anni della ricostruzione, la malavita romana cambiò forma, contenuto, abitudini ed efferratezza. Fiumi d'inchiostro sono stati scritti a proposito. È un tema vasto che in tempi più recenti si è evoluto dall'archetipo del "borgataro pasoliniano" a temibile malavitoso membro di una criminalità organizzata complessa e politicamente collusa. Un fenomeno ampiamente raccontato da scrittori, artisti e giornalisti in opere e narrazioni che spaziano tra letteratura, cinema e inchiesta.
I DUELLI DELLA MALAVITA ROMANA di Daniele Moretto
La legge della mala stabiliva procedure sommarie per le questioni, quando le risse non divampavano improvvise, come nel fattaccio di Santa Lucia. Gli antagonisti non s'avvedano d'essersi già feriti prima ancora di sapere i moventi della questione. Dopo tutto c è una procedura anche per gli scontri tra bulli. Intanto, una sfida si raccoglie sempre, poche parole e si stabilisce il posto, l' ora e l' arma del duello. «Allora, t'aspetto. Che té porti?» e l'altro: «er coltello me stà bene» . È detto tutto.
Se chi, sfidato, scejeva, che so, il rasoio, l'accetta, un chiodone, probabilmente sarebbe stata questa l'arma. Raramente si era sleali, cacciando un'altra arma, al momento di battersi.
Il duello dei bulli romani era quello che era:
«con n'colpo solo ce sé poteva giocà la vita o diventà n'omicida».
Talvolta, interveniva una specie di arbitrato, nel caso s'interponevano gli amici, per la riconciliazione, procedura rara. In tale evoluzione, s'andava da un amico serio. I contendenti accompagnati dai "padrini", discutevano in merito alla questione, e alla fine si conclude la disputa con la stretta di mano della pace. Oppure si procedeva con il duello.
Qualora uno dei contendenti non gradiva la soluzione concordata dai compagni, pace o duello, e rifiutava sottomettervisi, pigliava le botte da tutti. Si faceva pace con la stretta di mano dovendo dire:
«Quest'è la mano dé n'vero omo». E di rimando l'altro doveva rispondere:
"Puro m'associo io".
Dopo di che ci si abbracciava col rituale bacio, anche fra padrini, e si festeggia l'evento con una bicchierata o con un simposio, alla romana, ognuno doveva pagare la parte sua.
Ma di solito, lanciata la sfida, le parti non si riconciliano e finiva in tragedia. Comunque poteva assistere ad un duello, i posti più frequentemente scelti erano il campo Boario, Ripa Grande o alla Renella Sottoponte, oppure in un vicoletto di Trastevere.
Non era escluso che, a un certo punto, per un imprevisto motivo, che padrini e amici stessi venissero ai ferri.
Il duello, normalmente, si svolgeva alla spicciolata. Gli avversari, toltasi la giubba, se l' intorcinano al braccio sinistro, quindi cacciavano il coltello mettendosi in guardia, e al cenno, s'insaccavano. Appena uno era toccato (a morte, ferito o senza esito) finiva il duello. Ma se all' improvviso, uno dei due riattaccava, poteva essere affrontato anche dagli amici.
Del resto, nessuna regola stabiliva le modalità dell' incontro, ognuno colpiva come meglio poteva, a volte anche ricorrendo a mosse sleali. Come quel bullo, che a piazza del Popolo sopraffatto, gridò alle guardie, e appena l'avversario si voltò lo colpì uccidendolo.
Ci furono casi, al momento d'incrociare i ferri, che uno dei due porgesse le scuse a chi si riteneva offeso. Il duello allora non aveva luogo, ma con quel gesto il bullo pentito "perdeva l'onore". Può darsi pure che l'offeso non accettasse le scuse e insistesse per aver piena soddisfazione, allora qualcuno dei presenti, facendo opera di mediazione, generalmente faceva un discorsetto del genere:
«s'è umiliato, s'è scusato, s'è riconosciuto n'torto, lascialo stà...».
Al che l'altro avrebbe comunque potuto insistere ancora per il duello. In tal caso l'incontro si combatteva tra l'ostinato duellante e gli amici.
Taluni, inoltre, al momento di battersi s'arrendevano al buon senso, finivano per ragionare, e non non è detto che tale atteggiamento fosse dettato solo dalla paura. In tal caso i duellanti esitavano, si guardavano e all'improvviso buttavano i ferri a terra e s'abbraccivaano commossi in lacrime. Più d'una volta capitò.
Prima di un duello infine, capitava che qualcino degli amici in disparte provasse a stabilire una riconciliazione all'ultimo momento, non accadeva spesso, anche perchè a Roma c'era il detto: «Chi se m'impiccia paga dé persona».
E a tal proposito, disse il vetturino d'una botticella a un cliente "corcato dé botte" mentre lo portava all'ospedale:
«V'hanno rotto la capoccia, me rincresce, ma pé n'antra vorta nun vé m'picciate mai, nun vé n'ntrigate mai e tirate a campà, eppoi quello che succede succede, e chissene frega, me lo diceva sempre mì nonno bon'anima, quest'è l'unico modo p'annà avanti».








