IL RACCONTO DI CECCOLELLA di Claudio Di Giampasquale
Dalla sua venuta al mondo la figura di Francesca mostrò qualcosa di straordinario in sè. Figlia di donna Iacobella de' Roffredeschis e del "nobilis vir" Paolo Bussa de' Leoni, nacque all'inizio del 1384 nel palazzetto di famiglia situato nei pressi di Tor Millina sulla riva sinistra del fiume, nel cuore di Parione, esattamente nell'area "in agones". Era una caratteristica zona che in quell'epoca ancora manteneva la forma concava dell'antico stadio inaugurato poco meno di tredici secoli addietro dall'imperatore Domiziano (quella che duecentocinquant'anni dopo diventerà lo splendido gioiello barocco di piazza Navona).
La popolare contrada accoglieva sulle rovine romane, piccole case, torri e le prime chiese storiche del rione. L'ampio slargo al centro era luogo di ritrovo pubblico ove ogni giorno, tranne la domenica, si svolgeva un importante mercato.
I genitori della bimba battezzarono la propria figliuola nell'antica basilica sorta sulla cripta posta nel luogo ove Sant'Agnese venne martirizzata durante le persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano. Francesca Bussa de' Leoni fu anche cresimata in questo significativo luogo di culto nel "rione del grifo". Chiesa che meno di tre secoli dopo, prospettandosi sulla rinnovata piazza Navona, diventerà uno dei massimi esempi del barocco romano con la facciata concava progettata dal Borromini per esaltarne la cupola. Sull’altare della cappella dedicata a Santa Francesca Romana, ancore oggi è possibile ammirare una pala marmorea dello scultore Domenico Guidi con la beata affiancata da un angelo che mostra il libro della Regola e nella volta un affresco, attribuito al pittore Francesco Cozza , che la rappresenta assunta in cielo e accolta dalla Trinità.
Mamma Iacobella era una donna premurosa, con un profondo senso di spiritualità e religiosità. Sin dai primi anni di vita inculcò alla sua bambina sentimenti di bontà, compassione e carità verso il prossimo bisognoso. "Ceccolella", così chiamata dai suoi cari e successivamente dai concittadini, fu una bimba precoce, saggia e di carattere riservato. Non frequentò molto i coetanei. Venne istruita in casa, amava leggere le biografie dei santi ed era attratta dalle cose dello spirito. Il suo desiderio sin da piccola fu quello d'esser accompagnata da sua madre a visitare le chiese. Ne conobbe tante, in tutti i rioni della città. La prediletta divenne quella di Santa Maria Nova situata di fronte al Colosseo, accanto alla Basilica di Massenzio. Qui s'infatuò dei ritmi di vita della comunità dei monaci "olivetani benedettini" che ne avevano cura. Uno stile esistenziale che si basava sulla «Regola» di San Benedetto, conosciuto come «ora et labora» (prega e lavora). S'appassionò a questo motto che sintetizzava la struttura della giornata monastica di quei suoi amici, in perfetto equlibrio tra la preghiera comune (liturgia delle ore) con il lavoro manuale e intellettuale. "Frà Ippolito" maestro dei novizi e priore, divenne il suo assistente spirituale. Ceccolella s'innamorò dei lunghi periodi di silenzio di quella comunità religiosa, fondamentali per la meditazione e la preghiera interiore. Era una ragazzina speciale, fuori dall'ordinario, aveva imparato a leggere e scrivere a quattro anni avvantaggiandosi rispetto ai suoi coetanei, cioè quei pochi che avevano la possibilita d'istruirsi (prevalentemente figli di nobili e ricchi), particolarmente in materie come scienze, storia, geografia e soprattutto teologia. Faceva meno fatica di loro a imparare cose nuove. a otto anni leggeva e parlava perfettamente in latino la lingua alta della cultura e in italiano che alla sua epoca era un "volgare polimorfo". Aveva spiccate qualità verbali, buona memoria, immensa curiosità, fantasia sterminata e un'ampia gamma d'interessi. Dopo lo studio e la preghiera passava buona parte della propria giornata a sperimentare come funzionava gli oggetti della casa. Alla sua verde età aveva un'insolita inclinazione e capacità di comprendere molte parole o significati metaforici. Adorava spesso esprimersi con un senso dell’umorismo che la spinge a creare in continuazione indovinelli e giochi di parole. Quelle poche persone che ebbero la fortuna di frequentarla, rimanevavano "contagiati" dall'entusiasmo e dalla sua luminosità.





