ER TEMPIO DÉI MESTIERI A TRASTEVERE di Claudio Di Giampasquale
La suggestione che Roma può suscitare è stupefacente, quando si dice che «ogni angolo della città eterna profuma di storia» è realtà. Molti non si soffermano a riflettere sull'enormità del senso di questo detto, lo percepiscono ovvio in quanto la storia e le vicende di Roma sono sin dall'infanzia oggetto di studio sui banchi di scuola. Eppoi Roma "ritorna" nella vita, a tutte le età, con i suoi racconti di quotidiana cronaca e l'oceano di letteratura e arte, il cinema e la televisione. Per non parlare delle suggestive leggende tramandate da secoli che seducono gente di ogni dove. Il fascino di Roma e dei suoi dintorni è intrigante, è desiderio di scoprire e di saperne di più. Non basta una vita per conoscere e assaporare tutti gli ingredienti che farciscono le sfoglie di questa lasagna di epoche; la città eterna è una coesione di strati pregni di luci e ombre, di comprensibilità e mistero, di sacro e profano.
Ecco il racconto di un'antica casa della Madonna che a differenza di molte chiese romane fu edificata dal popolo e non da papi o nobili, questa la vollero gli antichi artigiani e commercianti di Trastevere e dei rioni popolari nei pressi del fiume. Ha un enorme significato per chi è nato qui, perchè rappresenta un ponte tra passato e presente. Inoltre permette a coloro che veramente amano Roma di scoprire un'altro pezzetto delle sue immense radici storiche e culturali; nonché di tradizione e leggenda.
Gli "horti trans tiberim" di fronte all'emporium, sulla riva opposta del fiume
A Ripa Grande la zona di Trastevere un tempo nota per il più famoso scalo fluviale della città pontificia, sorge una delle più caratteristiche chiese del rione, è «Santa Maria dell'Orto» le cui origini risalgono nel lontano quindicesimo secolo.
Dopo la decadenza dell’antico porto imperiale sulla riva sinistra (Emporium) avvenuta gradualmente nell'arco di circa un millennio, ci fu un lento e progressivo spopolamento dell’area tra le pendici del "Mons Testaceus" (monte dé cocci) e quelle del "collis Aventinus" che favorirono lo sviluppo di un'altro scalo portuale sul Tevere, appunto quello di Ripa Grande, situato di rimpetto all'antichissimo Emporium, sulla riva opposta (destra) in un'area anticamente chiamata "Trans Tiberim" (oltre il Tevere) nome che poi già dai primi secoli del secondo millennio evolse nel vernacolare "Trestevere". Ebbene la denominazione di quell'area rurale, ancor più in seguito, dal tredicesimo secolo si stabilizzò nel leggendario appellativo del rione che conosciamo oggi. Trastevere allora era un vasto territorio rurale di campi e horti, ove svettavano torri di costruzioni fortificate di sontuosi palazzi appartenenti a famiglie nobili tra cui gli Anguillara, gli Orsini, i Mattei, i Farnese e non solo, ma soprattutto costellato da umili abitazioni popolate da pescatori, marinai, artigiani e trafficanti. Fu in questo scenario che «er piccolo scalo dé barcaroli dé Trestevere sú la stessa ripa der fiume » ("ripa"in latino significa "riva") sviluppò sino a divenire il mitico «Porto dé Ripa Grande».
lo sviluppo del vīcus populāris al di là del tevere
Anticamente, sino alla metà del quarto secolo del secondo millennio, quest'area dietro il porto detta «prata mutia» era pressoché disabitata, vi si estendevano diverse ampie zone adibite a orti in cui si coltivavano prevalentemente cereali, erbe speziali, ortaggi e farro eppoi vi erano uliveti e vigneti. L'agglomerato urbano s'era sì sviluppato, già da secoli, ma più all'interno, un pó più a nord delle sponde del Tevere. La considerazione di questa vasta zona come parte della città iniziò con l'imperatore Augusto, che divise il territorio di Roma in quattordici "regionis" tra le quali la "regio Transtiberim" sorta come "vīcus populāris" al di là del fiume. Trastevere s'infittì a mano a mano nel tempo con le sue caratteristiche casette tra loro attigue in un labirinto di viottoli, forte era il contrasto tra le ricche e possenti abitazioni dei signori e le casupole delle persone più povere edificate in particolar modo tra le pendici del "Collis Ianiculum" sino alla sacra "Insula Tiberis" a corollario delle sontuose proprietà e orti dei palazzi nobiliari ed ecclesiastici. Mercanti, pescatori, artigiani e comunità "forastière" diedero vita a un agglomerato urbano che assunse una sua marcata identità. Questa "regio" divenne nel medioevo"rione popolare" e proseguì a crescere con i suoi fitti e tortuosi vicoli, le sue suggestive piazzette e le sue caratteristiche case pullulanti di vita, attività, taverne e botteghe di mestieri e arti, di chiese e ospedali. Cioè acquisì quelle peculiari connotazioni romanesche popolari e romantiche, che nei secoli divennero motivo di vanto della città: un rione pullulante di sentimentalismo, caleidoscopica umanità e tradizione.
l'erbarólo e il miracolo della madonna dell'orto
Vox populi narra che "c'era ná vorta a Trestevere" un ortolano che abitava esattamente in "vicolo dé l'Olmetto": in origine questa strada si chiamava vicolo e non via come oggi e confluiva nella scomparsa omonima piazzetta (demolita a fine 'Ottocento con la realizzazione del lungotevere degli Anguillara) ove da secoli c'era "n'arbero dé ormo" famoso nel rione perchè nei periodi sotto pasqua, dai primi di marzo sino a tutt'aprile era carico di prelibate e tenere "samare" che anticamente piacevano tanto ai trasteverini che chiamavano questi piccoli frutti «er magná dé la carestia» oppure «er cibbo dé poveri».
Il modesto erbivendolo esponeva le proprie merci su un banchetto in piazza dei Mercanti, coltivava frutti di stagione ed erbe officinali in una porzione di orto ottenuta in uso dall'abate degli "Umiliati di Santa Cecilia". In quanto le suore e i frati di quest'ordine religioso erano per tutti i mesi dell'anno dediti alla manifattura della lana, creando"optimi panni" per il clero e i nobili. La loro fu una prolifica e preziosa attività che arricchì talmente l'ordine al punto d'arrivar a finanziare anche attività bancarie pontificie e non (vennero per questo soppressi il secolo successivo perchè stavano diventando troppo potenti) e quindi non avevano tempo per dedicarsi alla cura del loro ampio terreno al centro della grande spianata dell'Orto di Muzio alle spalle del porto fluviale. Lo diedero così in uso a diversi raccomandati volenterosi abitanti del rione, tra cui l'«erbarólo dé l'ormetto»
Venne un giorno
"in fine quinto decimo saeculum"
che il pover'uomo nel pieno del suo lavoro nell'orto ebbe un brutto malore che gli paralizzò la mobilità di metà del corpo, per esattezza tutta la parte destra dalla testa ai piedi; non essendo mancino putroppo questa paralisi gli impedì di lavorare. Fu per lui una tragedia perchè viveva da solo ed oltre alle difficoltà per le normali faccende personali ed intime quotidiane, a causa della forzata interruzione della sua attività e la conseguente mancanza di sostentamento economico. L'erbarólo avrebbe dovuto purtroppo rinunciare anche all'uso della sua porzione di orto.
Dopo qualche settimana, quando il suo fisico glielo permise, disperato, trascinandosi faticosamente, si recò sorreggendosi con un bastone fino all'accesso del suo orto dov'era apposta la sacra immagine della Santa Vergine Maria con in braccio il bambino Gesù. Rimase a lungo in preghiera, in lacrime le chiese il miracolo della guarigione, le promise solennemente che se gli avesse concesso la grazia avrebbe tenuto per tutta la sua vita una lanterna ad olio accesa di fronte ad essa, e che avrebbe fatto costruire dai suoi più cari amici ortolani una struttura coperta per proteggere lei e la lanterna dalle intemperie. E così fu; nelle settimane successive il pover'uomo cominciò a sentirsi meglio, e nei mesi successivi a riacquistare pian piano sensibilità e mobilità nella parte del corpo offesa dalla malattia, sino al punto di riacquistare la capacità, la forza e le energie per riprendere il suo lavoro nell'orto ed anche quella della vendita dei suoi ortaggi in piazza dei Mercanti. Fece erigere una piccola cappella grazie al sostegno sia economico che pratico della «corporazione degli ortolani» della quale faceva parte.
Tutta Trastevere rimase impressionata dal miracoloso evento e la voce si sparse velocemente di bocca in bocca negli altri rioni.
Il porto, le
"Università dei mestieri"
e LA FRATELLANZA DELle corporazioni
Dall'inizio del secondo secolo del primo millennio a Roma si manifestò il fenomeno corporativistico in maniera organizzata al fine di regolamentare e tutelare le attività delle persone che facevano lo stesso mestiere per vivere. Gli artigiani, gli agricoltori, i mercanti si dettero delle regole, raccolte in "documenti fondamentali" che definivano i precetti interni, l'organizzazione e il funzionamento della relativa "artis" in particolar modo i canoni d'etica professionale misti a disposizioni di carattere protezionistico. Nel 1492 le "corporazioni dei mestieri" di Trastevere vennero unite in un'unica compagnia che fu elevata a "arciconfraternita" dal pontefice Alessandro VI. Insomma l'insieme dei "fratelloni" divenne un'istituzione pesante e ricca che diede avvio ai lavori della chiesa che venne iniziata da Giulio Romano e completata da Guidetto Guidetti che concluse i lavori nel 1566. Le corporazioni trasteverine fissarono subito anche le più piccole normative dello statuto dell'arciconfraternita che riguardavano "artificis et laboris", l'apprendimento del mestiere e le garanzie del trapasso generazionale. Queste stituzioni ben viste dalla Chiesa contribuirono non poco allo sviluppo dell'economia e delle tradizioni della città pontificia sino a fine 'Ottocento.
Ebbene, la cappelletta che la «corporazione degli ortolani» edificò per dimorare l'immagine della Santa Vergine e la luce perpetua che l'illuminava, venne gradualmente ampliata sino a diventare un'imponente luogo di culto e devozione, non solo per il popolo del rione trasteverino. Spontaneamente la popolazione la chiamò «Chiesa della Madonna dell'Orto» e questo nome rimase. Grandi maestri, tra i quali Jacopo Barozzi (meglio conosciuto come "il Vignola") realizzarono ricche decorazioni e opere d'arte; la facciata fu completata dall'architetto Francesco da Volterra. Le "corporazioni dei mestieri" finanziarono anche la costruzione d'un ospedale attiguo alla chiesa per assistere i poveri e i malati. Alla fine del diciottesimo secolo, purtroppo, questo nosocomio fu chiuso perchè devastato e saccheggiato dai soldati francesi invasori che trafugarono tutto, così come anche in chiesa. Il preziosissimo e ricchissimo bottino rubato fece parte dei furti (detti anche "spoliazioni napoleoniche") che privarono Roma e tante altre città d'Italia d'un immenso patrimonio artistico, purtroppo non del tutto restituito.
La zona ove questo «tempio dei mestieri» fu edificato, come detto, era al centro della grande spianata degli «Orti di Muzio», un territorio che rimase ad uso agricolo, di commercio e traffico di mercanzie fino al termine del diciannovesimo secolo. Posta ai margini delle mura, nei pressi del porto di Ripa Grande, non lontano dalla Porta Portese, la chiesa divenne il punto di riferimento delle associazioni professionali legate al rifornimento alimentare della città e dei navigli che via fiume arrivavano e partivano da e per Ostia. L'arciconfraternita delle corporazioni dei mestieri venne aperta anche alla frequentazione delle donne. Riuniva ben tredici "universitates". Ne facevano parte: gli «ortolani» e i «pizzicaroli» che furono i fondatori; i «sensali di Ripa» che erano i mediatori dei commerci locali; i «fruttaroli» vorrei specificare che mentre gli ortolani coltivavano e vendevano verdura fresca prodotta localmente, i fruttaroli invece s'occupavano della vendita di frutta (spesso esotica o essiccata) e talvolta di generi coloniali; i «molinari» artigiani della produzione della farina nei molini sul Tevere; i «vermicellari» i produttori di pastasciutta; i «macellari» e i «pollaroli»; gli «scarpinelli» che erano gli artigiani produttori di calzolerie e ciocie; i «vignaioli» producevano uva e vino; i «barbieri» e le «ornatrici» i primi oltre che tagliare i capelli e barbe agli uomini, eseguivano salassi, estraevano denti e curavano ferite, mentre le "ornatrici" erano donne specializzate nell'acconciare i capelli delle altre donne, spesso a domicilio, usando nastri, reticelle, veli e decorazioni, in particolar modo per le nobildonne dell'aristocrazia romana.
Nei secoli molte altre "universitates" apparvero nella fratellanza di Santa Maria dell'Orto e presto scomparvero, come quelle dei «barilari» facchini che scaricavano i barili di vino nel vicino porto; dei «capovaccari»; dei «legnaroli e fascinari dé marmorata» che erano facchini provenienti dall'altra sponda del fiume che trasportavano legna, fascine, pesi e facevano altri lavori nel porto; dei «marinari der Regno» i quali apparvero dopo che Roma venne annessa all'Italia; dei «misuratori dé grano e canepari». Mancava solo quella delle meretrici presenti in zona in quanto non gradita dalla Chiesa. Insomma «ar tempio dé mestieri c'era dé tutto».
La chiesa di Santa maria dell'orto
Tanto tempo fa a Roma l'istituzione Chiesa e la fede erano fulcro di gran parte delle attività umane (in particolar modo arti mestieri, commercio, le relazioni tra persone e la volontaria fraternità, nonché la vita e la morte) quasi subito l’attività delle arciconfraternite dei mestieri assunsero al loro interno la duplice funzione di aggregazione civile e di ritrovo spirituale di uomini operosi che si riconoscevano anche nella fede cattolica. La Chiesa della Madonna dell'Orto è un'esempio tangibile che testimonia questa realtà sociale d'allora. I "fratelloni" trasteverini la costruirono senza badare a spese, coinvolgendo il meglio delle maestranze artigiane edilizie e artistiche dell'epoca e continuarono ad abbellirla per lungo tempo anche dopo gli scempi e le ruberie delle truppe francesi. È un tempio cattolico rinascimentale nella struttura tuttavia barocchissimo nelle decorazioni. È a forma di croce greca e si divide in tre navate. Entrando, in alto, uno splendido soffitto a volta decorato con stucchi e dorature, con al centro con l'"Assunzione" di Giacinto Calandrucci. Voltandosi appena entrati, sopra l'ingresso principale la parete è occupata da un meraviglioso organo intarsiato Ottocentesco fatto costruire dalla corporazione dei molinari.
Guardando in fondo spicca un ricco altare maggiore capolavoro di Giacomo Della Porta commissionatogli dalla corporazione dei fruttaroli su cui campeggia la prodigiosa immagine della Madonna dell'Orto. Sul pavimento, al centro prima dell’altare, c’è una bellissima e coloratissima ghirlanda di frutta intarsiata del diciottesimo secolo anch'essa finanziata dai fruttaroli.
Il lungo transetto è absidato e raggiunge il presbiterio offrendo un ritmo classicamente quattrocentesco, il lussureggiante barocco invece si diffonde in ogni angolo tra gli aurei motivi vegetali.
La particolarità più stimolante di questa chiesa è rappresentata dalle gioconde testimonianze che ciascuna "università dei mestieri" ha disseminato nel tempo. La prima cappella a destra è quella dei mercanti e sensali di Ripa e Ripetta sul cui altare primeggia la splendida "Annunciazione" di Taddeo Zuccari. La seconda cappella quella dei vermicellari e maccaronari è dedicata a Santa Caterina con una pala d'altare in cui è raffigurato lo "sposalizio mistico della santa".
Segue la cappella dei vignaroli in memoria dei santi Vittoria, Giacomo e Bartolomeo decorata da affreschi del Baglione con un seicentesco rivestimento che copre la parte anteriore dell’altare con marmi policromi .
La cappella degli scarpinelli (artigiani delle calzature) nella navata sinistra è affrescata con pitture sempre del Baglione ispirate a San Carlo e sant'Ambrogio. La cappella dei pizzicaroli si distingue per la leggiadra pittura settecentesca di Corrado Giaquinto nella sua opera "Il battesimo di Gesù" contornata lateralmente da affreschi di Giuseppe Ranucci raffiguranti la"Predica" e la
"Decollazione" di San Giovanni Battista. Vi è poi l'altare degli ortolani dedicato a San Sebastiano, arricchito da affreschi e decorazioni. Mentre altre università dei mestieri sono rappresentate più modestamente da caratteristiche iscrizioni. Inoltre in direzione della sacrestia alzando gli occhi è possibile ammirare uno splendido soffitto a cassettoni decorato da affreschi rinascimentali e contornato da alcuni simboli delle università dei mestieri tra cui l'originale tavola in legno della corporazione dei pollaroli in cui è riprodotto un tacchino che fa la ruota. Spesso successe che i bottegai per magnificare il proprio prestigio esponessero delle lapidi autocommemorative, utilizzando così il tempo per le loro ..."inserzioni pubblicitarie dei tempi che furono".
il fortissimo legame con la comunità giapponese in italia
All’interno di una cappella a destra della navata centrale, spicca un ritratto del presbitero Giuliano Nakaura, uno dei quattro ambasciatori giapponesi giunti a Roma dopo essersi convertito al cristianesimo, morto martire nel 1633. Il rapporto fra la comunità giapponese di Roma e la Chiesa di Santa Maria dell'Orto nacque quando una missione nipponica composta da quattro dignitari giunse a Roma per incontrare il pontefice Sisto V. S'organizzò una grande festa in onore degli ospiti arrivati dal lontanissimo oriente. La mattina di sabato 8 giugno 1585 una nave riccamente imbandita con banchetti allietati da musicisti, salpò dal porto di Ripa Grande seguendo la corrente del fiume sacro alla volta di Ostia, ma come usciti in mare aperto si scatenò un'immane tempesta e tutti temettero per la propria vita. I delegati giapponesi terrorizzati si riunirono in preghiera invocando la Madonna dell'Orto la cui chiesa avevano visitato prima di partire. Poco dopo la tempesta si placò e da allora ogni anno da secoli si tiene una messa cantata di ringraziamento nel "tempio dei mestieri" in via Anicia a Trastevere con la presenza di una delegazione giapponese in Italia. Per secoli questa suggestiva ricorrenza s'è tenuta lo stesso giorno in cui avvenne il miracoloso evento. Da qualche decennio invece si tiene in occasione della tradizionale «Festa della benedizione delle mele» in autunno.
la festa della benedizione delle mele di "Arciconfraternita della Madonna dell'Orto"
«Da secoli ogni anno, ancora oggi nella nostra Chiesa di Santa Maria dell'Orto in via Anicia 10, nella terza domenica di ottobre si perpetua l'antichissima tradizione della "benedizione delle mele" da distribuire al popolo in ragione di una per ogni nucleo familiare. Come da antica consuetudine la mela deve essere essere divisa a tavola dal capofamiglia il quale ne porge uno spicchio ad ogni commensale, per rinnovare il simbolismo dell’unità cristiana.
La mela essendo rotonda rappresenta il simbolo di perfezione e contiene un numero indetrminato di spicchi o parti, a differenza degli agrumi dove il loro numero è invece già definito. Mangiandone con devozione, si raccomanda di far seguire o precedere un’Ave Maria. Il frutto recita il rito di benedizione e in quanto simbolo nell'occasione di “salute dell’anima e del corpo” dev'essere mangiato con tutta la buccia, perchè così come la sua scorza la protegge dagli agenti esterni, così la buccia della mela benedetta rappresenta simbolicamente lo scudo che impedirà al male di contaminare l’animo. Morale religiosa è che la mela benedetta diviene memoria del giardino dell’Eden e del peccato originale, rammentando che la Santa Vergine Maria fu posta da Dio trionfante in perpetuo sul serpente tentatore ossia la figura stessa del male che da sempre ogni giorno incombente tra noi».




























