UN SIMBOLO AL CONFINE TRA L'URBE E IL GHETTO di Claudio Di Giampasquale

Una catena segnava il confine tra l'antico rione Campitelli e il ghetto ove sorgeva un palazzetto medievale adibito a locanda a ridosso del tempio di Apollo Sosiano. L'antica trattoria con la possibilità d'alloggiare fu per ciò denominata sin da subito «Albergo della catena» proprio a causa dello sbarramento all'attigua stradina, non più esistente, anticamente denominata «vicolo della Catena di Pescheria». Conduceva da lì al Portico d’Ottavia e alla suggestiva chiesa di Sant’Angelo in Pescheria letteralmente incastonata (nel cuore del ghetto ebraico) all'interno delle strutture antiche del complesso ricostruto nel 27 avanti Cristo dall'imperatore Augusto e dedicato all'amata sorella Octavia Thurina Minor. Anche se i romani continuano a chiamarlo ghetto, l'originale antico quartiere ebraico non c'è più, le mura che lo cingevano furono abbattute nel 1848. Gli sbarramenti con catene venivano posti oltre che per evitare il passaggio di carri in qualsiasi ora del giorno, soprattutto per simboleggiare l'emarginazione del ghetto, ostruito all'urbe cattolica da porte che venivano sbarrate e lucchettate ogni sera al tramonto. Il toponimo di “Pescheria” riguardante la catena che chiudeva il vicoletto che dalla locanda al confine portava al quartiere ebraico si riferiva invece all’adiacente mercato quotidiano del pesce del Portico d'Ottavia che fu attivo dal medioevo sino alla chiusura nel 1885.

Albergo della Catena e il Tempio di Apollo

Mercato del pesce a Portico d'Ottavia

L'ottava porta del ghetto a piazza Mattei

Giuseppe Vasi: piazza della Pescheria

i vergognosi marchi dell'esclusione

La muraglia di recinzione del ghetto ebbe in origine solo tre portoni d’ingresso. Papa Carafa (Paolo IV) quand'ordinò d'erigere questa barrirera per confinare e isolare la comunità ebraica romana, non ne concesse di più. Fu papa Peretti (Sisto V) che ne consentì altre due. Insomma, cancelli, catene e dissuasori d'ogni genere stigmatizzavano la "ghettizzazione" della comunità residente nel quartiere giudaico. Delle cinque porte che aprivano e chiudevano l'infelice muraglia di recinzione, unendo o separando esseri umani per decreto pontificio, la principale immetteva in piazza Giudia; poi c'erano la "porta della Fiumara" vicino al Tevere; la "porta di Portico" di fronte al Portico d'Ottavia e alla chiesa di Sant'Angelo in Pescheria; poi il "portone dei Savelli" di fronte al Teatro di Marcello e infine il "portone di Ponte" vicino al ponte dei Quattro Capi sull'isola Tiberina.

Un paio di secoli dopo esattamente nel 1823 papa della Genga (Leone XII) rispondendo alle richieste dell’Austria, della Francia e dei banchieri ebrei tedeschi Rotchschild, decise d'allungare la muraglia per allargare i confini del quartiere giudaico, ormai divenuto troppo piccolo per il numero d'abitanti, di conseguenza maleodorante e con scarsa igiene. In seguito a ciò vennero incluse nel nuovo recinto sia via della Reginella che parte da via di Pescheria; quindi furono realizzati altri tre portoni: il sesto e il settimo su via di Pescheria e l'ottavo e ultimo all’inizio di via della Reginella, all’angolo con piazza Mattei (illustrazione sopra).

In sostanza per secoli nella città eterna una muraglia con le sue porte, le catene e i cancelli disposti dalle autorità per circoscrivere la sua più antica comunità unicamente perchè di diversa religione, non solo segnarono forte chiusura, segregazione e intolleranza: sentimenti che per secoli addolorarono l'anima di chi era costretto a subire, ma più d'ogni altra cosa demarcarono e limitatarono vergognosamente lo spazio concesso a determinati esseri umani per vivere in libertà nella loro amata città, poichè potevano uscire dal ghetto solo di giorno per lavorare o commerciare. I cancelli si bloccavano la sera allorchè le guardie pontificie arrivavano a sorvegliare gli accessi. Chi usciva rischiava il carcere, se andava bene subiva una pesantissima sanzione pecuniaria.

Fu papa Mastai Ferretti (Pio IX) che lunedi 17 aprile 1848 pose fine a quest'oltraggio, consentendo la demolizione della muraglia e delle porte. Tuttavia la "reale fine della ghettizzazione" (nella sua reale accezione) nella città eterna si concretizzò solo poco dopo la breccia di Porta Pia più o meno tra la fine dell'Ottocento e il Novecento, quando l'antico ghetto fu quasi interamente demolito durante i lavori di risanamento e sventramento previsti nel piano regolatore per ammodernare la nuova capitale italiana.

c'era una volta l'antico albergo della catena

Non è facile immaginare oggi com'era esattamente rivolto agli avventori quest'antico palazzetto che una volta, per secoli, ospitò la rinomata locanda popolare conosciuta come "Albergo della Catena". Come già detto si ergeva nel cuore del centro storico di Roma a un tiro di schioppo dal ghetto, che si poteva raggiungere a poche centinaia di metri percorrendo lo scomparso "vicolo della Catena di Pescheria" che conduceva al famoso mercato giudaico del pesce. La locanda univa il servizio di ristoro all'offerta di alloggio e stallaggio, proponendo la tipica cucina casareccia popolare giudaico-romanesca e vista la comodità della vicinanza con la "pescheria di Portico d'Ottavia" ogni venerdì, giorno tradizionale dell'astinenza dalla carne nella religione cattolica, per secoli, finchè il mercato del pesce del ghetto fu dismesso, propose anche il pesce.

Nel medioevo il turismo era essenzialmente religioso, si trattava di pellegrini che giungevano nella città dei papi per vedere la sede del successore di Pietro, le grandi basiliche e le reliquie dei santi. La fama dell'Albergo della Catena varcò i confini dello Stato Pontificio, il passaparola fece si che per lunghissimo tempo fosse una di quelle locande a cui pellegrini, viaggiatori, compagnie tetrali ed anche non pochi facoltosi residenti si rivolgessero volentieri.

A partire dal Seicento, nel Settecento e nella prima metà del diciannovesimo secolo crebbe a Roma il servizio d'affittacamere e di stallaggio. Per l'Albergo della Catena aumentò il numero di clienti viaggiatori che avevano una maggiore disponibilità economica, erano artisti, scrittori, poeti che giungevano da tutta Europa per vedere le meraviglie della Roma antica e classica e magari guardavano con occhio disincantato l'esistenza d'un potere religioso e politico rigoroso come quello pontificio. L'edificio medievale che ospitava la locanda venne ampliato per offrire un maggior numero di camere.

Con l'unità d'Italia la città cambiò e le strutture alberghiere e di ristorazione concorrenti si rinnovarono sull'esempio dei grandi alberghi parigini che occupavano interi edifici e isolati, a volte gestiti da svizzeri, inglesi e tedeschi. L'Albergo della Catena soffrì non poco questa nuova realtà della città eterna e faticò molto a mantenere il passo con i tempi. Tuttavia resistette.

Negli anni tra le due guerre mondiali ci fu un ritorno alle tradizioni romane e romanesche e l'Albergo della Catena con l'avvento del regime fascista trasse nuovi benefici. Era l'epoca in cui si fece di tutto per incentivare la conduzione italiana dell'ospitalità in sintonia con la politica autarchica del regime. Tutto questo durò però solo sette anni. Purtroppo la capace gestione della locanda al confine tra il rione Campitelli e il ghetto subì un colpo maldestro dal Governo quando l'edificio subì l'esproprio nell'ambito dei grandi sventramenti e isolamenti archeologici del Teatro di Marcello. La trasformazione dell'intera area fu radicale, l'Albergo della Catena cessò definitivamente la propria attività dopo le feste di fine anno del 1929. E fu così che la storica locanda amata da tutti i romani chiuse per sempre i battenti senza più riaprire altrove come fecero altre attività coinvolte dal cambiamento.

L'antico palazzetto medievale venne salvato dalla demolizione totale inizialmente prevista e fu acquistato dal Comune di Roma per i piani d'allargamento stradale della via del Mare del 1930 e fu sottoposto a un radicale restauro per isolarne le strutture medievali originali eliminando quei corpi di fabbrica aggiunti nei secoli per aumentare lo spazio e che ne alteravano il gusto architettonico e guastavano l'armonia originaria tra cui la prospettiva panoramica del Tempio di Apollo, che è possibile ammirare dal raffinato e romantico balconcino poggiante su delle mensole marmoree. Al termine dei lavori di ripristino l'intero edificio tornò ad essere costituito dalla rifusione di tre unità immobiliari, erette in tempi diversi: quella prossima al chiostro di Santa Maria in Campitelli, che sarebbe sorta sulle rimanenze di una precedente torre medioevale; eppoi quella centrale, nella quale si possono ancora vedere i resti d'un archetto che scavalcava in origine il vicolo; infine, una terza costruzione che presenta due file di mattoni disposte ad arco, la prima a coronamento per incorniciare, rinforzare e scaricare il peso sopra le finestre, mentre la seconda, minore, ha in comune con la prima il piano di imposta poggiante sulla colonna d’angolo.

Oggi, situato esattamente in via della Tribuna di Campitelli con ingresso al civico 33, il palazzetto ospita gli uffici della direzione dei musei, monumenti e scavi del Comune di Roma e della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Benchè ormai da quasi un secolo sia stato adibito ad altro, per via del profondo significato del suo antico nome rimarrà per Roma l'Albergo della Catena.