IL RACCONTO DELLA BARCACCIA di Claudio Di Giampasquale
Questo splendido capolavoro barocco voluto da papa Urbano VIII Barberini nel 1627 come ornamento centrale di piazza di Spagna fu opera di Pietro Bernini quando occupava la carica di architetto dell'Acqua Vergine. Era il papà di Gian Lorenzo della cui collaborazione s'avvalse per le sculture laterali e dei "soli dei Barberini" dalle cui bocche fuoriesce il getto d'acqua della fontana.
Prima della costruzione della celebre scalinata di Piazza di Spagna, l'impervio sentiero che saliva al convento di Trinità dei Monti sul colle Pincio era una
ripida stradina dissestata che apparteneva ai frati dell'Ordine dei Minimi, fondato da San Francesco di Paola. L'altura attraverso questa erta rampa era collegata in modo disagevole alla sottostante "Platea Trinitatis" (oggi Piazza di Spagna) che era un luogo di sosta per le carrozze e dei viandanti che entravano a Roma da nord attraverso Porta del Popolo. Era quindi uno spazio in cui da sempre ci si rifocillava dopo un lungo viaggio. Ma in quella platea purtroppo vi era poca acqua e spesso le piccole fontane presenti alle falde del Pincio ne rimanevano senza o al meglio a flebili rivoli. Purtroppo nel sottosuolo l'antico acquedotto che vi passava, inaugurato due decenni prima della nascita di Cristo (quello dell'Aqua Virgo, la cui principale funzione era di rifornire le Terme di Agrippa in Campo Marzio) nel corso dei secoli fu più volte danneggiato, i danni più gravi furono arrecati nel 537 dai Goti di Vitige. Di conseguenza nelle epoche che poi trascorsero, l'acqua in superficie fuoriuscì a fatica e ciò causò per lungo tempo disagi e tensioni per l'accaparramento idrico tra gli abitanti di zona e i viandanti.
Nella seconda metà del sedicesimo secolo il problema si risolse. Fu sotto il pontificato di Pio V che quest'acquedotto nel sottosuolo venne restaurato e fu ripristinata la piena funzionalità della condotta. Tuttavia, benchè tornato fluente ovunque nel rione, nella "Platea Trinitatis" la pressione idrica risultò sì migliorata, ma meno intensa rispetto alle altre zone di Campo Marzio.
Quando salì sul soglio di San Pietro, papa Urbano VIII (il "pontefice del barocco" celebre per l'imponente opera di rinnovamento architettonico della città eterna) volle celebrare la conclusione dei lavori di restauro dell'Acquedotto Vergine attraverso la realizzazione di una sontuosa fontana al centro esatto della "Platea Trinitas". Dunque, pretese un'opera che commemorasse la storica alluvione che l'allagò paurosamente meno di trent'anni addietro.
Un documento redatto dalla congregazione dell'Ordine dei Minimi aveva individuato proprio nel centro dello slargo in basso al loro praetorium «il loco sotto la Trinità come sito per la costruzione d'una grande fontana alimentata dal nuovo acquedotto». Il loro convento, ampliato non molti anni addietro per ordine del re di Francia Luigi XII, era nel frattempo divenuto la "chiesa della Santissima Trinità dei Monti" uno dei principali luoghi di culto francesi a Roma, che in mancanza della scalinata, sorgeva sul bordo d'una scarpata.
Ordunque, la bassa pressione che ancora persisteva lì sotto, li aveva costretti a rinunciare al progetto. Per sopperire alle necessità, al posto della fontana i frati fecero costruire, come riserva idrica, una cisterna, oggi scomparsa, di cui rimane traccia nella toponomastica locale (vicolo del Bottino, oltre alla più nota via dei Condotti). Ebbene, nonostante ciò, il megalomane papa Urbano Barberini, spesso associato a una forte "compulsività imperiale" per il suo modo d'intendere il pontificato, non si diede certo per vinto e incaricò per risolvere l'annoso problema uno dei massimi artisti tardo-manieristi dell'epoca, Pietro Bernini, cioè uno dei più autorevoli artefici dell'ampliamento e restauro dell'acquedotto stesso. L'anziano artista toscano, accettò la sfida, forte di avvalersi della collaborazione di Gian Lorenzo, il suo geniale figlio, molto apprezzato in ambito vaticano soprattutto in seguito alla realizzazione della straordinaria Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore. Vox populi narra che per il compimento l'artista (senior) s'ispirò a una vecchia «ciarmotta» che qui si sarebbe arenata dopo esser stata condotta alla deriva da un'esondazione del Tevere in seguito alla disastrosa alluvione avvenuta a Natale del 1598, quando l'acqua raggiunse le falde del colle Pincio. Piazza di Spagna, allora corrispondeva a una zona bassa di Campo Marzio non lontana dal fiume, ed appunto, quella mitica barca da pesca ormeggiata nelle vicine rive fu trasportata dalla corrente e s'incagliò esattamente nel luogo dove oggi sorge la fontana che sin da subito i romani chiamarono, per ciò «Barcaccia»
il geniale effetto di colare a picco
Oltre che della collaborazione di suo figlio, Pietro Bernini per la realizzazione di questa fontana commissionatagli dal papa, s'avvalse pure di quella del bravissimo artista "lapicida" Battista Bancozzi. La committenza pontificia venne esaltata dallo stemma della famiglia Barberini, caratterizzato da tre api, posto sia sulla prua che sulla poppa, nonché, come detto, da due allegorici soli all'interno, altro emblema araldico della casata, dai quali fuoriesce zampillando l'Acqua Vergine. Il soggetto che raffigura un tipico natante tiberino, è interamante realizzato in travertino, con i bordi molto bassi, adagiato in un bacino di forma ellittica.
La genialità dei Bernini fece sì che i gettiti permettessero all'acqua di tracimare dolcemente dall'alto verso il basso, e così la barca dà l'impressione d'affondare da un momento all'altro; effetto ampliato dai diversi percorsi della stessa che fuoriesce anche dalle quattro "bocche di cannone" poste ai lati degli stemmi dei Barberini. Al centro del natante sovrastante, un corto balaustro sorregge una vasca più bassa delle estremità di poppa e prua, dalla quale fuoriesce uno zampillo d'acqua che, riempita la vasca, cade all'interno della barca per tracimare poi, dai bordi laterali bassi e svasati, nel bacino sottostante. Al di sotto di questi, a prua e a poppa, due valve di conchiglia formano delle passerelle che permettono d'avvicinarsi per bere dai zampilli che sgorgano. Inoltre la "forma affondata" fu scelta per superare la scarsa pressione dell'Acqua Vergine, anche posizionando la vasca sotto il livello del suolo. La grande vasca ellittica misura circa tredici metri di lunghezza ed è assai profonda, mentre la scultura centrale della barca è lunga circa nove metri e mezzo. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come un'opera scultorea, allontanandosi dai canoni "dellaportiani" della classica vasca dalle forme geometriche.
le tre ingiurie del terzo millennio
Il 15 maggio 2007 quattro ubriachi extracomunitari offesero questo capolavoro con un grosso cacciavite infliggendogli una profonda scalfittura e il distacco d'una parte rilevante di uno dei due stemmi. Gli agenti dell'Arma di Carabinieri accorsero immediatamente, furono aggrediti con furia dai vandali, ma riuscirono a bloccarli e arrestarli, scongiurando ulteriori danni.
Il 19 febbraio 2015 la fontana della Barcaccia venne nuovamente danneggiata da un gruppo di teppisti olandesi tifosi del Feyenoord Rotterdam, accorsi nella città eterna per assistere a un incontro di calcio tra la loro squadra e la AS Roma. Furono non pochi i danni riscontrati in diversi punti dell'opera d'arte. Nonostante i gravi danni, le autorità olandesi non si assunsero mai la responsabilità economica per le riparazioni. L'ambasciata dei Paesi Bassi confermò esplicitamente che non avrebbero rimborsato i costi del restauro, nonostante le pressanti richieste del Comune di Roma. A distanza di anni, nessuno dei tifosi è stato condannato al risarcimento, sebbene alcuni siano stati condannati, ma solo per gli scontri con le forze dell'ordine italiane. Il costo del restauro della Barcaccia fu molto oneroso. Per fortuna dopo non molto tempo ci fu a sorpresa un gesto encomiabile,
quando un gruppo di mecenati e aziende olandesi, compresa la gravità dell'onta, donò centomila euro alla città di Roma come atto di responsabilità sociale per i fatti accaduti. Onore a queste nobili persone e non di certo al governo olandese.
Il 1 Aprile del 2023 alcuni attivisti ambientali ingiuriarono di nuovo la Barcaccia entrandovi esecrabilmente senza rispetto con i loro stivaloni e versando carbone attivo nell'acqua, rendendola completamente nera, macchiando a fondo il poroso travertino, costringendo all'intervento di specialisti per ripulire il monumento rimasto deturpato. Fu una forma di protesta “non violenta” (secondo gli attivisti) per attirare l’attenzione sul cambiamento climatico e sulla necessità di agire urgentemente per affrontarlo. Due anni dopo i giovani furono assolti, in quanto i giudici riconobbero la "tenuità del fatto".
Tuttavia, noi romani «sté tre offese nun l'avemo mannate giù» e tutt'oggi consideriamo questi tre atti vandalici come tre stupri ad uno dei simboli più preziosi e cari della nostra città.











