UNA DELLE PIÙ GRAVI SCONFITTE DI ROMA di Claudio Di Giampasquale

Nel mondo antico Roma divenne famosa per la sua grande forza e per le proprie numerosissime vittorie militari che crearono un immenso impero. L'esercito romano era formidabile e ben organizzato, conquistò terre in Europa, Africa e Asia, dominò il mar Mediterraneo e per secoli le strade ed acquedotti realizzati mostrano la grande potenza ed abilità ingegneristica di Roma. Tra le innumerevol opere costruite ovunque, certamente il Colosseo testimonia ancora oggi la sua immensa grandezza, chiunque lo vede per la prima volta dal vivo ne rimane impressionato. Inoltre la cultura e il diritto romano costituirono per secoli il fulcro che originò la storia del successivo "Occidente". Tuttavia negli anni Roma ha subito anche qualche cocente sconfitta. Certamente una delle più pesanti si svolse nel terzo secolo prima di Cristo sulla riva destra di un'altura che domina la piana dell'antico fiume "Aufidus" (oggi chiamato Ofanto) a circa otto chilometri dalla costa del "mare Superum" (Adriatico). Vediamo cosa accadde.

La legge che rafforzò l'esercito di Roma

Nel terzo secolo prima della nascita di Cristo (270 a.C, circa), la città repubblicana di Roma con circa centonovantamila residenti era seconda sul «mare nostrum» (Mediterraneo) occidentale solo a Carthago (Cartagine). Correva una nuova epoca nell'urbe, diciassette anni addietro era stato nominato dictator l'oratore Quintus Hortensius un avvocato d'origine plebea, fu scelto dal Senato per trovare una soluzione dopo l'ennesima complessa rivolta della plebe. Il neoeletto dittatore al fine di risolvere definitivamente lo spinoso problema s'impegnò a redigere e promulgare una geniale iniziativa a cui diede il nome Lex Hortensia de plebiscitiis in seguito della quale lo Stato romano stabilì, tra le varie novità, che dei due consoli in carica uno dovessero essere patrizio e l'altro plebeo. La nuova legge imponeva che le deliberazioni prese durante il «concilium plebis» dovessero vincolare tutto il popolo romano e che tali "plebisciti" dovessero aver effetto di legge per tutti i cittadini (ricchi e poveri) e le stesse regole.

Tale situazione politica creò una grande stabilità interna, indispensabile affinché Roma potesse affrontare, di lì a poco, il colossale sforzo militare ed economico per far fronte al temibile nemico che a sud metteva in pericolo il controllo della «peninsula Italica» e le rotte del mare. Cartagine era molto ricca, aveva una grande flotta e controllava le isole vicine. Roma temeva di restar chiusa in terra e bloccata nei commerci. I rivali nordafricani stavano allargando la loro penetrazione in Sicilia, per cui Roma doveva difendere gli interessi mercantili delle città alleate, minacciate non solo lì in Sicilia, ma anche in Sardegna e Corsica. La recente legge fu perfetta per riconsegnare alla città eterna la convinzione della propria forza, le riforme nate dai litigi interni furono una manna dal cielo. i plebei erano la maggioranza e formavano il cuore delle truppe. Per avere soldati fedeli, Roma era stata costretta ad unire e integrare il popolo. Il Senato romano decise d'accogliere la richiesta d'aiuto dei Mamertini di Messina e inviò le truppe ingenti in Sicilia, scontrandosi direttamente con la pressione di Cartagine. E fu così che scoppiò la prima guerra punica, e Roma, dotatasi di forti flotte e di addestrati equipaggi, riuscì a sconfiggere Cartagine che dovette abbandonare prima la Sardegna e poi la Corsica. La prima grande vittoria navale romana avvenne a Milazzo grazie all'uso dei "corvi" ossia speciali passerelle d'assalto navale dotate di un arpione di ferro per trasformare la battaglia in mare in un duello di fanteria terrestre. Grandi meriti militari e strategici ebbero i consoli "Gaius Duilius", "Marcus Atilius Regulus", "Gaius Lutatius Catulus" e "Gneus Cornelius Scipio Asina". Successivamente i Cartaginesi, rimessisi dalla sconfitta, cercarono d'arricchirsi in Spagna, ma quando essi, al comando del generale Annĭbăl Barca (Annibale) espugnarono la città di Sagunto, alleata di Roma, i romani fecero scattare la seconda guerra punica. Annibale giurò odio eterno a Roma, voleva distruggerla.