LA PIÙ DOLOROSA SCONFITTA DI ROMA di Claudio Di Giampasquale

Nel mondo antico Roma divenne famosa per la sua grande forza e per le numerosissime vittorie militari che crearono un immenso impero. L'esercito romano era formidabile e ben organizzato, conquistò terre in Europa, Africa e Asia, dominò il mar Mediterraneo e per secoli le strade ed acquedotti realizzati mostrano la grande potenza ed abilità ingegneristica di Roma. Tra le innumerevoli opere costruite ovunque, certamente il Colosseo testimonia ancora oggi la sua immensa grandezza, chiunque lo vede per la prima volta dal vivo ne rimane impressionato. Inoltre la cultura e il diritto romano costituirono per secoli il fulcro che originò le basi del successivo "Occidente". Tuttavia negli anni Roma ha subito anche qualche cocente sconfitta. Certamente una delle più pesanti si svolse nel terzo secolo prima di Cristo sulla riva destra di un'altura che domina la piana dell'antico fiume "Aufidus" (oggi chiamato Ofanto) a circa otto chilometri dalla costa del "mare Superum" (Adriatico). Vediamo cosa accadde.

La legge che rafforzò l'esercito e la flotta di Roma

Nel terzo secolo prima della nascita di Cristo (270 a.C circa), la città repubblicana di Roma con circa centonovantamila residenti era seconda sul «mare nostrum» (Mediterraneo) occidentale solo a Carthago (Cartagine). Correva una nuova epoca nell'urbe, diciassette anni addietro era stato nominato dictator l'oratore Quintus Hortensius un avvocato d'origine plebea. Fu scelto dal Senato per trovare una soluzione dopo l'ennesima complessa rivolta della plebe. Il neoeletto dittatore al fine di risolvere definitivamente lo spinoso problema s'impegnò a redigere e promulgare una geniale iniziativa politico-legislativa a cui diede il nome «Lex Hortensia de plebiscitiis» in seguito della quale lo Stato romano stabilì, tra le varie novità, che dei due consoli in carica uno dovessero essere patrizio e l'altro plebeo. La nuova legge imponeva che le deliberazioni prese durante il «concilium plebis» dovessero vincolare tutto il popolo romano e che tali "plebisciti" dovessero aver effetto di legge per tutti (ricchi e poveri) e le stesse regole e lo stesso valore e la stessa forza delle leggi approvate dai comizi centuriati. Questo atto mise fine al conflitto tra le classi a Roma. La fine della lotta tra patrizi e plebei unì lo Stato. Un esercito senza tensioni interne combatteva meglio unito.

Tale situazione politica creò una grande stabilità interna, indispensabile affinché Roma potesse affrontare, di lì a poco, il colossale sforzo militare ed economico per far fronte a Carthago il temibile nemico che a sud metteva in pericolo il controllo della «peninsula Italica» e le rotte del mare. Cartagine era molto ricca, aveva una grande flotta e controllava le isole vicine. Roma temeva di restar chiusa in terra e bloccata nei commerci. I rivali della Zeugitana stavano allargando la loro penetrazione in Sicilia, per cui Roma doveva difendere gli interessi mercantili delle città alleate, minacciate non solo lì in Sicilia, ma anche in Sardegna e Corsica. La recente legge fu perfetta per riconsegnare alla città eterna la consapevolezza della propria forza. Le riforme della «Lex Hortensia» nate grazie ai litigi interni si rivelarono "una manna caduta dal cielo": i plebei erano la maggioranza e formavano il cuore di tutti i corpi d'armata e Roma, per avere soldati fedeli, coesi e motivati era stata costretta a integrare tutti i ceti sociali.

In cosa consisteva la «Lex Hortensia de plebiscitiis»?

Il fiore all'occhiello di Roma è stato l'esercito

Combattere corpo a corpo come sulla terra ferma

Quando Il Senato decise d'accogliere la richiesta d'aiuto dei "Mamertini" di Messina, inviò le truppe di Roma in Sicilia, che per la prima volta si scontrarono contro la pressione dei militari cartaginesi. Fu questo il «casus belli» e così, inevitabilmnte scoppiò la prima guerra punica, che durò ventitre anni. Roma, dotatasi di forti flotte e di addestrati equipaggi, riuscì a sconfiggere Cartagine che dovette abbandonare prima la Sicilia, poi la Sardegna e infine la Corsica. La prima grande vittoria navale romana avvenne a Milazzo grazie all'uso dei "corvi" ossia speciali passerelle d'assalto navale dotate di un arpione di ferro per trasformare la battaglia in mare in duello di fanteria terrestre. Grandi meriti militari e strategici ebbero i consoli "Gaius Duilius", "Marcus Atilius Regulus", "Gaius Lutatius Catulus" e "Gneus Cornelius Scipio Asina".

Carthago dovette pagare a Roma una tassa pesantissima. Per rimediare a questa crisi e trovare nuove ricchezze, il generale cartaginese Hamilcar Barcas (Amilcare Barca) guidò le truppe puniche verso la conquista delle miniere d'argento della «Hispania» (penisola iberica) le quali servirono proprio a saldare il debito con Roma ma anche a rifinanziare l'esercito cartaginese.

Successivamente il figlio del generale Hamilcar, il giovane Annĭbăl Barca (Annibale) come potette decise di provocare la suscettibilità della disprezzata città dei sette colli: sin da fanciullo aveva giurato di fronte al padre odio eterno a Roma e crebbe col desiderio maniacale di volerla distruggere. Ebbene, guidò l'esercito punico alla conquista della città di Sagunto a sud del fiume Ebro, grande alleata di Roma. Dal Senato romano giunse ad Annibale un'ingiunzione affinché l'ingerenza cartaginese cessasse. Invece la reazione del condottiero cartaginese fu l'assedio e la presa di Sagunto nel 219 avanti Cristo. Inevitabilmente fu questa la nuova «casus belli» che fece deflagrare la seconda guerra punica. Questa volta però Roma si ritrovò di fronte un avversario durissimo da battere definito dallo storico Theodor Mommsen: «il più grande generale dell'antichità».

 "Corvo" romano attracca una nave cartaginese

Statua di Annibale nel giardino delle Tuileries a Parigi

Annibale giura odio ai romani (C.F.Beaumont)

il nemico di roma più pericoloso e brillante

Annibale nacque nel 247 avanti Cristo nella potente famiglia dei Barca, ereditando dal padre Amilcare il genio militare e l'avversione profonda per Roma. Fu educato fin da piccolo a ciò, giurando eterno conflitto verso il potente nemico. Accanto all'addestramento militare, studiò la cultura greca, la letteratura e la strategia, unendo una solida preparazione intellettuale alle doti pratiche. Divenne a soli venticinque anni ufficiale e poi comandante nella campagna della penisola iberica, ottenendo d'emblée la massima stima da parte dei suoi soldati per il coraggio, il carisma e la straordinaria somiglianza fisica e spirituale col padre. Tuttavia, contrariamente a quanto tramandato dal mito popolare, Annibale non voleva distruggere o radere al suolo la città di Roma, aveva una visione assai precisa, il suo reale obiettivo strategico e politico era quello di ridimensionare l'egemonia romana nel mare Nostrum, privando l'urbe dei suoi alleati italici per costringerla a firmare un trattato di pace favorevole a Cartagine. A ventinove anni partì col suo nutrito esercito dalla penisola ispanica verso quella italica, superò i Pirenei e le Alpi con un immenso numero di fedeli combattenti, migliaia di cavalli e una quarantina d'elefanti da guerra.

Lo storico antico Polibio confermerà che tutti i pachidermi riuscirono a superare le montagne, sebbene diversi poco dopo morirono a causa del clima rigido patito durante l'arduo passaggio. Durante questa cruenta seconda "guerra punica", il generale cartaginese mise in ginocchio "fuori casa" la potenza di Roma grazie a una serie di straordinarie vittorie tattiche e a una strategia spregiudicata che portò la guerra direttamente nel cuore dell'Italia. Discese nella pianura Padana per cercare l'alleanza delle tribù celtiche locali. Si accampò e fece riposare le sue truppe, visto che le stesse avevano dovuto sopportare l'attraversamento delle catene montuose per molti giorni. L'esercito punico aveva sofferto terribilmente oltre alla fatica dell'ascesa, anche il freddo e la fame ed era stato letteralmente dimezzato: dai trentottomila fanti e ottomila cavalieri, s'era ridotto a ventimila fanti e seimila cavalieri. Il console Publio Cornelio Scipione preoccupatissimo mosse le sue legioni per arginare l'avanzata punica. Il primo scontro avvenne a novembre nei pressi del fiume Ticino, fu vinto dai cartaginesi. Annibale riuscì a catturare seicento prigionieri. La sua avanzata verso sud continuò inesorabile. Subito dopo sconfisse di nuovo i romani nei pressi del fiume Trebbia e successivamente vicino al lago Trasimeno. Il genio tattico di Annibale era sorprendente, sfruttava la psicologia dei comandanti romani eseguendo manovre a tenaglia perfette. Restò imbattuto sul campo nella penisola italica per oltre un decennio. Ma il gioiello tattico della sua armata avvenne nell'estate dell'anno successivo nel profondo sud, in Apulia, quando inflisse alle legioni romane una terrificante sconfitta.

il tremendo scontro di canne e le conseguenze per roma

La sconfitta sul Trasimeno in cui l'esercito romano subì pesanti perdite fece tremare Roma. Il Senato nominò allora dittatore Quintus Fabius Maximus Verrucosus un esperto ufficiale ex console ed ex ambasciatore inviato dal Senato a Cartagine dopo la resa di Sagunto. Fu scelto principalmente perchè conosceva gli avversari e fu ritenuto idoneo per affrontare la minaccia che incombeva non lontano dalla città eterna. Presto Fabio comprese la natura della tattica del geniale Annĭbăl Barca e i romani aumentarono le proprie aspettative su di lui e così divenne per non poco tempo la personalità più importante dell'urbe. Il suo primo atto come dittatore fu calmare e rinvigorire gli animi facendo sacrifici solenni supplicando gli dei nel Foro Boario, presso la voragine di Marco Curzio e poi dal sacro ponte Sublicio. Quindi combinando barriere geografiche naturali con linee fortificate interconnesse e superprotette militarmente. Controllando totalmente le informazioni e i flussi logistici rese il "Latium vetus" e le zone adiacenti la città eterna difficilmente espugnabili. Quando "scese in campo" di persona escogitò un piano d'azione semplice: evitò ogni contatto diretto col nemico spostando in continuazione l'accampamento del proprio esercito da un altopiano all'altro, dove era certo che la cavalleria e i fanti cartaginesi non sarebbero di certo riusciti a salire. Osservò i movimenti degli invasori a distanza, catturò nemici sbandati allontanatisi dal campo in cerca di cibo costringendo Annibale a sborsare ingenti somme di riscatto e a manovre inutili attraverso tattiche di sfiancamento, atte a innervosire i soldati dell'avversario e soprattutto a inoculare dubbi agli alleati italici di cui il nemico stava guadagnando la fiducia. In sostanza, Fabio consapevole delle superiori capacità militari dell'avversario, adottò contro-tattiche prevalentemente attendistiche e non d'azione, evitando d'impegnarsi in una battaglia campale. Ed appunto fu da questo suo modo di difendere Roma che gli derivò il soprannome di "cunctator" (temporeggiatore) che però non venne inteso in senso positivo dal popolo romano che era preoccupatissimo e impaziente ed avrebbero voluto vedere un atteggiamento più offensivo ed aggressivo, per vendicare le sconfitte precedenti.

Nel tempo le strategie di Fabio divennero per Roma particolarmente frustranti soprattutto perchè s'era diffuso il timore che, se Annibale avesse continuato incontrastato il saccheggio dell'Italia, gli alleati dell'urbe avrebbero potuto dubitare della potenza militare della Repubblica e della sua capacità di proteggere i territori direttamente controllati da Roma, Insoddisfatto di tale compassata situazione il Senato quindi non rinnovò i poteri dittatoriali di Quintus Fabius Maximus al termine del mandato.

Ritratto del console Lucius Aemilius Paulus

Quintus Fabius Maximus dibatte in Senato

Ritratto del console Gaius Terentius Varro

Poco tempo dopo ci furono i «comitia centuriata» per le nuove elezioni consolari. Vennero eletti consoli: il patrizio Lucius Aemilius Paulus e il plebeo Gaius Terentius Varro che ricevettero dal Senatus il comando d'un esercito dalle dimensioni senza precedenti, con lo scopo di sconfiggere in modo definitivo il condottiero cartaginese.

Dopo tanto tempo di permanenza nella penisola italica e di vita campale delle sue truppe, Annibale era cosciente delle crescenti difficoltà sia logistiche che d'approvvigionamento e del rischio d'un logoramento del proprio esercito e di conseguenza del prestigio ottenuto dalle vittorie per le quali non poche popolazioni italiche stavano mettendo in dubbio la potenza di Roma. Inoltre in caso di proseguo dell'estenuante guerra di posizione in corso temeva di perder prestigio anche in madrepatria.

Quindi si convinse della necessità d'una nuova grande battaglia campale per infliggere ai romani la sconfitta decisiva per ottenere proprio nel suolo nemico la disgregazione della repubblica di Roma e del suo consolidato sistema d'alleanze italiche.

Spinse le proprie milizie a sud della penisola italica, fino in Apulia un territorio bagnato sia a est che a ovest dal mare, prevalentemente pianeggiante, ma dov'erano presenti anche altopiani carsici. Quando individuò il punto esatto per lo scontro coi nemici s'impadronì della rocca di una cittadina di nome "Canne" presso il fiume Aufidus (Ofanto) a pochi chilometri dalla costa orientale, in una posizione strategica rispetto a tutto il territorio circostante. Lì attese l'arrivo dell'esercito romano.

Dall'altro canto nel cuore della città eterna i nuovi consoli, dopo esser venuti a conoscenza dagli «exploratores» inviati dell'esatta posizione in cui s'erano accampati i cartaginesi, impazienti decisero d'affrontarli al più presto. Il poderoso esercito agli ordini di Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo appariva agli occhi di chi incontravano lungo le strade, come una terrificante e imbattibile macchina da guerra. Capace di mettere in campo ben otto legioni, disponeva di due abbondanti reparti di cavalleria, quella cittadina sul fianco destro e quella composta da cavalieri italici e gallici sul fianco sinistro, in tutto erano oltre seimilaquattrocento cavalieri. Mentre l'esercito era composto da ottantamila fanti. L'enorme armata romana radunatasi in Campus Martius, si diresse verso sud, uscendo dall'urbe in marcia da Porta Capena, imboccò la «regina viarum» acclamata e incoraggiata dal popolo di Roma. La distanza stimata da colmare per raggiungere e annientare gli invasori era di circa quattrocento chilometri, che le legioni romane percorsero mantenendo rigorosamente un «iter justum» (ritmo ordinario) di circa trenta chilometri al giorno. La poderosa compagine consolare impiegò circa quindici giorni per arrivare nella grande piana nel cuore dell'Apulia nei presi dell'Aufidus (Ofanto) dove in breve tempo montarono un enorme accampamento sulla sponda destra del fiume.

Esercito di Roma in marcia vero il sud

Le truppe cartaginesi di Annibale

Lo scontro tra romani e cartaginesi

La carneficina dopo l battaglia

I cartaginesi accampati più sù nel vicino altipiano come videro arrivare l'enorme "macchina da guerra" romana, all'ordine di Annibale iniziò a prepararsi alle armi. Potevano contare su circa ventinovemila fanti pesanti, poco meno di dodicimila fanti leggeri e circa diecimila cavalieri. Complessivamente il generale punico disponeva della metà degli uomini che potevano schierare i romani, i quali oltre ai legionari e ai cavalieri, disponevano anche di fanteria leggera e potevano pure schierare i temibili "veliti" ossia giovani soldati con meno esperienza armati con giavellotti, una spada corta e un piccolo scudo rotondo da opporre ai "proiettili" della fanteria leggera di Annibale. Lo squilibrio delle forze in campo era netto.

La storia considera Annĭbăl Barca tra i più grandi geni militari di tutti i tempi, eppure come avvistò la spaventosa entità nummerica del nemico, il condottiero punico per un attimo pensò alla "ritirata rotta" cioè d'abbandonare il campo di battaglia e darsi alla fuga. Ma alla fine decise d'andare incontro al destino e all'appuntamento con la storia.

E fu proprio il suo incredibile genio militare a sovvertire i pronostici della vigilia di questa battaglia che vedevano i romani grandi favoriti. Così la mattina del 2 agosto del 216 avanti Cristo i due eserciti si schierarono sulla grande pianura uno di fronte all'altro in maniera molto differente: il condottiero punico escogitò un cuneo che doveva attirare il grosso delle forze romane. Questa particolare disposizione era composta da guerrieri celti e ispanici ed a coprirlo, posizionò i suoi reparti più fedeli: i "libifenici" che erano le sue truppe meglio equipaggiate. Mentre sui fianchi dello schieramento posizionò le cavallerie, su quello destro quella "numida" mentre a sinistra la cavalleria ispanica e gallica punti di forza del suo eterogeneo esercito. 

I romani disposero le proprie legioni in maniera altrettanto offensiva, le truppe vennero schierate in maniera compatta in modo da poter sfondare il cuneo cartaginese con la spinta dei reparti facendo valere la netta superiorità numerica. All'epoca il legionari combattevano con spade diverse dal gladio, che s'appresteranno a conoscere proprio durante questa battaglia, in quanto usata dai guerrieri ispanici della fanteria scelta dell'esercito di Annibale, famosi per il coraggio e la disciplina, indossavano tuniche bianche con bordi porpora e usavano appunto il gladio ispanico arma corta da stocco e da taglio, oltre a scudi oblunghi.

Così la battaglia ebbe inizio, col rituale lancio dei "proiettili" da parte dei frombolieri e dei giavellotti romani. Nello stesso tempo le cavallerie iniziarono ad affrontarsi, quella dei galli e degli iberi sul fianco sinistro cartaginese sbaragliò nettamente la cavalleria romana del fianco destro. Diverso il discorso sul fianco destro cartaginese nel quale la cavalleria numida fece fatica ad avere la meglio della "cavalleria dei soci" romana (nota anche come la cavalleria dell'antica società) ma la cavalleria celtica ed iberica piombò alle spalle e i cavalieri romani vennero accerchiati e annientati.

Nel frattempo le legioni consolari si scagliarono in numero sempre maggiore sul cuneo cartaginese che iniziò ad arretrare sempre di più, complice un vento polveroso che impedì agli attaccanti d'avere una buona visuale e quindi si ritrovarono in seria difficoltà, sempre più spinti all'indietro dalla geniale manovra del condottiero cartaginese che trasformò il cuneo in un vero e proprio "cul de sac". A questo punto Annibale ordinò ai "libofenici" d'intervenire sui fianchi, accerchiando così le legioni romane che vennero decimate dalle spade dei guerrieri di Annibale e dalla loro stessa pressione, causata dal gran numero di uomini che s'ammassarono all'interno dello spazio chiuso creato dalla strategia geniale e infallibile del condottiero avversario che aveva escogitato così nella bagarre uno spietato spazio mortale: fu un capolavoro assoluto di tattica militare. Contemporaneamente, con l'arrivo delle cavallerie cartaginesi che avevano sconfitto quelle romane, l'accerchiamento fu completo.

Anche il console Lucius Aemilius Paulus cadde valorosamente sul campo, bersagliato dai nemici in avanzata, senza essere stato riconosciuto. Dopo la morte di Emilio Paolo i miltari romani superstiti fuggirono in modo disordinato.

La carneficina durò in tutto sei ore, rimase sul campo un numero impressionante di cadaveri. I soldati cartaginesi diedero subito sepoltura ad alcuni compagni caduti. Il giorno dopo Annibale ordinò che tutti i suoi uomini deceduti fossero bruciati su grandi roghi funebri. Solo il console Lucio Emilio Paolo ricevette una speciale e onorata sepoltura personale per volere dello stesso Annibale, che volle così rendergli omaggio. Invece l'oceanica massa dei cadaveri dei soldati romani rimase lì giacente sul campo di battaglia per giorni alla mercé degli animali selvatici e delle intemperie, poiché i loro compagni non potettero provvedere subito a un rito funebre regolare a causa della disfatta totale. Per la grande maggioranza dei soldati e ufficiali romani e alleati uccisi, si narra fossero poco meno di settantamila uomini, non ci fu una vera e propria sepoltura immediata organizzata dallo Stato. I resti rimasero in gran parte sul luogo dello scontro, affidati al tempo e agli interventi locali successivi. Ciò impattò fortemente sul morale di Roma poichè venne vietata l'enfatizzazione del massacro.

Per Annibale fu un trionfo, pochi furono i militari romani superstiti nella mitica «battaglia di Canne» che ancora oggi viene studiata come esempio di genio tattico inarrivabile messo sorprendentemente in atto dal condottiero cartaginese.

Tito Livio scrisse su «Ab Urbe condita» la sua grandiosa sua opera storica: «Afris prope iam fessis caede magis quam pugna» (I cartaginesi erano quasi più spossati per la strage compiuta che per la fatica del combattimento).

Appresa la notiza della sconfitta e delle enormi perdite Roma sprofondò solo inizialmente nel panico generale. Poi tirò fuori il suo mitico orgoglio così: venne proibito il lutto pubblico per mantenere l'ordine in città. Il Senato vietò le manifestazioni di dolore privato e ordinò che le lacrime fossero asciugate all'interno delle case. Le porte di Roma furono strettamente protette per rassicurare la popolazione. Vennero inviate spedizioni di soccorso verso sud per coordinare i feriti e i superstiti. Vennero consultati i libri sibillini e compiuti riti religiosi straordinari, inclusi sacrifici umani rituali, per placare gli dèi ritenuti adirati. Invece di cedere al panico o chiedere la resa, il Senatus riorganizzò immediatamente la difesa urbana, impose misure eccezionali d'arruolamento e continuò la guerra a oltranza contro l'odiato Annibale.

Poiché gran parte dell'esercito regolare era stato annientato, Roma arruolò chiunque potesse combattere, compresi i giovani sotto i diciassette anni (fino a sedici anni) e persino gli schiavi liberati appositamente. Per la prima volta i cittadini romani pagarono senza batter ciglio "tributum" eccezionali per finanziare la flotta e la fanteria. Il Senatus decise inoltre di non pagare il riscatto per i soldati catturati da Annibale, inviando un duro messaggio in un plico sigillato con su scritto: «romanorum exercitui vincendum aut moriendum erat» (l'esercito romano deve vincere o morire sul campo).

Nonostante alcune defezioni nel sud della penisola italica (come Capua), la maggior parte delle popolazioni del centro (Umbri, Etruschi, Sabini) rimase fedele a Roma, impedendo ad Annibale di finalizzare la strategia d'isolamento della città.

Rimpiangendo le strategie del "cunctator"  Quinto Fabio Massimo troppo frettolosamente criticato e messo alla berlina, Roma evitò ulteriori grandi battaglie in campo aperto contro gli invasori punici, preferendo logorare le loro forze con assedi e manovre guidate da comandanti del calibro di Marcus Claudius Marcellus e Publius Cornelius Scipio, i quali portarono poi alla sospirata "vendetta di Canne" con la vittoria finale a Zama nel 202 avanti Cristo che sancì la fine della seconda guerra punica.

A seguito del trionfo, Roma impose a Carthago durissime condizioni di pace, trasformandola in una potenza ridimensionata e subordinata, mentre Publius Cornelius Scipio ricevette l'appellativo di "Scipione l'Africano". Annibale si tolse la vita in Bitinia bevendo del veleno, scelse il suicidio per non cadere vivo nelle mani dei romani, che lo stavano braccando e ne avevano chiesto la consegna. Tuttavia l'ostica Cartagho non mollò e tornò agguerrita più che mai. E infatti mezzo secolo dopo la fine della seconda guerra punica, ne deflagrò una terza. Ma stavolta le condizoni erano ben diverse: Roma s'era troppo rafforzata ed era ancora incazzatissima, mai avrebbe dimenticato l'onta subita nella battaglia di Canne, mai e poi mai. L'esimio generale di Tusculum Marcus Porcius Cato (noto come Marco Porcio Catone il Censore) fu il principale promotore politico della "terza guerra punica": dopo una missione diplomatica a Cartagine impressionato dalla sua ripresa economica, convinse il Senatus che la sopravvivenza della Repubblica imponeva la distruzione totale della città rivale. Catone concluse la sua persuasiva "oratio" nella Curia Hostilia del Foro  con la celebre frase «Carthago delenda est» (Cartagine dev'essere distrutta).

E così fu, il conflitto durò solo tre anni e si concluse con l'assedio di Cartagine guidato dal "proconsul" Publius Cornelius Scipio Aemilianus (Scipione Emiliano) che rase al suolo la città. Decretando la sconfitta definitiva e ineluttabile di Cartagho. Il territorio circostante fu trasformato nella nuova «Africae proconsularis» (provincia d'Africa)  segnando la fine della storia della potenza punica indipendente e l'inizio del dominio di Roma nell'area nordafricana.

«Carthago delenda est»: nel 157 a.C. Catone visitò Cartagine e vide che la città era ancora ricca e forte. Temeva una nuova minaccia per Roma