L'ANTICA CIOCCOLATERIA REALE NEL RIONE PIGNA di Claudio Di Giampasquale
Girovagando nei vicoli del rione Pigna nel cuore del centro storico di Roma, a pochi passi dal Pantheon, passando per piazza della Minerva oppure venendo da via di Santa Chiara ci s'immette in via del Piè di Marmo che porta a piazza del Collegio Romano. Questo vicolo deve il nome a un gigantesco piede in marmo: un sandalo romano lungo più d'un metro, situato all'angolo con via Santo Stefano del Cacco, appartenente ad una colossale statua rinvenuta dall'antichissimo "Iseo Campense", la lunghezza di centoventitre centimetri di questo "piedone" riconduce ad un'altezza della statua originale d'oltre otto metri.
Arrivati all'altezza del civico 22, si rimane colpiti da un soave profumo di dolce, che descrive una fragranza delicata e avvolgente. Un aroma di confetti, cioccolato e di buono, capace di trasmettere una sensazione di benessere che coccola. Difficile non rimanere imbrigliati dal penetrante profumo. Siamo di fronte alla vetrina d'entrata della mitica cioccolateria e confetteria «Moriondo & Gariglio» una delle attività più antiche e prestigiose della città eterna. Una piccola bottega che con molta timidezza e altrettanta "sfacciataggine golosa" apre le proprie porte al pubblico attirando irresistibilmente gourmands, curiosi e amanti del buono. La titolare Piera Minelli, dietro il bancone da quasi sessant'anni e il figlio Attilio Proietti, maître chocolatier, testimoniano la storia di un'attività artigianale proveniente da Torino, voluta a Roma alla fine dell'Ottocento dalla nobile icona di stile che fu la regina d'Italia Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia (oggi definita da non pochi una vera e propria "fashion blogger ante litteram" per la sua influenza sulla moda dell'epoca che diede origine al fenomeno culturale e di costume noto come "margheritismo"). Ecco qui a seguire un breve viaggio nel tempo che ricalca i punti salienti della storia di questa bottega.
L'elegante Torino e le sue dolci tentazioni
Lunedi 2 luglio 1871 in seguito alla breccia di Porta Pia e l'annessione della città dei papi al Regno d'Italia, il re d'Italia Vittorio Emanuele II entrò ufficialmente a Roma, stabilendo la propria residenza e di tutta la sua famiglia al Palazzo del Quirinale.
Il nucleo familiare reale ufficiale era composto oltre che dal sovrano, dai cinque figli nati dal matrimonio con la regina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena (deceduta sedici anni prima a causa d'una terribile gastroenterite): Umberto il principe ereditario futuro Re d'Italia già sposato da quattro anni con Margherita di Savoia, con al loro seguito il piccolo figlio Vittorio Emanuele erede al trono (diventerà Re il 29 luglio del 1900 dopo l'assassinio di suo padre). Eppoi Amedeo duca d'Aosta, la principessa Maria Clotilde, la principessa Maria Pia con suo marito Luigi I di Braganza e il piccolo Oddone duca di Monferrato purtroppo affetto da gravissimi problemi di salute (morirà l'anno successivo). A questi s'aggiungeva la seconda famiglia di Vittorio Emanuele II, non riconosciuta dinasticamente ma a lui molto cara, composta da Rosa Vercellana, detta la "Bela Rosin" che il sovrano sposò con matrimonio morganatico nel 1869, e dalla quale ebbe due figli legittimati: Vittoria Guerrieri e Emanuele Alberto Guerrieri conte di Mirafiori. Ebbene, le passioni dell'ampia famiglia reale spaziavano ben oltre la politica e la diplomazia.
Tra gli interessi più celebri del casato vi erano la numismatica, la caccia, il collezionismo d'arte, una spiccata predilezione per le innovazioni tecnologiche e scientifiche, ma soprattutto una marcata passione per la buona cucina e per l'arte della cioccolateria.
Quando nel 1878 il principe Umberto divenne Re, la sua consorte Margherita volle far trasferire anche nella nuova capitale la sua cioccolateria preferita, nata per volere dei due cugini, maestri cioccolatieri, Agostino Moriondo e Francesco Gariglio. La ditta aveva aperto i battenti poco più d'una decina d'anni prima a piazza San Carlo, salotto del centro storico di Torino e subito dopo in via degli Artisti nel cuore del borgo della Vanchiglia cuore bohémien del città sabauda, a pochi passi dalla Mole Antonelliana.
i Savoia e la passione per l'arte del cioccolato
La famiglia reale dei Savoia fu la principale artefice e consumatrice della "civiltà del cioccolato" a Torino. A partire dal Cinquecento con Emanuele Filiberto, passando per le "Madame Reali" nel Seicento, fino ad arrivare a metà Ottocento, periodo in cui i reali finanziavano i "cioccolatieri di Sua Maestà" la corte sabauda guidò l'evoluzione di questa passione. La mitica bevanda "Bicerin" divenne rito di corte: il cioccolato veniva servito liquido e denso durante la celebre "merenda reale" un appuntamento di gran moda nei salotti aristocratici. Maestri cioccolatieri torinesi producevano dolcezze destinate esclusivamente alla Casa Reale, fregiandosi dello stemma sabaudo. La nascita dell'industria avvenne attorno al 1850 e vide la luce del primo Gianduiotto.
prima fase della cioccolateria Moriondo & Gariglio
La "Città Magica" (appellativo esoterico di Torino in quanto considerata un vertice del triangolo sia della magia bianca che di quella nera) grazie al suo elegante stile architettonico e al buon gusto della famiglia reale, venne anche soprannominata "la piccola Parigi". Il suo cento storico pullulava d'eleganti caffè-cioccolateria, alcune delle quali attive ancora oggi (mantenendo lo stile austero, elegante e lussuoso dell'Ottocento ed offrendo sublimi esperienze multisensoriali). Tra queste si distingueva la Moriondo & Gariglio punto d'incontro d'artisti, aristocratici e uomini politici. Oltre alla sublime ciocolata e gianduiotti, lo storico locale di piazza San Carlo produceva confetti, caramelle e piccola pasticceria. Mentre lo stabilimento di via degli Artisti impiegava centinaia di persone, la maggior parte dei quali erano donne le quali con la loro sensibilità, passione e competenza ebbero un ruolo chiave nella storia del cioccolato torinese. Senza tener conto del personale addetto alla fabbricazione delle scatole e il reparto meccanica. La fabbrica Moriondo & Gariglio arrivò a produrre duemila chilogrammi di cioccolato al giorno, che veniva poi trasformato in tavolette, gianduiotti e cioccolatini. I prodotti finiti venivano poi confezionati, e avvolti manualmente in carta stagnola, etichettati e inscatolati. Ormai fissa a Roma la regina Margherita sentiva una grande mancanza di tali sublimi leccornie.
Ma torniamo ai due fondatori dell'azienda, Agostino Moriondo e Francesco Gariglio. Erano due giovani straordinari e grandi appassionati del loro mestiere. Grazie al passaparola, la loro ditta stava riscuotendo uno straordinario successo non solo nel capoluogo piemontese. Erano i preferiti dalla coppia dei principi reali ormai stabilitasi in pianta stabile nella nuova capitale del Regno d'Italia. Francesco era in procinto di sposarsi con sua cugina, proprio nell'anno in cui il principe Umberto salì al trono, ma i suoi sogni furono tragicamente interrotti da Luigia Sola Trossarelli, una ex amante gelosa che ingaggiò dei sicari per pugnalarlo a morte. La vicenda degna d'un romanzo d’appendice è stata raccontata da un suo erede, Pierederico Gariglio, che ha deciso di tramandare ai posteri la vicenda dopo aver svolto un’accurata ricerca storica.
Nel 1879 morì anche Agostino Moriondo e la gestione dell'azienda (divenuta un colosso) passò ai figli Francesco ed Ettore, sotto la tutela della madre Maria, che di fatto gestì la cioccolateria fino alla loro maggiore età.
La Moriondo & Gariglio divenne la prima azienda cioccolatiera torinese ad esportare all’estero, nel bacino del mediterraneo, nell’Europa dell’est, in Germania, Olanda, Inghilterra.
Nel 1924 fu costretta a interrompere l'attività per gravi difficoltà gestionali. Per salvaguardare l'enorme capitale professionale e umano, nonchè il grande prestigio, grazie all'intercessione di casa Savoia, venne rilevata da un altro grande imprenditore cioccolatiere torinese, Silvano Venchi, e così l'intero know-how della Moriondo & Gariglio confluì nel marchio "Venchi".
La costola romana e il coraggio di piera e marcello
Quando per volere della regina Margherita la Moriondo & Gariglio aprì il suo prestigioso locale in via del Corso a Roma, scese nella capitale uno dei più abili e autorevoli cioccolatieri della ditta, mastro Enrico Carlo Cuniberti che divenne anche il direttore dell'elegante costola romana.
Passarono anni terribili, cambiò il corso della storia. Venne la Repubblica e la famiglia reale fu costretta all'esilio. Tuttavia la cioccolateria torinese del Corso resistette stoica.
La storia “moderna” di Moriondo & Gariglio iniziò nel 1943, quando il dodicenne Marcello Proietti arrivò alla fabbrica di cioccolato come garzone di bottega. L'anziano direttore Cuniberti, che non aveva figli, diventò un padre putativo per Proietti; lo iniziò alla sua arte, confidandogli ogni segreto del mestiere e lasciandogli in eredità la direzione dell’attività.
Nel 1965 entrò a lavorarci la giovanissima Piera Minelli (l'attuale proprietaria della Moriondo & Gariglio in via del Piè di Marmo) aveva solo sedici anni. Sin da subito la volenterosa ragazza s'appassionò al mestiere. Quel laboratorio custodiva segreti preziosisimi importati a Roma da Torino e tramandati dal Maître Chocolatier Enrico Carlo Cuniberti e Marcello, il suo capo, non disdegnava a trasmetterglieli gradualmente. Il grande cioccolatiere torinese aveva inventato ricette, tuttora in uso. Opere d'arte pasticciera che davano vita a sapori, sublimi, a volte complessi, ma sempre attraverso la semplicità e materie prime di altissima qualità. Tra le nuove ricette c'era quella delle “stelle oro“, inizialmente intese solo per il periodo natalizio, che il maestro coprì con una stagnola dorata. Erano delle praline molto simili ai famosi "baci" Perugina che nel frattempo aveva aperto un negozio in via Condotti e i quali cioccolatai non disdegnavano di sbirciare curiosità dei concorrenti torinesi.
Passò il tempo e Piera e Marcello s'innamorarono e si sposarono. Arrivò il giorno in cui anche la rinomata cioccolateria torinese Moriondo & Gariglio di via del Corso dovette chiudere i battenti. Erano gli albori della triste trasformazione della lunga strada che conduce da piazza Venezia a piazza del Popolo. Fu il cuore pulsante della città eterna, un tempo luogo di ritrovo intellettuale e di tradizionali negozi, botteghe artigiane, gallerie d'arte e caffè di prestigio.
Era la fine degli anni Settanta dello scorso secolo. Per fortuna c'erano Piera Minelli e Marcello Proietti innamorati del proprio lavoro. Provarono a far richiesta alla proprietà di rilevare l'attività del locale al Corso, soprattutto per mantenere il prestigioso marchio Moriondo & Gariglio. Purtroppo non se ne fece nulla, perchè i prezzi erano saliti alle stelle oltre l'impensabile, e loro non erano in grado di sopportare economicamente un simile investimento. Con i loro colleghi furono costretti ad andarsene, tuttavia l'intraprendente coppia di maestri cioccolatieri riuscì ad ottenere l'uso del nome dell'azienda, essendo in possesso dei segreti e delle innumerevoli antiche ricette, nonché di tutti gli stampi originali della Moriondo & Gariglio. Con suo marito Piera continuò a produrre il cioccolato da casa, il loro bimbo non aveva compiuto ancora un anno.
Tuttavia l'arte e il lavoro ben fatto prima o poi paga e un colpo di fortuna non può essere un'imprevedibile coincidenza. Tra i tanti clienti della cioccolateria del Corso, quasi tutti angosciati nel veder chiudere i battenti di uno dei loro negozi preferiti, vi era la ricca contessa Isabella Colonna anche appartenente alla famiglia dei banchieri-cotonieri Sursock. Era la regina dei salotti bene della capitale. Tutti i giovedì apriva il suo salotto per le amiche del bridge ciascuna appartenente alla "crème de la crème della Roma bene". Piera era solita, prima dell'inizio, recarsi al sontuoso palazzo Colonna in piazza Santi Apostoli e consegnare personalmente insieme a dei suoi colleghi, un'accurato set di vassoi pieni di prelibati cioccolatini e sistemarli accuratamente nel salone di gioco. Un giorno, venuta a sapere delle difficoltà in cui la cioccolateria del Corso
Moriondo & Gariglio versava, la contessa Isabella disse a Piera che i suoi salotti avevano assoluto bisogno dei loro preziosi cioccolatini tutte le settimane. Non aveva nessuna intenzione di cambiare, non voleva perdere le sue abitudini. La pregò di recarsi al più presto negli ufici amministrativi delle sue società e di farsi immediatamente trovare un nuovo locale. Era l'inizio degli anni Ottanta tempi in cui in tutto il centro storico di Roma era diventato difficilissimo trovare spazi commerciali e nel caso i prezzi erano fuori misura. Fu trovato per Piera e Marcello un minuscolo locale in via della Pilotta, sotto il giardino del palazzo, l’unico disponibile. Ci pioveva dentro ed era un buco, ma lì almeno la coppia di ciocolatieri potè ricominciare. Era però un posto troppo umido per il cioccolato, vi resistettero per una decina d'anni, ma Piera e Marcello non erano sodisfatti della resa del prodotto. Loro erano abituati ad ottenere il top. E così si misero alla ricerca di un nuovo locale. Lo trovarono a Pigna
a pochi
passi dal
Pantheon, una chicca in una zona
ricchissima di storia, esattamente in via del Piè di Marmo 22, tra le antichissime stradine e vicoli del rione.
L'attuale Moriondo & Gariglio aprì i battenti nel 1992. S'accede al negozio da una porta di legno a vetri che aprendosi fa suonare un campanellino. Varcata la soglia, accolti dal profumo inebriante del cioccolato, si entra in una macchina del tempo. Ci si ritrova in un accogliente salone fin de siècle, con poltroncine damascate rosse, tavolini rotondi, un antico registratore di cassa, pareti tinteggiate color ciliegia con scaffali e teche traboccanti creazioni bellissime. Tranne i vasetti di confettura fatta in casa, le caramelle e i marron glacé più buoni dell’universo, tutto qui è fatto a base di cioccolato. L'anziana titolare Piera Minelli ha trasferito al figlio Attilio Proietti la passione del loro antico mestiere, anch'gli è divenuto maître chocolatier. Le cioccolaterie nel centro storico di Roma abbondano, ma la famiglia non ha paura della concorrenza. Sono venuti spesso a chieder loro di vendere, o di mettersi in società, ma senza esito. Ad agosto, la produzione si ferma e il negozio chiude per un mese intero.























