SEDE VACANTE PER UN PASSAMANO di Claudio Di Giampasquale
«Il papa è morto. Viva il papa!» così un'antica sentenza che, tradotta in romanesco, vale l'espressione famosa «morto n'papa se ne fá n'antro» è un modo sbrigativo ma efficace per rendere la tragedia dell'anonimato che in fondo incombe sulla persona eletta al trono pontificio. Infatti la successione di un pontefice è, per dirla con il Belli, come «er passa mano» quel gioco che consiste nel portarsi via di nascosto un oggetto e passarlo a un'altra persona, la quale a sua volta lo consegna a un'altra, e così via. È il passaggio del potere, in nome del quale il neoeletto perde i suoi caratteri somatici particolare, addirittura non dispone più del proprio cervello, secondo il poeta, ma ragiona come impone questo prestigioso e solenne posto di comando.

Ecco il celebre sonetto
«Er passamano» fu scritto da
Giuseppe Gioachino Belli domenica 4 ottobre 1835. Er poeta der rione Sant'Eustachio ironizzò sulla figura del pontefice in quanto come un "vice-Dio immortale".
Il concetto belliano era
che il papa non muore mai davvero, quando il suo corpo cessa d'esistere l'anima passa direttamente nel corpo del nuovo successore, spiegando in versi ironici che riassumono in due quartine il senso stesso del titolo della sua opera (er passamano). In sostanza, possono cambiare i tratti fisici della persona, ma il Santo Padre in quanto istituzione è sempre lo stesso
«eterno com'er Padr'Eterno»:




