PROVERBI ROMANI SÚ L'AMORE E SÚ LE CORNA di Claudio Di Giampasquale

La caratteristica "filosofia popolare romanesca" deriva da un'eternità d'esperienze quotidiane e un mix di fatalismo, praticità e ironia, tramandati sia oralmente che documentate dai poeti dialettali nelle loro raccolte, le quali ne preservano sia la saggezza che l'umorismo e concretezza che rappresentano i tre elementi tipici e fondamentali del patrimonio culturale e popolare romanesco. Nel corso della storia, non poche frasi ricorrenti ancora oggi diffuse emersero dall’insegnamento e dall'abitudine, detti che si sono tramandati di generazione in generazione, condensandosi in "sentenze quasi dogmatiche" per meglio dire "proverbiali" con riferimento sia al soggetto che all'oggetto dell'asserzione. Il nucleo dei proverbi romani è enorme, ce ne sono di antichissimi e di attuali al passo coi tempi moderni. Derivano dal latino parlato e si sono nei secoli trasformati in "romanesco" un dialetto che ha assorbito elementi da varie epoche, catturando e pragmatizzando in brevi frasi la saggezza pratica e l'osservazione della vita. Il proverbio romanesco ripropone in maniera spesso allusiva e metaforica aspetti del vivere quotidiano, offrendo dietro a espressioni dirette, aspre e spesso volgari e politicamente scorrette, verità popolarmente riconosciute.

Qui, queste chicche verbali offrono un modo scanzonato per affrontare le difficoltà o per esprimere una rassegnazione amara.

I giovani romani assorbono come spugne l'antica e autentica "saggezza dei vecchi" celebrandola quand'occorre come verità e verdetto. Ancora oggi frequentemente si sente dire: «eh ...li proverbi dé mi nonna...» oppure «eh ...ci'aveva ragione mi nonno...».

In ogni modo, disse il sommo poeta Gioacchino Belli: «Er romanesco nun è n'vérepproprio dialetto, neppure n'vernacolo dé l'italiano, ma solamente ná coruzzione, pé dilla mejo ná storpiatura; favella der sú rozzo vurgo» (qui il poeta intende "vulgo" che dal termine latino "vulgus" sta a significare "la massa del popolo, spesso vista in contrapposizione alle classi colte o elevate").

A Roma ogni argomento e ogni tema offrono una nutrita sequela «d'antichi proverbi» e «dé moderni detti».

Per le questioni d'«amore», «di sesso» e di «tradimento anzi "dé corna"» ce ne sono a iosa. Ma perchè s'usa la parola "corna"? Ebbene, si narra che questo termine fu abbracciato già dagli antichi romani, che lo importarono dalla mitologia greca, o meglio dalla leggenda di Minosse figlio di Zeus ed Europa, re di Creta, che si mise di traverso a Poseidone. Il dio per punirlo fece innamorare la moglie Pasifae di un toro. Il sovrano quindi venne tradito e l'accoppiamento tra la bella regina e la bestia portò alla nascita di Minotauro un feroce mostro dal corpo di uomo e la testa di toro, "có tanto dé corna". Dopo la nascita l'ibrido essere fu rinchiuso nel "labirinto di Cnosso", ma le voci correvano anche all'epoca, e così i sudditi iniziarono a salutare re Minosse col gesto delle corna. Comunque bandendo la mitologia ecco un elenco di alcuni proverbi romaneschi sui temi amore, tradimento e sesso:

  • L'amore è come ná cipolla, più te ci' avvicini e più te fá piagne

  • L'omo è er fóco e la donna la stoppa, poi vié er demonio e je l'appicca

  • L'amore pé le scale è come er brodo senza sale

  • Er core nun se sbaja

  • Chi se gratta la fronte ci' ha le corna pronte

  • L' ómo dé paja vó la donna d'oro

  • Chi se 'ncontra spesso se vó bbene

  • La paja accant'ar foco pja subbito foco

  • Amore, rogna e tosse nun s'annisconneno

  • Mí marito è n' bono á nulla, si nun ce fossi io nun sarebbe capace manc' áesse cornuto

  • L'amore có l'amore se paga

  • Er modo come fai l'amore è er modo come Nostro Signore starà có te

  • Chi ci' ha le corna è l' urtimo a sapello

  • Chi ama teme

  • Chi pé amore sé pja, pé rabbia sé lassa

  • L'amore nun è bello sí nun è litigarello

  • Bacio nun fá bucio

  • La gelosia vié dá l'amore

  • Amore e fede nun c' è chi ce crede

  • Voi fatte amá, fatte sospirá

  • Er sesso nun è tutto, ma senza er sesso tutto è gnénte

  • Chi me vó bene appresso mé viene

  • Puro er bue dé l'imperatore ci' há dú corna

  • Chi è freddo dé mano è freddo dé córe

  • Nun c'è sabbito senza sole, nun c'è donna senz'amore

  • Mejo dolori dé borsa che dé córe

  • È mejo esse cornuti ché fregnoni

  • L' amore è come l'ovo, è bbono quann' é fresco

  • Er sole cala indove c'e  pennenza, l'amore torna indove c'é speranza

  • Peccato anníscosto nún offénne

  • La donna ne sá n' punto più der diavolo

  • Vojo quarcuno/a che me torga er fiato, nó er soriso

  • Me disse: «chi ama torna» járisposi: «no, te sbaj chi se pente torna, chi ama resta»

  • Donna che sména er culo come quaja, si puttana nun' é, poco se sbaja

  • Falla svejà có n' soriso

  • Tre femmine fanno mercato

  • Te se consuma er córe, ma d'amore nun se móre

  • Sante n' chiesa, diavole n' casa

  • All' omo meschino jé basta n' ronzino

  • N' dó ce só le corna, ce só lí quatrini

  • Bacco, tabacco e Venere, riducono l' ómo n'cenere

  • Donna risarella, puttana puttanella

  • Nún lodá er giorno sin' alla fine, nún lodá l' ómo sin' alla morte

  • Er grano e le corna vann' á braccetto

  • A pjá moje pénsece n' anno...e n' giorno

  • Matrimoni e vescovadi só dar cielo destinati

  • Marito vecchio corni sicuri

  • Carne dé culo nún vá n' paradiso

  • La pace tra la sócera e la nóra dura quanto la neve marzaróla

  • Capisco che vór dí "amore" solo quanno mí madre me fá ná carbonara

  • Er culo nún fá fjj, solo cibbo pé conjj

  • Quanno l'omo ride e canta vole moje, quanno l'asino raja vó la paja

  • Chi disse donna disse danno

Potrei andare avanti ancora a lungo, ci sono tantissimi altri proverbi e detti su questi spinosi temi , mi fermo però qui per non rischiare d'essere eccessivo. Mi preme però concludere raccontando più nello specifico la leggenda mitologica di re Minosse primo "cornuto" conclamato dalla storia al punto d'aver dato origine a tale appellativo (sono convinto che prima di lui ce ne siano stati a iosa...) prima non ho approfondito in quanto è un racconto (seppur mitologico quindi assolutamente irreale) direi assai "osceno". Ho temuto che narrarlo più specificatamente all'inizio di questo pezzo, nel solo leggerne qualche riga avresti potuto abbandonare la pagina, poichè abbastanza "spinto". Ora che sei giunta/o quasi al termine me la rischio, d'altronde è una versione scritta duemileduecento anni fa dallo storico Apollodoro di Atene. Ecco un breve riassunto della testuale traduzione dal greco antico del paragrafo dall'opera "Apollodoro libro 3.1.3"     :


minosse: Il primo "cornuto" della storia

C'era una volta circa 2000 anni prima della nascita di Cristo il regno di Creta centro della "Civiltà Minoica". La protezione dell'isola era affidata da Zeus a Poseidone dio del mare che si serviva del gigante di bronzo Talos, donato da Zeus a Europa per difendere l'isola, pattugliando le coste e respingendo invasori in aiuto del sovrano Asterio. Quando morì il re Asterio successe questo:

Un'immagine di re Minosse tra i dannati dell'Inferno in un'antica stampa della Divina Commedia. Nei miti attici venne descritto come un crudele tiranno ...

Pasifae mentre entra nella giovenca di legno costruita per lei da Dedalo, al fine di potersi congiungere con il toro raffigurato in basso a destra (Giulio Romano)

Pasifae qui raffigurata con in braccio il piccolo Minotauro [opera di Nicolai Abildgaard]. Secondo la "Biblioteca" di Apollodoro era una donna bellissima.

«Minosse figlio di Europa volle regnare sull'isola di Creta. Pur di ottenere il regno sostenne che gli dei gli avevano fatto in dono il destino dell'isola ed aggiunse che qualsiasi cosa gli fosse stata chiesta lui l'avrebbe esaudita. Eseguì un primo sacrificio a Poseidone pregando che un toro emergesse dal mare e promise che anch'esso lo avrebbe sacrificato al dio dei mari. Ma quando quel toro emerse dagli abissi e Minosse ottenne il regno di Creta, il nuovo sovrano cambiò idea, non rispettò il giuramento fatto ed aggiunse quel magnifico bovino alle sue mandrie anziché sacrificarlo. Offeso, Poseidone rese quel toro selvaggio e fece in modo che Pasifae, la regina moglie di Minosse, s'innamorasse perdutamente dell’animale. La donna, attratta dal toro, volle essere la sua vacca e incaricò Dedalo un geniale architetto, inventore e scultore ateniese, di costruirle una vacca di legno in grado di contenerla, supina, disponibile e pronta per l'accoppiamento. Dedalo cucì quella giovenca lignea in un manto di una mucca vera e la pose in un prato dove quel toro era solito pascolare. Pasifae si fece introdurre nel finto animale messo in posizione d'accoppiamento ed il toro arrivò infoiato. Così avvenne il brutale accoppiamento tra l'animale e la bella regina. Pasifae restò incinta e nove mesi dopo diede alla luce Asterio, che fu denominato "il Minotauro". Come svezzato il mostro fu nutrito con la carne di giovani maschi e ragazze Ateniesi, pretesi da Minosse, e venne rinchiuso nel labirinto di Cnosso, progettato e costruito appositamente dall'architetto Dedalo. Era un luogo nel quale chi vi fosse entrato non avrebbe più trovato l'uscita. Il Minotauro morì ucciso da Teseo un giovane monarca di Atene che fu annoverato tra coloro che dovevano essere inviati come terzo tributo all'ibrido essere o forse si offrì volontariamente. Quando giunse a Creta, una delle belle figlie di Minosse, Arianna, s'innamorò di lui e gli promise d'aiutarlo se in cambio l'avesse portata ad Atene. Così Teseo ottenne che lei chiedesse a Dedalo dove fosse locata l'uscita introvabile del Labirinto e il costruttore le diede la risposta. La bella Arianna poi diede al suo amato un gomitolo di filo dorato luccicante che avrebbe potuto srotolare all'interno del labirinto. E poi anche una spada per uccidere il Minotauro. Teseo salvò la vita ai ragazzi che dovevano essere sacrificati e uscirono dal labirinto tutti insieme grazie al gomitolo». [Apollodoro libro 3.1.3]       :