RESTÁ COME DON FARCUCCIO di Claudio Di Giampasquale
Antiche leggende e racconti, tramandati di generazione in generazione, hanno dato origine a non pochi "modi di dire". Sono tantissimi ancora oggi questi detti, usati in certe situazioni; esclamati spontaneamente senza conoscerne l'origine e il perchè si dica così. Ogni città e paese ha i propri. Spesso derivano da fatti realmente accaduti. Ad esempio a Roma c'è il detto «Só rimasto come don Farcuccio». Si usa dire in due circostanze, ossia «quando una persona rimane piantata senza prendere una decisione, senz'andar avanti oppure tornar indietro». Oppure «quando una persona rimane senza niente, con un pugno di mosche in mano, dopo aver perso tutto successivamente a una serie di sventure o scelte sbagliate». Ma chi era stó don Farcuccio?
Ci sono due leggendarie narrazioni romane che, in modo differente, raccontano chi fosse e il perchè della nascita di questo buffo detto. Eccole qui a seguire, la prima parla d'un uomo che da tranquilla persona senza velleità improvvisamente divenne uno spaccone; per la cronaca preciso che anche a Roma il "don" era appellativo di rispetto che si dava (pure) a persone non appartenenti al clero, in quanto deriva dal latino "dominus" (signore). La seconda invece narra d'un vero "don" ossia di un prete.
La prima versione
Secondo Ettore Veo studioso della cultura e delle tradizioni popolari romanesche «don Farcuccio» fu un trasteverino vissuto nel diciannovesimo secolo. Una volta, trovandosi in una certa circostanza rimase con un piede a terra e l'altro per aria; insomma non restò nè in cielo e nè in terra. Iniziò così, il poveretto subì un'incredibile metamorfosi a un certo punto della propria vita. In origine di carattere tranquillo e pacioso, "tutto dénbótto cambió regime", divenne furibondo, quasi un energumeno. E cose da pazzi, cominciò a compiere guai seri senz'alcuna paura d'andarci in contro. Inconcepibilmente la sua presenza e il suo intervento divennero ovunque fosse richiesto coraggio, spregio dell'incolumità, avventure talmente pericolose da rimetterci la propria vita o per lo meno l'osso del collo. Improvvisamente qualunque fatto rientrante nella normalità cominciò a recargli noia o lo esasperava. Principiò a odiare i cavalli che non scalpitavano e tutti coloro che procedevano con lentezza. Improvvisamente, il popolo e la borghesia che sostavano pigramente nelle osterie e nei caffè gli diedero a nausea. Insomma, stó don Farcuccio divenne all'improvviso nella sua vita un uomo d'azione e tutto ciò che obbediva alla staticità lo mandò in bestia.
Una sera, decise d'arrampicarsi sul Colosseo affidandosi alle sole mani e ai piedi per raggiungere la cima, e così fu. In'altra occasione durante la "corsa déi berberi ar Corso" a carnevale fermò un cavallo. «A n'antra ancora discese la cordonata der Campidojo n'tré zompi aiutannose có ná pertica». Altra sua impresa fu quella in cui volle sfidare due lottatori che a piazza Santa Maria in Trastevere s'esibivano davanti al pubblico in esercizi di forza; incassò un numero incalcolabile "dé sganassoni" tuttavia accattivandosi gli applausi e la simpatia della gente che guardava.
Per farla corta, ormai divenuto fanatico al massimo, don Farcuccio vedendo trasvolare sul cielo di Roma le prime mongolfiere con a bordo coraggiosi pionieri del volo, disse ai presenti che stavano col naso all'insù ammirando sbalorditi :«e ché ce vó, è robba da gnente! ...robba da pischelli!» e dichiarò loro d'esser pronto e capace di volar senza problemi pure lui "n'sú ná palla der genere ...tutti i giorni" . Un tizio lo interruppe «allora don Farcú perchè n'ciannáte davero? ...fatece vedé». E lo spaccone di rimando: «Ma subbito! ...mó m'organizzo e vé faccio vedé davero» . Fu così che don Farcuccio pochissimo tempo dopo s'impegnò d'accompagnare un'esibizione del mongolfierista Francisque Arban sui cieli della città eterna, nel secondo volo che partì dal Pincio. Ebbene, non si sà se fu uno scherzo di cattivo gusto oppure una burla, fatto stá che don Farcuccio salito in pompa magna in carrozza sul Pincio, come si avvicinò al veivolo pronto a decollare posizionato nel centro della Terrazza che s'affaccia su Piazza del Popolo, cambiò colore e cominciò a tremare dalla paura, pur cercando in ogni modo di dimostrarsi pronto e risoluto. Quando però alzò una gamba per entrare nella navicella dove Arban era già pronto al suo posto, si sentì una specie di strappo piuttosto violento, la corda che teneva il pallone fu tagliata e l'aeromobile in un batter d'occhio arrivò in cima al cielo sorvolando il Tevere, mentre don Farcuccio ancora era rimasto a cavallo della fiancata della navetta appesa all'aerostato, nella scomoda posizione con un piede piantato sul pavimento l'altro piede per aria, rimanendo così per almeno cinque minuti finche non fu tirato dentro dallo stesso Arban. E fu da questo episodio che nacque il detto «Só rimasto come don Farcuccio».
La seconda versione
Questa leggenda sembra "ricalchi alla romana" un'antica novella boccaccesca, racconta che: «Don Farcuccio era n'prete dé la chiesetta dé Santa Maria in Grottapinta che stà a dú passi da Campo dé Fiori. Se racconta che era secco allampanato e arto come n'palo, ci'aveva n'viso spigoloso có lì zigomi pronunciati, ná cianfrocca gobba sporgente, eppoi nó sguardo bono e n'tenso che te penetrava l'anima. Stó prete più che parlà, ascortava tanto la povera gente, eppoi l'abitanti dé Parione l'amavano perchè le rare vorte che parlava sorideva e te faceva ride er core, speciarmente all'omelía dé la messa quanno commentava i passi der vangelo. Lo chiamavano tutti "don Farcuccio" pé via dé la cianfrocca prominente che sembrava n'becco dé farco. Era generosissimo, dè ná grannezza d'animo smisurata. Se preoccupava sinceramente der benessere artrui. Chi jé chiedeva ná moneta pé comprá er pane, chi pér latte, chi pé n'par dé carzoni o n'cappello o quarche straccio pé proteggese dar freddo. Don Farcuccio amava doná.
Ná sera dé n'verno jé bussò a la porta n'pover’omo, era n'accattone n'freddolito dar gelo dé fine gennaio; jé chiese quarcosa pé coprisse. Ar prete jé se strinse er core, pjó tutte le sue camicie dá notte e tutte le para dé mutannoni che ci'aveva, er mantello, er giaccone, mise tutto dentr'á ná sacca è la regalò a quer poraccio. Pieno dé soddisfazione pé quer gesto d’artruismo, doppo che ebbe salutato l'accattone, chiuse la porta, finì la zuppa che s'era preparato pé cena e fece pé annassene a dormí. Se tolse la tunica e realizzò dé nun avé più nulla da indossá, nudo come l’aveva mess'ármonno sú madre, cor freddo da cani che faceva». E fu così che da allora la saggezza popolare utilizzò questa storia come monito di far attenzione «che è sí ná cosa bona e giusta esse generosi mapperó tocca fá attenzione a nun sperperá tutto ciò che t'aritrovi, pé poi trovasse n'giorno come don Farcuccio».






