SAN BONAVENTURA AL PALATINO di Claudio Di Giampasquale
Non tutti sanno che nella città eterna c'è un luogo in cima al colle Palatino d'una bellezza impressionante. Un sito storico che fu pagano e poi sacro, immerso nel verde tra millenarie testimonianze archeologiche. Un'oasi che benchè non lontana dal caos d'una città infernale, in realtà è un'isola completamente "fuori dal mondo reale che i romani e i visitatori vivono giù in basso a non molta distanza". Qui regnano il silenzio e la pace. Questo paradiso è l'ideale per rigenerarsi, poichè offre l'opportunità di un'esperienza unica sia per l'anima, che per gli occhi, attraverso un percorso di spiritualità (volendo) e architettura senza tempo. La posizione del "complesso di San Bonaventura al Palatino" è privilegiata col suo convento, il chiostro e il giardino segreto con la bella chiesa e un panorama mozzafiato ove il Colosseo dall'alto di un'altra prospettiva appare ancor più grande. La chiesa di San Bonaventura è trà le più richieste per i matrimoni, tant'è che per sposarsi qui bisogna prenotarsi tanto e tanto tempo prima.
Chiesa e convento formano un unico complesso, che si può raggiungere in cima a una salita (via di San Bonaventura 7). Questa caratteristica ascesa lastricata s'inerpica per circa trecento metri sul lato meridionale del
Palatino,
offrendo affacci sui Fori e sulla chiesa di Santa Francesca Romana. Dov'è il complesso religioso, anticamente sorgeva il palazzo imperiale della dinastia Flavia con un ampio giardino ricco d'aiuole, siepi di bosso e alloro che fondevano geometrie arrichite da fontane, statue e giochi d'acqua. La residenza imperiale era circondata da portici e delimitata proprio sul versante meridionale da un'ampia facciata.
Nel tempo, questo sontuoso palazzo conobbe due rifacimenti. Il primo fu compiuto durante il "principatus" dell'imperatore Adriano. Eppoi circa un secolo dopo con la dinastia dei Severi quando di fronte sorse l'«Elagabalium» un tempio voluto
dall’imperatore Elagabalo (siriano d'origine nato come Sextus Varius Avitus Bassianus). Questo santuario pagano fu dedicato al
«dio sole mai sconfitto»
il cui culto fondeva il dio romano Apollo con El-Gabal una divinità solare adorata in Siria. La celebrazione di questo dio culminava il 25 dicembre del calendario giuliano con la festività del «Dies Natalis Solis Invicti» la quale celebrava la vittoria della luce sulle tenebre dopo il solstizio.
L'«Elagabalium» sorgeva nei pressi del palazzo imperiale in modo da permettere a Elagabalo di raggiungerlo dalla prima mattina per presiedere alle cerimonie. Lo storico greco Erodiano in una sua opera, scrisse a proposito di quest'imperatore che
«Quando viveva a
Emesa in Siria, per diventare "alto sacerdote" si fece circoncidere, costringendo anche alcuni suoi collaboratori a fare lo stesso e pensò persino di castrarsi, ma non ebbe poi il coraggio di farlo».
Si narra che l'«Elagabalium» fosse sfarzosissimo, una sorta di mix tra grandiosa architettura romana e quella mediorientale: colonne, capitelli, gradini in marmo colorato di Carrara, pareti decorate a rilievo in marmo bianco a grana finissima estratta sull'isola greca di Paro, pavimenti con raffinati mosaici, legni pregiati, cuoio, pietre dure tagliate sagomate e accostate per formare complessi disegni figurativi; eppoi statue, affreschi, ori, argenti, monili e pietre prezione, fini tappeti istoriati e cuscini damascati, trapunte e veli di pregiate sete orientali, bracieri di bronzo dorato dentro cui bruciavano resine e incensi; vasi d'alabastro colmi d'acqua dove galleggiavano freschi petali di rose. Quando Roma cadde, venne depredato e saccheggiato d'ogni bene. Il resto della spoliazione dei materiali edili avvenne nel corso dei secoli successivi. Oggi ne rimangono poche vestigia: i resti delle fondazioni che emergono dal terreno nei pressi del convento di San Sebastiano, e alcuni tratti delle mura.
gli horti Barberini
Nel 1626 tutta quest'area in cima al Palatino ormai caduta in degrado, venne acquistata da Maffeo Barberini, tre anni dopo esser salito sul soglio pontificio come Urbano VIII. La sua famiglia incaricò l'architetto romano Girolamo Rainaldi per la realizzazione di uno splendido giardino ove si coltivassero piante ornamentali, fiori, alberi da frutto, uva da vino, ortaggi ed erbe aromatiche. Il complesso era organizzato su una serie di terrazze unite da rampe che passando per il "ninfeo della pioggia" arrivavano fino al "teatro del fontanone". Quest’ultimo aveva il centro nella "casina affrescata" sormontata da voliere piene d'uccelli esotici. Quest'ampia proprietà da allora venne chiamata dai romani "Vigna Barberini". Nel 1909 divenne Patrimonio dello Stato.
San Bonaventura da Barcellona
Ma prima che Vigna Barberini divenisse italiana, esattamente duecentrotrentaquattro anni addietro, la nobile famiglia romana volle destinare una porzione di terreno al centro degli horti per l'edificazione d'un monastero francescano. Ciò avvenne dietro la spinta del frate francescano Miquel Baptista Gran Peri (ai posteri Bonaventura da Barcellona) custode del collegio irlandese di Sant'Isidoro nel rione Ludovisi. Di questo luogo Miquel Baptista aveva il compito di custodirne la porta, regolamentarne gli accessi per garantire la sicurezza, accogliere pellegrini e viandanti e sorvegliare l'ingresso e l'uscita degli studenti.
Bonaventura era un grande intellettuale che viveva nella fede in fraternità, professando i voti di povertà, castità e obbedienza. La sua giornata combinava al compito assegnatogli: la preghiera e la meditazione. Era uno straordinario "guaritore di anime" grande amico e confidente del cardinale Francesco Barberini nipote di Urbano VIII, grazie al quale ebbe un'intercessione verso il pontefice Fabio Chigi (Alessandro VII) per ottenere il permesso di fondare alcune "case di ritiro" che erano conventi dell'ordine dei frati francescani, ove i religiosi potevano condurre una vita di maggior penitenza, solitudine e contemplazione, lontani dalle distrazioni. La prima fu aperta a Ponticelli Sabino nel 1662 con annesso santuario di Santa Maria delle Grazie.
Frá Bonaventura diede poi inizio, in seno alla "Provincia Romana dei Frati Minori Riformati"
(un'importante circoscrizione della famiglia francescana dei "frati minori" già di forte rigore ascetico) alla cosìdetta "riformella" cioè a un nuovo ramo dell'ordine, ancor più ligio alla missione di San Francesco d'Assisi. La vita delle comunità di questo riorganizzato ordine monastico si distinse per la strettissima osservanza della "regola francescana", soprattutto sui punti riguardanti povertà, solitudine, preghiera e mortificazione. Era loro proibito di ricevere offerte in denaro, non potevano uscire dalla clausura del convento se non per stretta necessità o per portar aiuto spirituale. Inoltre aggiunsero alla "recita delle ore canoniche" anche tre ore di "orazione mentale"; digiunavano frequentemente per lunghi periodi, dormivano su letti di sola paglia e avevano "sai" (uniformi) di ruvida lana grezza.
La costruzione del compresso sul Palatino, iniziò a partire dal 1675 sotto il pontificato di Clemente X. Oltre che da parte della famiglia Barberini, il frate catalano ebbe anche un forte appoggio del potente cardinale bolognese Cesare Facchinetti, decano del collegio cardinalizio. Oltre che il convento, tra le vestigia imperiali sul colle, venne deciso d'edificare un'annessa chiesa, che avesse un aspetto sobrio ed essenziale, nel tipico stile francescano. Il messaggio suggerito da
frà Miquel Baptista
(beatificato san Bonaventura nel 1906) a chiunque entrasse in questo sacro e appartato luogo, fu:
«La presenza qui non è un semplice "essere in un luogo" bensì "essere in relazione con Dio, in un rapporto spirituale intessuto d’amore, di parole sottovoce e di silenzi"».
la salita segreta sopra al colosseo
La salita sul complesso di San Bonaventura al Palatino inizia vicino al Colosseo alla destra dell'Arco di Costantino (avendo a sinistra il Colosseo). Girandosi di centottanta gradi circa, puoi scorgere una strada lastricata da blocchi di basalto salire in falso piano verso l'Arco di Tito su in fondo. A destra rialzate puoi vedere le dieci colonne del tempio di Venere. Sei sulla «via Sacra» che porta all'ingresso dei Fori Imperiali (a destra), ma non devi entrarci, bensì proseguire ancora in salita verso l'arco di Tito. Incontrerai una biforcazione a coda di rondine, prendi la stradina a sinistra, è "via di San Bonaventura" che continua a salire leggermente più in pendenza verso il Palatino. Puoi notare che improvvisamente i visitatori si sono decisamente diradati.
La spiegazone è semplice, non tutti sanno o non gli è stato riferito delle agenzie turistiche dove porta questa salita; della sua solennità cristiana e della vista con incastri mozzafiato. Proseguendo, la via viene cinta da antichi muri e cambia il suo aspetto. Bellissima da scoprire in autunno, per il suo foliage, sia sulle pareti prospicenti e sia degli alberi passo dopo passo sempre più presenti. A un certo punto a sinistra incontrerai un gioiello del culto cattolico, la chiesa di San Sebastiano al Palatino costruita sul luogo del martirio del santo. Ma per ora non farti distrarre da quest'altro magnifico posto (Roma è così talmente ricca di bellezze da vedere girovagandovi, che "si rischia di perdere di vista l'obiettivo"), prosegui la salita per raggiungere il complesso religioso prestabilito. Questa diventerà leggermente più ripida. Immersi sempre più tra verde e antiche cinte murarie, con ormai i Fori Imperiali decisamente alle spalle, incontrerai una svolta a sinistra, quasi ad angolo retto, voltata la quale inizia la parte finale del percorso in un rettilineo. In fondo al centro spicca la caratteristica facciata della chiesa dove termina la salita. Questo tratto finale del percorso è contorniato da una deliziosa "via crucis" che presenta quattordici stazioni incassate nel muro in altrettante nicchie ad arco. Sono le edicole devozionali realizzate nella prima età del Settecento, originariamente dipinte dal pittore romano Antonio Bicchierai. Purtroppo per la loro esposizione alle intemperie finirono per rovinarsi e vennero sostituite nel 1772 da nuove raffigurazioni in terracotta. Nel convento attiguo alla chiesa, nel diciottesimo secolo studiò, visse una parte della sua vita e morì san Leonardo di Porto Maurizio, propagatore della via Crucis così come la conosciamo. Fu lui che volle questo sacro percorso del martirio di Cristo davanti alla chiesa. Sono inoltre presenti un'edicola sacra raffigurante la Madonna Addolorata e una croce metallica su basamento in pietra. Lungo il percorso si aprono vari portali tra cui quello degli Orti Farnesiani e il portale di Villa Spada. Qualche passo dopo arriverai all'ingresso della chiesa.
L'entrata in chiesa, diventa un improviso momento di sollievo fisico e spirituale. L'accoglienza s'esprime attraverso un'architettura semplice, voluta per favorire il raccoglimento e un'ospitalità che unisce il sacro al bisogno materiale. Questo legame, qui a san Bonaventura s'articola in diverse dimensioni. Vediamole.
La chiesa di San Bonaventura al Palatino
Questa chiesa venne edificata in occasione del decimo solenne "Anno Santo" (in realtà sarebbe stato il quattordicesimo se si fossero contati anche quelli intermedi e straordinari della storia della Chiesa). Come detto, l'intero complesso fu voluto dal pontefice fiorentino Clemente X (all'anagrafe Emilio Bonaventura Altieri) probabilmente questo caso d'omonimia col frate promotore dell'opera, influì assai sulla decisione del Santo Padre, chissà forse vide ciò come una coincidenza divina.
Il 1675 fu un anno particolarmente significativo per la città eterna. Il Giubileo portò circa un milione e mezzo di pellegrini e per l'occasione la "zecca papale" del Banco di Santo Spirito coniò le celebri "piastre del Giubileo". La città fu arricchita da tante opere urbanistiche e monumentali, tra cui il completamento del colonnato di piazza San Pietro e le decorazioni di ponte Sant'Angelo. La Regina Cristina di Svezia, convertitasi al cattolicesimo e residente nell'allora palazzo Riario alla Lungara (oggi palazzo Corsini) fu una delle figure di spicco dei festeggiamenti giubilari. Inoltre, in quell'annuale occasione di fede cattolica universale, il pontefice rifiutò categorigamente d'autorizzare le tanto richieste "corride nel Colosseo", al loro posto, fece erigere una grande croce al centro e vi fece apporre due iscrizioni per ricordare i martiri cristiani che vi persero la vita.
La costruzione della chiesa avvenne sulle vestigia di un'antica cisterna che faceva parte dell'acquedotto Claudio, costruito all'epoca della città dei cesari per servire le vicine Terme Severiane. La chiesa di san Bonaventura al Palatino incarna perfettamente la semplicità francescana. La facciata a doppio spiovente si presenta sobria e lineare. L'interno è a un'unica navata, si possono ammirare tre bellissime opere seicentesche del pittore piemontese Giovanni Battista Beinaschi, sono: l'«Annunciazione», la «Crocifissione» e il «San Michele che sconfigge gli angeli ribelli». Sulla parete destra, dopo il secondo altare laterale e prima del presbiterio è conservato il dipinto settecentesco di Sebastiano Conca la "Madonna del bell'amore" che il pittore di Gaeta donò direttamente a san Leonardo da Porto Maurizio quand'era "frate guardiano" del convento Palatino.
Il convento francescano
La "casa dei frati francecani minori" sul Palatino fu costruita seguendo la "Regola di San Francesco", le strutture del complesso sono sin da sempre caratterizzate da sobrietà, semplicità e povertà, con un'ampia porzione di terreno attiguo destinata ad orto, dove i frati coltivavano ogni specie di piante officinali, ortaggi e frutta. Vi è poi una porzione celata riservata, nascosta alla vista rispetto all'altra, che i romani in visita non potendola vedere chiamarono"er giardino segreto". Era un'oasi contemplativa e intima dei creata per l'isolamento, lo studio e il riposo. Recintata da fitti allori, nascosta alla vista, vi si ritiravano quotidianamente seguendo la "liturgia delle ore", sia col sole che con la pioggia, sia col gelo che col caldo torrido. Nella loro meditazione silensiosa riflettettono in santa pace, ognuno sulla propria interiorità e sulla lode a Dio attraverso il creato. Questa loro metidazione non è un metodo intellettuale rigido, ma un'esperienza relazionale e affettiva.
Il convento sul Palatino fu restaurato a più riprese. Ricevette un primo riassetto nel 1839 grazie alla munificenza del principe romano Carlo Torlonia e di suo figlio Alessandro. Nei decenni successivi, venne ampiamente ridotto nella struttura esterna a causa delle massicce campagne di scavo per riportare alla luce le vestigia romane sul colle. Il convento oggi conserva ancora intatta la sua struttura originaria. L'«Ordo Fratrum Minorum», per i romani i «frati der Palatino» coordinati nelle loro attività quotidiane dal "frate guardiano" (responsabile della comunità) custodiscono l'intero complesso affinché chiunque vi arrivi possa trovar pace, fraternità e misericordia. Anche se in spazi ridotti, la loro missione è rimasta inalterata nel tempo e da oltre tre secoli offrono supporto a giovani che sono alla ricerca di Dio, e che desiderano trovare nel dono la gioia e la bellezza del vivere.
L'ingresso al complesso di San Bonaventura al Palatino è a libero accesso e si trova all'esterno dell'area a pagamento. Data la natura del convento francescano, in ocasione delle perdiodiche visite si richiede possibilmente la prenotazione al numero telefonico +39 3312958397 (dal lunedi al sabato dalle ore 16.30 alle 18.30) oppure tramite le varie piattaforme turistiche ufficiali sul web. Consiglio di contattare l'Opera Romana Pellegrinaggi del Vicariato di Roma.































