SUPERSTIZIONI E SCARAMANZIA DEI ROMANI di Claudio Di Giampasquale

La credenza irrazionale che gesti e oggetti portafortuna oppure certi avvenimenti possano influenzare il futuro portando fortuna o sfortuna è "prassi" di molti, tramandata da antiche tradizioni. Tale consuetudine combina un certo modo di pensare (credenze e supposizioni) con determinate azioni o gestualità a volte bizzarre e prive di logica (da parte di chi crede). Ci sono due termini che esplicitano ciò: «superstizione» che è la teoria, «scaramanzia» che è l'azione. Non sempre questi due ingredienti si combinano nello stesso modo. La casistica ci indica marcate differenze antropogeografiche nel mondo. Ad esempio l'Italia, percepita nel mondo come un paese fortemente scaramantico, nel suo insieme presenta sfumature, intensità e tradizioni differenti tra il settentrione, il meridione e le isole, mescolando sacro e profano in specifici modi popolari.

Alcune regioni mostrano ancora oggi, nell'era di internet e dell'intelligenza artificiale, un legame viscerale con antichi riti tramandatisi di generazione in generazione, resistendo ai progressi della conoscenza e della tecnologia. Cito a tal proposito la paura per il "malocchio" più marcata in determinate aree geografiche. In ogni modo, grazie al cielo, ci sono anche tantissime persone non superstiziose (di conseguenza neanche scaramantiche) che basano le proprie convinzioni su ragione, logica ed evidenza. Ma come si colloca Roma nella classifica italiana delle superstizioni e della scaramanzia? 

due magnifiche città collegate dalla superstizione

La Campania guida la classifica delle regioni più superstiziose della penisola (comprese le isole), seguita da quelle del sud fortemente legate ad antichi riti. Ma anche il Lazio "non scherza" in merito e stranamente anche la Lombardia. La Val d'Aosta è quella meno suggestionabile. Romani e napoletani sono "cugini" in molti aspetti, a causa della profonda condivisione storica, culturale e genetica avvenuta nel corso dei millenni. Furono uniti dall'Impero dei cesari, il magnifico territorio di «Neapolis» al centro del golfo dominato dal «Vesuvius» e le isole di fronte, divennero un importante centro culturale e di villeggiatura per l'élite romana. L'influenza tra queste due formazioni intellettuali è sempre stata forte, tra cui quella dell'approccio alla "malia".

Superstizioni e scaramanzia rappresentano una forte connessione culturale tra le due meravigliose città, che affonda le radici in tradizioni millenarie popolari e marziali. Entrambe condividono l'idea che la fortuna vada propiziata e la sfortuna allontanata con gesti, amuleti specifici, e riti. Spesso fondendo sacro e profano. I napoletani chiamano la malasorte «iella» termine che deriva dalla lingua napoletana "iettare" (gettare) riferendosi all'azione di "tirar addosso" il malocchio o la sfortuna oppure una maledizione. Tra le varie "convenzionalità" in uso per proteggersi da ciò, i partenopei usano due gesti tipici, eseguiti con la mano sinistra perchè più vicina al cuore (esportati in tutto il mondo): le classiche "corna", che sono usate anche a mó d'ingiuria. Ma per distinguere il gesto scaramantico da quello offensivo, le corna i napoletani le rivolgono in orizzontale verso il basso, spesso accompagnate da un movimento verso il terreno. In alternativa s'usa l'incrocio del dito medio sopra l'indice. Ambedue accompagnati da espressioni tipiche che invocano la buona sorte o allontanano la negatività. Eppoi gli antichi partenopei riferendosi nominalmente a Morfeo il dio del sonno, inventarono la «smorfia», un sistema tradizionale d'interpretazione dei sogni ma anche degli eventi quotidiani, associandoli a simboli o situazioni specifiche uno o più numeri (da uno a novanta) da giocare al Lotto. Presero spunto dalla cabalistica ebraica, secondo la quale nella Bibbia non esiste parola, lettera o segno che non abbia qualche significato nascosto correlato. La «smorfia» è ancora oggi una pratica radicata nel folclore napoletano e combina sacro, profano e superstizione; è spesso usata anche nella tombola di Natale. A Roma invece la malasorte si chiama «sfiga» vediamo perchè viene appellata così e quale gesto i romani usano per scacciarla.

esegesi dell'espressione romana "sfiga"

Soffermandoci su Roma, c'è da dire non poco. Anche all'ombra dei sette colli la superstizione è da tempo immemore un meccanismo di difesa umana contro qualcosa di negativo o accidentale. È ancestrale, di natura irrazionale e insensata. Tramandata di generazione in generazione da tradizioni popolari e raccomandazioni familiari. Ha condizionato ed ancora influisce sul modo di pensare e d'agire delle persone che la fanno propria. Il pensiero collettivo dei romani su quest'argomento discende da duemila anni di storia in cui la volontà di proteggere la propria sorte da eventi funesti è sempre stata forte.

Scopriamo perchè la malasorte a Roma si chiama «sfiga». Questa curiosa locuzione dall'apparenza volgare, proviene dall'antichissima tradizione della «manus fica» (mano a fico) un simbolo diretto, arcaico che deriva dall'antica era monarchica. Affonda le radici nel linguaggio degli antichi popoli dei villaggi pastorizi e agricoli sul colle Palatino, usata come auspicio di fertilità e ricchezza. Anche gli antichi romani manifestavano l'augurio di buona sorte con la mano più vicina al cuore, attraverso un segno nel quale si nascondeva un messaggio molto più profondo di quanto sembri: simulava infatti l’unione sessuale della fecondazione. Il pollice rappresenta il fallo, mentre le dita che lo racchiudono richiamano l’organo femminile.

Nella Roma repubblicana l'annoso questito delle "suggestioni" fu affrontato anche sul piano legislativo. consoli, pretori, censori, edili, questori, sino al tribuno della plebe e il popolo, riconoscevano nella «superstitio» l'equivalente della «deisidaimonia» greca traducibile come "rispetto degli dèi" o "timore dei demoni", il "deisidaimon" (l'uomo superstizioso) veniva descritto nelle opere degli intellettuali romani come qualcuno ansioso degli dèi, ossessionato da purificazioni rituali, sogni e presagi, e che interpretava ogni evento come una minaccia divina. Di conseguenza il superstizioso eccedeva nei rituali, insisteva nella loro ripetizione, regolava ogni momento della propria vita quotidiana a partire dal timore dell’intervento divino, così diventando frequentemente vittima di ciarlatani e oggetto di «ridĭcŭlus» ossia soggetto di derisione e scherno.

Nell'epoca imperiale cominciarono a mutare progressivamente molte cose, il cambiamento divenne palese in quanto riconosciuto e perseguito in epoca Giulio-Claudia quando fu individuato il crimine di "veneficium" ossia d'avvelenamento, spesso associato a pratiche magiche di superstizione e stregoneria. Con l'Impero il ruolo del Senato diminuì, mentre crebbe l'influenza dei pretoriani e dei liberti, gli atti di scaramanzia divennero quindi oggetto di controllo e verifica più diretta da parte delle autorità preposte, punito severamente, specialmente dopo l'entrata in vigore della "Lex Cornelia de sicariis et veneficiis". Prima di essa nella città eterna si era soliti praticare con leggerezza la combinazione empirica tra erboristeria e superstizione. Sebbene esistessero conoscenze anatomiche, ci fossero ospedali e un uso avanzato di piante medicinali, la cura era spesso affidata ad amuleti, rituali magici e alla fede nel divino. Gli antichi romani furono un popolo molto religioso e molto superstizioso, le due cose andavano d'accordo. Plinio il Vecchio nella sua opera «Naturalis Historia» condannò fermamente tali prassi come una frode superstiziosa e una pericolosa degenerazione della medicina e della religione.

Ephesia Grammata (dal greco antico: Ἐφέσια γράμματα" lettere efesine)

Era una famosa formula magica dell'antichità considerata dal popolo dell'antica Roma incomprensibile ma dotata d'immenso potere apotropaico (protettivo). Veniva utilizzata accompagnata da amuleti per scopi curativi, incantesimi ed esorcismi. Queste parole (aski, kataski, lix, tetrax, damnameneus, aisia) venivano incise su pietre per allontanare il male, la sfortuna, oppure proteggere gli sposi o garantire la vittoria.

Si narra che "Ephesia Grammata" derivi dalla leggenda di Creso e che tali parole fossero incise sulla statua di Artemide Efesia rinvenuta a Tivoli, la dea della fertilità venerata nel tempio di Artemide a Efes, decorata con protomi di leoni, grifi, cavalli, tori, api, e anche sfingi e fiori. Il petto caratterizzato da quattro file di mammelle (ed anche scroti di toro) come simbolo di fertilità.

abracadabra



É una "locuzione rituale" che venne adottata frequentemente dagli antichi romani per le loro celebrazioni scarmantiche. Si tratta d'un vocabolo in uso da tempo immemore nei riti propiziatori, universalmente adottata e pronunciata, benché da secoli senza traduzione. Tuttavia recenti studi filologici ne attribuiscono un ballottagio tra queste antiche lingue: dall'aramaico «Avrah KaDabra» (Io creerò come parlo) oppure «abhadda kedhabhra» (sparisci come questa parola). Dall'ebraico «ha-bĕrakāh dabĕrāh» (enunciare la benedizione)  oppure «Abreq ad habra» (invia la tua folgore fino alla morte) o anche, sempre dall'ebraico, dall'unione dei vocaboli «ab» (padre), «ben» (figlio) e  «Ruach haQodesh» (spirito santo). Infine dall'arabo proviene l'ipotesi foneticamente più plausibile, ma con un significato non certo positivo o meglio costruttivo, ossia «Abra Kadabra» (fa' che le cose siano distrutte). Nella lingua latina non risulta evidente traccia, la Roma dei cesari l'adottò facendone uso come scongiuro, comparve per la prima volta negli scritti di Quinto Sereno Sammonico come rimedio magico per la febbre potenzialmente fatale. L’erudito romano fu il precettore dei bambini che divennero poi gli imperatori romani Geta e Caracalla e la posizione privilegiata in quanto membro d'una ricca famiglia nobile dava un certo peso alle sue parole.

Superstizioni e scaramanzia nella città dei papi

Il culto della paura è sempre stato alimentato dai preposti intermediari tra l’uomo e la divinità, quindi anche la Chiesa cattolica nel medioevo face leva sulla paura e sulla superstizione principalmente come strumento di controllo sociale, politico e spirituale in un'epoca caratterizzata da profonda insicurezza, analfabetismo e limitate conoscenze scientifiche. In un contesto in cui la vita terrena era vista come una valle di lacrime e una preparazione a quella eterna, la paura dell'inferno e la promessa della salvezza divennero i cardini per mantenere l'ordine e la fedeltà dei fedeli. La paura della dannazione eterna (inferno) e la minaccia della scomunica erano strumenti potentissimi per imporre comportamenti conformi alla dottrina cristiana. La Chiesa offriva l'unica salvezza in un mondo dominato da minacce reali come carestie, pestilenze e violenze.

Ormai gli sfarzi dei Cesari erano solo una lontana e appannata reminescenza. In seguito alla caduta dell'Impero, al vuoto di potere lasciato dai bizantini  e ai secoli bui che seguirono. Il destino della città eterna ormai spoglia delle sue passate immense ricchezze, depredata da invasori da ogni dove, svuotatasi sino a diventare un piccolo centro rurale, fece sì che il papa assumesse un ruolo di guida politica e di protezione della città, consolidando il suo potere temporale attraverso le donazioni longobarde e franche. In questo difficile clima, la popolazione romana, sempre più impoverita, retrograda e ignorante, inerme di fronte a un sempre più crescente potere della Chiesa e delle famiglie nobili, sviluppò nei rioni un sistema di credenze integrato che rispondeva all'esigenza di sicurezza e senso della vita in un'epoca così turbolenta. Nei secoli nacquero nuove forme e un nutrito assortimento di talismani, culti e gesti apotropaici che si sono perpetuati sino all'epoca di oggi.

La superstizione è qualcosa che, linguisticamente e concettualmente, va contro la religione cattolica. Molte suggestioni oggi diffuse a Roma sono legate ad oggetti e situazioni che potrebbero sembrare totalmente casuali. Invece basta andare indietro col tempo e lasciare che antico e moderno, sacro e profano si mescolino con l’incredibile capacità dell’uomo di creare simboli carichi di significato "per riuscire a districare la matassa", semplicemente così rispetto a tante spiegazioni logiche.

La città eterna tra anatemi e preti, tra pratiche d'origine pagana e liturgie s'è barcamentata a lungo nel tempo tra il sacrilego e il divino. Creando poi in modo occulto anche non poche credenze non compatibili nè con la scienza e nè con la Chiesa. Deleterie incertezze nei confronti della fede (da non confondersi con l'ateismo che è tutt'altra cosa) spinte e condizionate da maghi, fattucchiere che contribuirono allo sviluppo d'un ricchissimo menu di superstizioni e scaramanzie, corredato da contromisure gestuali assai bizzarre difensive dalla malasorte . A Roma ce ne sono una marea, troppe, vediamone solo alcuni, le più famose.

Sino a non molto tempo fa, bastava un gatto nero, un sogno sbagliato o il verso d'una civetta nella notte per essere certi che qualcosa di funesto stesse per accadere. Il gatto nero era considerato il compagno delle streghe o addirittura una loro trasformazione. Questa credenza nasceva dal fatto che il gatto è un animale notturno, silenzioso e indipendente, caratteristiche una volta viste come "innaturali" e quello di colore nero era associato al lutto, al diavolo e alla stregoneria. Nel medioevo papa Gregorio IX autorizzò persino la loro uccisione, alimentando una persecuzione collettiva. Paradossalmente la loro scomparsa favorì la diffusone dei topi contribuendo indirettamente alla propagazione dell'epidemia di peste che decimò la città eterna. 

Il mantello scuro dei gatti neri abbinato alla capacità di muoversi silenziosamente nell'oscurità nel quale i loro occhi brillano come piccoli lampioni li rendeva creature inquietanti, misteriose, spesso associate a sventure e alla morte. Si credeva che nella notte potessero spaventare i cavalli con i loro occhi lucenti, causando incidenti ai viaggiatori. L'idea diffusa che un gatto nero se attraversa la strada porti sfortuna è una superstizione ancora diffusa a Roma, spesso interpretata come il passaggio del diavolo.

Rompere uno specchio portava sette anni di sventura. I Romani pensavano che esso permettesse d'osservare tutto ciò che avveniva nelle parti più lontane dell’Impero. Gli specchi una volta, dal medioevo sino alla seconda metà del ventesimo secolo, erano oggetti rari e costosi, ma soprattutto erano considerati magici, si credeva che riflettessero l'anima della persona. Romperne uno significava danneggiare l'anima stessa condannandola a un lungo periodo di sfortuna. A Roma questa superstizione era molto sentita e credo lo sia ancora oggi. 

C'era poi un'altra suggestione molto marcata "sotto er cuppolone", ossia che la "luna piena" rendesse folli. Il pianeta satellite della Terra era visto come una forza potentissima capace d'influenzare non solo le maree ma anche la mente umana. Si pensava che durante le notti di plenilunio le persone diventassero più violente, irrazionali o fuori di testa. La Sacra Romana Rota giustificava alcuni crimini o comportamenti anomali proprio a causa dell'influenza lunare. Sempre a proposito del plenilunio, c'era poi la convinzione diffusa nei rioni che sia nei reparti di maternità degli ospedali che nelle case, con la luna piena nascessero più bambini. La spiegazione che veniva proposta era che, proprio come accade per mari e oceani, l’attrazione gravitazionale della luna influisse anche sul corpo umano, formato in gran parte da acqua. Naturalmente era una bufala. 

Rovesciare il sale a tavola era un cattivo presagio. Una volta, anche a Roma, il sale non era solo considerato un condimento, serviva anche per conservare il cibo ed era quindi un elemento preziosissimo, sprecarlo significava attirare povertà e disgrazia. In alcune raffigurazioni medievali, il diavolo venne rappresentato vicino a chi rovesciava il sale rafforzando l'idea del cattivo presagio. Una di queste opere con la saliera rovesciata a tavola è l'Ultima Cena affrescata dal Franciabigio nel sedicesimo secolo.

E poi tante altre bizzarre superstizioni, tra cui "Il ferro di cavallo" considerato un potente talismano, si dice porti fortuna se appeso sopra la porta di casa, preferibilmente con le estremità rivolte verso l'alto per non far "cadere" la fortuna. E poi "la coccinella" simbolo di buona fortuna, in particolare se con sette punti neri. Associata alla prosperità e spesso regalata per augurare successo. "Il quadrifoglio" è un talismano contro gli spiriti maligni, nonché un iconico simbolo di fortuna e rarità, principalmente per la sua estrema eccezionalità in natura, si stima che ne esista uno ogni diecimila trifogli. Inoltre, si narra che le quattro foglie rappresentino speranza, fede, amore e appunto, la fortuna. Regalare una chiave significa aprire le porte a nuove opportunità, felicità e prosperità. Mentre tenere una scopa in casa (specialmente dietro la porta) aiuta a spazzare via la sfortuna. Ne potrei citare ancora a iosa, ma mi fermo qui per non rischiare di diventar prolisso. Concludo con un'altro grande tema che ha caratterizzato nei secoli la superstizione di molti romani. Alcuni lo temono ancora oggi.

Il malocchio

Era tra le superstizioni popolari più radicate e i romani d'una volta avevano dei sistemi efficaci se non infallibili contro di esso. Per esserne immuni bastava portare addosso la mollica del pane, il sale, il pelo del tasso, l’acqua delle sette basiliche o i cornetti di corallo, specialmente se trovati per strada o se erano stati regalati. Per vedere se s'era rimasti vittime del malocchio, si prendeva un piatto con un po’ d'acqua e si versavano tre o quattro gocce di olio, se l’olio si spandeva non c’erano fatture, viceversa era segno che il malocchio l’avevano fatto. Nella Roma che fu era detto «occhiaticcio». Il potere malevolo era grande, s'attribuiva allo sguardo, si credeva infatti che proprio con lo sguardo si potessero produrre effetti negativi sulla persona osservata: in sostanza portare malasorte, iella, sfortuna verso persone invidiate o comunque detestate. Secondo la credenza, i sintomi includevano mal di testa improvvisi, stanchezza inspiegabile, sbadigli frequenti, vertigini, nausea e in generale eventi sfortunati. Gli amuleti per contrastarlo erano parecchi tra cui il più potente era, come sopra citata, l’acqua santa di queste sette chiese: la basilica di San Pietro in Vaticano, quella di San Paolo fuori le mura, quella di San Giovanni in Laterano, di San Lorenzo fuori le mura, di Santa Maria Maggiore, di Santa Croce in Gerusalemme e di San Sebastiano fuori le mura. Tutte collegate fra di loro per via del famoso pellegrinaggio promosso da San Filippo Neri nella metà del Cinquecento. Anche l'acqua doveva essere mescolata.

La più efficace operazione per scacciare definitivamente il malocchio era "la segnatura" un rito eseguito da persone esperte (spesso donne che hanno ricevuto la formula la notte di Natale) utilizzando acqua, olio, sale e le preghiere Ave Maria, Padre Nostro, Gloria per "tagliare" l'influenza negativa. Ma c'era anche il "rito cattolico autorizzato" effettuato dal sacerdote esorcista.