CHIESA DI SAN ROCCO ALL'AUGUSTEO di Claudio Di Giampasquale
Dedicata al santo pellegrino e taumaturgo di Montpellier, fu edificata per iniziativa dell'Arciconfraternita di San Rocco all'Augusteo e riconosciuta nel 1499 dal pontefice Alessandro VI (Rodrigo Borgia) uno dei papi più controversi, anche per aver riconosciuto la paternità di vari figli illegittimi, fra cui i famosi Cesare e Lucrezia Borgia avuti da donna Vannozza Catalani.
Questa chiesa era parte d'un’opera più vasta perché a essa venne aggiunto nel 1500 un ospedale per aiutare i malati di peste, di cui appunto san Rocco era protettore. Il sanatorio aveva una sezione femminile e una maschile. Mutò poi destinazione, quando l'epidemia finì, divenne luogo noto a Roma per accogliere le donne partorienti, in particolar modo quelle "a volto coperto".
La "Chiesa di San Rocco in Augusteo" è una delle due chiese superstiti che s'affacciano su via Ripetta, davanti all'Ara Pacis, dopo le demolizioni che nel ventennio fascista hanno cancellato interamente il fitto quartiere che sorgeva attorno al Mausoleo di Augusto. Nel 1934 avvennero i fatti più gravi. Il progetto originario della sistemazione di zona prevedeva la completa distruzione dell'ospedale e della chiesa di san Rocco. Fu proprio l'importanza architettonica e devozionale della cappella della Madonna delle Grazie a salvare questo luogo di culto. Fu demolito l'ospedale, il campanile e l'annesso palazzo Valdambrini.

Le origini e la storia
Diversi tipi di epidemie, tra cui la peste bubbonica e la malaria, avevano decimato la popolazione di Roma per secoli. Erano "un atto di Dio" che gli abitanti di Roma cercavano di fermare con preghiere e processioni. La fiducia maggiore era riposta nella Madonna. Ma si pregava anche San Rocco, a cui venivano attribuite particolari capacità nel combattere le malattie epidemiche.
Come detto, la chiesa fu edificata per iniziativa dell'Arciconfraternita dedicata al santo di Montpellier impegnata a soccorrere gli ammalati di peste per iniziativa dei barcaioli e degli osti che vivevano presso il Tevere. Venne loro concesso di costruire un ospedale in prossimità dell'antica chiesetta di "San Martino iuxta flumen" ("vicino al fiume") presente sin dall'undicesimo secolo nei pressi del Porto di Ripetta luogo in cui le malattie si diffondevano più rapidamente nella città. Venivano portate a Roma dai marinai, ma anche dai secolari diffusori di tutti i germi: i ratti.
Dopo la proclamazione dell'Anno Santo del 1500, il porto sul fiume divenne molto trafficato per l'importazione di merci e per l'intenso via vai dei pellegrini. A causa dell'ormai cronica mancanza d'igiene (gli acquedotti romani erano interrotti da secoli) prosperavano le malattie infettive. Fin dall'antichità, inoltre, la zona di Ripetta era nota come il quartiere dei bordelli chiamato "Lupanaria Schiavonia" (per la presenza di colonie di schiavi), un quartiere, quindi, ad alta incidenza di malattie veneree. L'Arciconfraternita era una delle tante associazioni libere di cittadini che a supporto dei pochi e oberati ospedali esistenti in quell'epoca, si dedicavano alla cura sanitaria dei poveri.
La piccola chiesa, priva di particolari ambizioni architettoniche e artistiche, semplicemente dedicata al santo venerato come protettore contro le epidemie, la peste e le malattie contagiose, divenne sin da subito per i romani luogo di speranza e di preghiera contro la morte nera. Fu completata nel 1503 con una decorazione interna opera di Baldassare Peruzzi, e la facciata venne dipinta con le "Storie di San Rocco" dal pittore Avanzino Nucci.
Nella metà del diciassettesimo secolo l'Arciconfraternita riuscì a raccogliere fondi e interesse sufficienti per ricostruire la chiesa grazie al ritrovamento di un antico affresco raffigurante la Madonna, precedentemente ricoperto, e l'immagine fu ritenuta miracolosa. La ricostruzione fu completata nel 1657 su progetto dell'architetto romano Giovanni Antonio De Rossi con i fondi donati dal cardinale Odoardo Vecchiarelli e dal cardinale Francesco Barberini. Le aggiunte principali furono la cupola, la sacrestia e una nuova cappella. Eppoi altri abbellimenti interni e la trasformazione dell'abside da circolare a rettangolare e un nuovo altare maggiore. Tuttavia, la confraternita esaurì i fondi prima di completare la facciata. Questa fu aggiunta solo nel 1834 da Giuseppe Valadier, in uno stile neoclassico molto raffinato, finanziato da Giuseppe Vitelli. Nel 1852 fu posato un nuovo pavimento.
La prima trasformazione radicale dell'aspetto dell'area avvenne nel 1890 con la demolizione del porto di Ripetta a causa della costruzione dei muraglioni per arginare le esondazioni del fiume, con la realizzazione dei lungotevere e del vicino ponte Cavour.
Successivamente, ci fu un radicale sconvolgimento dell'area di Campo Marzio vicino all'Ara Pacis con la demolizione di oltre centoventi edifici, tra cui l'ospedale e il campanile della chiesa. Nel 1953 iniziò la seconda vita della Chiesa di San Rocco all'Augusteo con il restauro dell'intero edificio e il recupero delle opere contenute, come il dipinto di Baciccio, la pala d'altare di Giacinto Brandi e l'affresco di Baldassare Peruzzi.
L'interno della chiesa
L'interno, orientato (ossia con l'abside rivolto a est) presenta una navata unica con sei cappelle laterali, poste tra arcate di collegamento, transetto e cupola semiellittica con una navata unica e un presbiterio a fondo quadrato. Tre cappelle su ciascun lato alle quali si accede attraverso arcate che si sviluppano da pilastri quadrati, e anche un altare a ciascuna estremità del transetto. Nella prima metà del diciottesimo secolo le cappelle furono impreziosite da una decorazione in marmo. La chiesa era un luogo molto frequentato per i funerali e molte interessanti lapidi commemorative decorano l'interno. La maggior parte di queste risalgono al diciannovesimo secolo, così come gli imponenti affreschi sulle pareti e sul soffitto. La decorazione è ricca, tipica dello stile barocco e presenta pilastri corinzi sui pilastri dell'arcata rivestiti in marmo rosa e con capitelli dorati, che sostengono una trabeazione con una cornice fortemente sporgente che poggia su modiglioni che corrono lungo tutta la chiesa. Il grande affresco centrale raffigura Il funerale e l'apoteosi di San Rocco ed è opera di Achille Scaccioni, attivo a Roma dal 1858 al 1866 e noto come restauratore di dipinti antichi. Il pulpito a sinistra dell'altare del transetto sinistro, a sbalzo rispetto alla parete, presenta una splendida scala curva con una balaustra dotata di piccole colonnine in marmo rosa. Sculture in rilievo occupano la parte frontale e laterale. Il pulpito fu donato dal pontefice Benedetto XV nel 1914.
La cassa dell'organo intagliata e il balcone (cantoria) sopra la porta d'ingresso sono di bellezza impressionante e risalgono al 1721. Questo antico strumento è in legno intagliato e dorato, datato nei primi anni del '700, è uno dei due esemplari francesi presenti in Roma. Si compone di due manuali e pedaliera opera del prestigioso "organaro" francese Aristide Cavaillé-Coll nato nella stessa città del santo a cui fu dedicata questa chiesa. Vi sono inoltre sulle pareti della navata diverse targhe marmoree dedicate a donne. Nella terza cappella sinistra "Sant'Antonio da Padova" di Gregorio Preti del 1650; nella seconda "Presepe" affresco distaccato di Baldassarre Peruzzi probabilmente proveniente dalla chiesa precedente. In sagrestia, quadro con la Madonna e San Rocco e Sant'Antonio Abate tra gli appestati dipinto da Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio nel 1660.
Vale la pena osservare la cupola, che presenta una serie di otto affreschi in uno stile affascinante raffiguranti angeli che suonano strumenti musicali; questi sono separati da ampie nervature in stucco modellato e dorato. Le coppie di pilastri corinzi a nervature che separano le finestre nel tamburo riprendono lo stile esterno. Questi affreschi, e quelli dei profeti sui pennacchi, sono opera di Francesco Rosa e Vincenzo Pasqualoni. L'oculo della lanterna contiene la Colomba dello Spirito Santo. Il soffitto è a volta a botte con due grandi affreschi ai lati di un pannello centrale contenente un "tondo di Dio Padre" di Vincenzo Pasqualoni.
Gli affreschi laterali sono sempre di Scaccioni: "La moltiplicazione dei pani" a sinistra e "La guarigione del paralitico a destra".
Le cappelle sono collegate tra loro da un'ampia apertura tra di esse attraverso archi poco profondi sostenuti da colonne di marmo marrone, vi si accede dalla navata attraverso un ampio arco tra grandi pilastri arancio.
Ogni altare è incassato con una volta a botte, davanti a ciascuno, sopra la navata, si trova una cupola ovale con lanterna che contiene una grande finestra. Sopra ciascun arco tra le cappelle si trovano lunette con scene affrescate. Sui pilastri interni degli
archi si trovano monumenti funebri. La pala al di sopra della
tavola liturgica
che raffigura "L'apoteosi di San Rocco" è opera di Giacinto Brandi dipinta nel 1647 è collocata più in alto del magnifico altare barocco realizzato da Giuseppe Giorgetti con due coppie di colonne corinzie in marmo rosa e rosso screziato, il frontone spezzato presenta una piccola edicola incastonata al suo interno contenente un'immagine della Colomba dello Spirito Santo in gloria.
In fondo alla navata sinistra si trova l'altare di San Nicola di Bari con pala settecentesca raffigurante il santo pugliese che venera la Madonna con il Bambino. La prima cappella sulla sinistra è stata allestita come una grotta con Santa Bernadette che ha una visione della Madonna, ai lati dell'antro ci sono grandi angeli in stucco che reggono candelabri.
L'esterno, un fiore all'occhiello dell'area augustea
La cupola ellittica a forma di cipolla fu realizzata in piombo, poggia su un basamento con un tamburo in mattoni. È piccola rispetto all'edificio della chiesa, tuttavia, il progetto è pulito e armonioso con otto grandi finestre rettangolari in cornici barocche separate da coppie di pilastri dorici in mattoni che sostengono una trabeazione con un'intelaiatura dentellata. Anche la lanterna fu progettata con cura con semicolonne ioniche che separano finestre strette e sostengono una trabeazione a ruota dentata.
La facciata, opera di Valadier, è un esempio d'architettura neoclassica romana. Fu progettata prima dell'occupazione francese, ma fu completata solo nel 1834. La parte all'altezza della navata centrale presenta un grande frontone triangolare sostenuto da sei pilastri ionici dei quali le due coppie agli angoli esterni sono unite, mentre quelle interne sono distanziate. Innanzi a questi elementi decorativi si trova un enorme propileo che incorpora la facciata superiore della navata presentando due coppie di colonne corinzie a costoloni, ciascuna delle quali condivide un alto basamento che sostiene una trabeazione con festoni, nastri e nappe sul fregio. Sopra questo si trova un frontone triangolare con dentellatura e modiglioni e nel timpano di questo frontespizio c'è una ghirlanda con un nastro. Al centro della facciata sull'ingresso principale spicca un finestrone rettangolare.
I due “Angeli con le candele” in alto ai lati sopra la facciata creati dallo scultore Giuliano Vangi sono stati collocati qui nel 1984, rappresentano un tocco d'alta qualità artistica che segna un'importante aggiunta moderna a questo storico complesso architettonico e che fa parte del progetto di recupero e valorizzazione dell'area di San Rocco all'Augusteo.
Ci sono tre ingressi, quello centrale è molto più grande dei due laterali (la porta di sinistra è sigillata dall'interno). Tutti e tre hanno cornici sporgenti sostenute da mensole a tracolla, ma la porta centrale ha una decorazione strigillata (un motivo di decoro ornamentale a scanalature ondulate a forma di "S" che imita lo "strigile" lo strumento concavo usato dagli antichi per pulirsi olio e sudore; era questo un'antichissimo tipico decoro dei sarcofagi romani). Sotto la mensola e sopra lo stemma del pontefice Gregorio XVI che fu il duecentocinquantaquattresimo papa della Chiesa cattolica. Sopra le porte laterali ci sono due grandi targhe incorniciate da zigzag, delle quali quella a sinistra recita: «SEDENTE GREGORIO XVI P[ontifeci] M[aximo] FRONS TEMPLI S[ancto] ROCHO PESTE INFECTIS OPIFERO DICATI, IOSEPHI VITELLI AEDE LEGATO A FUNDAMENTIS ERECTA ABSOLUTA AD MDLCCCXXXIIII» (Durante il pontificato di Papa Gregorio XIV, la facciata del tempio dedicato a San Rocco protettore dei malati di peste, fu eretta dalle fondamenta da Giuseppe Vitelli superiore della casa, nell'anno 1834).

Quella a destra recita: «Ne dira attingat mortalia corpora pestis, sordida ne foedent immortales animos
crimina, precibus age tuis inclite Roche»
(Affinché la pericolosa pestilenza non colpisca i corpi mortali e le azioni malvagie e sporche non contaminino le anime immortali, agisci con le tue preghiere, o venerabile Rocco).
La chiesa fa parte delle chiese rettorie di Roma ed è luogo di culto appartenente alla parrocchia di San Giacomo in Augusta.
Era prima situata a ridosso dello scomparso palazzo dei marchesi Valdambrini e della famiglia nobile fiorentina dei Soderini, tra la Chiesa di San Rocco all'Augusteo e quella di San Girolamo dei Croati. Fu costruita durante il restauro dell’ospedale di San Rocco nel 1774. È una fontana pubblica, di travertino rappresentante una testa all'interno della valva d'una conchiglia, emblema dei portatori di Ripetta dove venivano scaricate le botti di vino. La sede della corporazione della "Università dei Vinai" era proprio nell'attigua Chiesa di San Rocco. Nel tempo ha subito varie trasformazioni a causa del suo spostamento.
Negli anni Trenta dello scorso secolo quando il palazzo Valdambrini fu demolito, la fontana fu trasferita su uno dei pilastri della galleria che collega San Rocco alla vicina Chiesa di San Girolamo degli Schiavoni, dov'è possibile ammirarla e abbeverarsi ancora oggi di fresca e zampillante "Acqua Virgo".
terrore del fiume e l'idromero su una parete della chiesa
Roma ha da sempre avuto col suo fiume un legame speciale. La storia stessa della città, a partire dalla sua fondazione, è legata alle vicende del Tevere. Nel bene e nel male. Le alluvioni e le piene sono sempre state una minaccia costante, hanno causato distruzioni e vittime anche per le carestie che si svilupparono successivamente. Campo Marzio, come tutti i rioni a ridosso del "fiume sacro" fu tra le aree più flagellate da questo fenomeno, sin dall'antica città dei Cesari. Con Augusto Roma s'espanse proprio in questa zona e di conseguenza il territorio di "Campus Martius" fu più esposto. Per cui il primo imperatore istituì un “curator alvei” che doveva occuparsi della “manutenzione” del corso urbano del fiume per tutto il tratto urbano, in particolar modo proprio lì dove avrebbe edificato il suo mausoleo, tenendone sgombro sia il letto che il greto. All'epoca l'ampiezza del letto del fiume raggiungeva i centotrenta metri, cioè il trenta per cento di più della dimensione attuale. La peggior alluvione oggi conosciuta perchè registrata nei documenti pontifici è quella del 1598, con un record di tredici piedi (circa quattro metri) sopra l'attuale livello del selciato di via di Ripetta. L'idrometro originale era diviso in quattro parti disposte lungo una scala graduata.
Per millenni i romani furono terrorizzati dalle "ire" del fiume, sino alla costruzione degli altissimi argini subito dopo che divenne capitale del Regno d'Italia. un'imponente opera ingegneristica realizzata su progetto dell'ingegnere romano Raffaele Canevari.
Proprio dietro l'angolo a destra della facciata della Chiesa di San Rocco all'Augusteo si trova un'alta e sottile lastra per misurare l'altezza delle piene. I romani chiamano questa colonnina incassata tra i laterizi «idrometro dé Ripetta». Fu installata nel 1821.
Oggi il Tevere non mette più paura ai romani
Il biondo fiume mantiene ancora oggi il suo legame con Roma e anzi, come in molte altre metropoli, viene riscoperto come luogo in cui passeggiare anche in bicicletta e dove riscoprire la natura anche grazie a diversi "parchi di affaccio" che costituiscono un'oasi di relax al di fuori del caotico traffico metropolitano e sono il volto più calmo e naturalistico della città in cui è possibile godersi Roma da una prospettiva diversa, più silenziosa, lontana dal caos e immersa nel verde. Nonché dove archeologia e natura si fondono. Il più vicino a Campo Marzio è quello di “Lungotevere delle Navi” situato in un’area fluviale poco distante, di importante valenza naturalista, collocato tra ponte Risorgimento e ponte Matteotti con un’estensione di sedicimila metri quadri.













