I DUE SONETTI DI GIOACCHINO BELLI SUI FICHI di Claudio Di Giampasquale
C'era una volta «er mercato innagone» (in agone) un popolare luogo di compravendita nel rione Parione, autorizzato dal papa nel 1477, anno in cui iniziarono i lavori di ristrutturazione della Cappella Magna che divenne la Cappella Sistina. Il famoso mercato ortofrutticolo di piazza Navona divenne un'istituzione nell'urbe, era al centro del commercio delle "vignarole" signore che venivano tutti i giorni dalla campagna con le loro erbe e i loro ortaggi e tanta frutta di stagione. Quasi sempre "capavano" i loro prodotti direttamente in piazza prima d'esporli sui banchi. Durò per oltre quattro secoli prima che la meravigliosa piazza Navona diventasse lo spazio monumentale e turistico tra i più famosi e amati al mondo. Il suo posto nel cuore di romani a poco a poco venne preso dal mercato di piazza Campo dé Fiori che nel 1869 aveva iniziato lì vicino, al confine dei rioni Parione e Regola.
I fichi nella città eterna sono da sempre frutti simbolici, centrali nelle diete estive e autunnali, legati alle origini stesse dell'urbe. Diversi storici antichi raccontano del «ficus ruminalis» che cresceva nella la zona del Velabro ai piedi del colle Palatino. Narrano di questo celebre albero che cresceva vicino al Tevere (e alla "grotta del Lupercale") sotto cui s'arenò la cesta con dentro i gemelli Romolo e Remo abbandonati dalla loro mamma Rea Silvia in balia della corrente del fiume sacro. La lupa che viveva lì nella grotta li custodì e li allattò. Vennero scoperti dal pastore Faustolo e sua moglie Acca Larenzia, che li crebbero come figli propri.
Il termine "ruminale" derivò da «ruma» che in etrusco e in latino arcaico significava "mammella" o "poppa". Gli studiosi considerano ancora oggi questo termine l'origine etimologica del nome della città e che anche, ancor prima, starebbe all'origine dei nomi di Romolo e Remo. Secondo Herbig si tratta d'una vera espressione: «Roma», nome subito poi dato all'urbe in quanto città-stato "prosperosa, generosa e potente". Nell'urbs capitolinum l'albero di fico fu, dall'epoca dei re sino a quella degli imperatori, considerato sacro e di buon auspicio, anche per via del lattice bianco che ricorda il latte materno. Era pure legato all'atto scaramantico della «manus fica» antico gesto usato contro la sfortuna. In seguito alla bonifica e al drenaggio della paludosa valle situata tra i colli Palatino e Campidoglio, con la costruzione del «Forum Romanum» alla fine del settimo secolo prima di Cristo, un albero di fico venne piantato (poi ripiantato più volte) e venerato nel mezzo della grande piazza principale.
una tentazione a cui non si può dire di no
A Roma il fico era un elemento comune in diverse zone monumentali abbandonate, nei piccoli orti urbani, nei giardini monastici e nelle immense aree rurali della campagna romana, utilizzato come risorsa alimentare energetica soprattutto nella forma essiccata. I fichi freschi venivano consumati in stagione, ma la tecnica dell'essiccazione permetteva di conservarli per l'inverno, integrando la dieta povera e stagionale dei contadini e del popolo romano. La stagione era lunga, in tre periodi principali di maturazione, i "fioroni" frutti grandi, carnosi e meno dolci tra giugno e luglio sui rami dell'anno precedente. Eppoi i "forniti" o "veri" per tutto il mese di agosto, cioè i fichi classici, molto dolci: la produzione principale. Infine i prelibati zucherini "settembrini" per gran parte della stagione autunnale, grazie al clima di Roma. Insomma, nel corso dei secoli sino alla moderna era della profusione di cibo i fichi sono stati un alimento prezioso per i romani, che da sempre li hanno considerati frutto d'un albero cosmico che rappresentava l’immortalità e simbolo d'abbondanza, forza e fecondità. Era l’albero della vita.
Poi per fortuna (o purtroppo) dopo secoli di stenti, nel Novecento dopo la guerra, con il boom economico è giunta anche nella città eterna l'era dell'opulenza alimentare, in cui il cibo è diventato abbondante, anche economico e facile da trovare per tutti. Questo cambiamento ha superato la vecchia lotta contro la fame, portando però a nuovi problemi di salute Ma i fichi rimangono anche in questo terzo millennio una dolce ghiottoneria a cui e impossibile resistere, una tentazione a cui non si può dire di no.
la passione del poeta per i fichi
Giuseppe Gioachino Belli aveva un grandissimo interesse per il cibo, che descrisse non poche volte con passione e ironia nei suoi celebri sonetti. Dedicava attenzione soprattutto alla cucina popolare e ai condimenti usati nelle case romane. Per il poeta il cibo era lo specchio della vita, della festa e della carnalità del popolo, ma anche del potere pontificio. Nei suoi versi descriveva con precisione i banchetti e le tradizioni gastronomiche capitoline del suo tempo. Oltre che buongustaio, Gioacchino era un grande golosone di dolci, dedicò alle frittelle zuccherate una famosa opera in cui lodava lo zucchero, l'uvetta e la pasta fritta. Ma la sua passione erano i fichi, che furono protagonisti nei celebri sonetti «Li fichi dorci» del 1833 e «Er fico fresco» scritta l'anno dopo, nei quali i prelibati frutti sono legati a contesti di mercato, tradizioni popolari e descrizioni della vita e della gastronomia romana ottocentesca, nella quale i fichi erano delle eccellenze assolute attraverso abbinamenti semplicemente sublimi. Celebre tra i tanti il detto romanesco che sta ad indicare qualcosa o qualcuno degno di nota: «mica pizza e fichi»...
"li fichi dorci"
Il componimento usa l'immagine popolare di questo delizioso frutto per riflettere in modo ironico e disincantato sulla realtà quotidiana e sulle difficoltà materiali del popolo romano del diciannovesimo secolo. Il testo adotta un rigoroso autentico vernacolo dell'epoca, documentando modi di dire, usanze e la mentalità della città eterna papalina.
Nella prima quartina vi è un tono ironico con cui "er poeta dé Sant'Eustachio" si rivolge a Nino che ne sta mangiando di gran gusto, incurante di chi gli parla. In seguito Belli asserisce di poterne trovare di meglio e finge disprezzo per essi, dato che provengono da terreno concimato dalla decomposizione di cadaveri degli ebrei. Gioacchino era un fervente cattolico, non esprimeva un disprezzo personale o razziale nei confronti degli ebrei, tuttavia spesso nelle sue opere rifletteva il punto di vista della plebe dell'epoca, intriso di stereotipi tradizionali, antigiudaismo religioso. Lo faceva attraverso macchiette comiche o grottesche, usandole come strumento di satira sociale e non come manifesto ideologico personale. In questo sonetto la "manna" iniziale si collega all'ultima parola "Ebbrei" che nella Bibbia era il cibo piovuto dal cielo di cui i Giudei si cibarono per quarant'anni nel deserto, proseguendo con l'espressione vernacolare che "ciò che aveva ingrassato i loro corpi poi diventati cadaveri in decomposizione, avevano concimato la terra in cui cresceva il fico". Ecco la traduzione di qualche termine: «scédese» significa cedere. «Ortaccio» era il cimitero ebraico accanto al Circo Massimo ove oggi sorge il "roseto comunale". I «prichi» sono pacchi di carte o documenti. I «procacci» sono i corrieri postali portatori di valigia. Poi «monghi» sta a significare (nel romanesco-giudaico) idioti oppure sciocchi. Eppoi «ciscíni» significa gente comoda. Con i termini «cardilatti e mmei» Belli indica cardinali e preti.
Che manna eh Nino? Iddio te bbenedichi,
Prósite, porco mio. bbon pró tte facci.
Tièlli pe tté, nun zerve che li spacci,
Nun è rrobba da scÉdese all'amichi.
Senza sturbamme co li tÚ ficacci,
Trovo a piazza Navona tanti fichi
da fanne scorpacciate, com'è prichi
ch'empieno le valisce a li procacci.
Lo stommico, a ppenzacce, me se guasta.
Grazzie, obbrigato, se li maggni lei,
sÓ ffichi de l'Ortaccio, e ttant'abbasta.
Monghi, ciscíni, cardilatti e mmei
me parerìano a mmé tutt'una pasta
co sti fichi ingrassati da l'Ebbrei.
"er fico fresco"
Il poeta scrisse questo sonetto di due quartine il 22 marzo 1834, nell'ambito della sua celebre raccolta di "Sonetti romaneschi". Il componimento ritrae con ironia popolare una scena nel mercato ortofruttiolo di piazza Navona attraverso un dialogo tra un vignarolo e lo stesso Gioacchino Belli, incentrata sulla vendita paradossale di un singolo fico fuori stagione. Il poeta critica aspramente l'esagerato prezzo richiesto per un singolo frutto fuori stagione, insultando il venditore. La scena si chiude con l'intervento d'un passante che, pur riconoscendo la rarità del fico a gennaio, sottolinea l'assurdità della richiesta economica. Sostanzialmente è una critica contro i vignaroli che frequentemente nella prima metà del diciannovesimo secolo, a Roma speculavano su prezzi, approfittandosi della forte richiesta popolare e della scarsa concorenza imponevano cifre considerate ingiuste dai consumatori e dai viaggiatori dell'epoca. Ciò scatenava la protesta dei ceti umili e la condanna dei cronisti romani. Anche questo componimento è scritto utilizzando il tradizionale vernacolo romanesco arcaico. Alcune note per spiegare a chi non lo comprende perfettamete il significato d'alcuni termini: er «papetto» è una moneta d’argento da due "paoli", cioè poco più d’una lira degli anni successivi alla Breccia di Porta Pia. Poi «quattro lustrini» sta a significare una moneta dell'epoca che equivaleva a circa due "paoli" (vedi il paragrafo sopra). Eppoi «bbrusciato» significa bruciato. Proseguendo «dú ggiuli» equivalevano sempre a due "paoli". Eppoi un termine che indica un'usanza "spaccona" tipicamente romanesca: «er fichetto» che era una mossa verso l'altro prendendogli il mento fra il proprio pollice e medio, e premendogli nel contempo le labbra con l’indice. Poi «a aùffa» significa senza pagare o a spese altrui o meglio "a sbafo". Infine «mme sfrusciava» significa "m'annoiava".
Ggirava n'viggnarolo oggi a mmercato
Co’ n'fico fresco n'mano.
«Ohé» jj’ho ddetto, Dico: «quanto ne vòi?» Disce: «n'papetto»
Dico: «npapetto solo?! È arigalato!
Quattro lustrini n'fico ...sí bbrusciato!
Dú ggiuli n'fico? ...ladro mmaledetto!»
Eh cquanno abbi lui vojja d’un fichetto,
Je lo do aùffa io ppiù a bbommercato.
Eppuro sce s’è ttrovo llì n'zomaro
Che mme sfrusciava:
«Oh, nnun è ccaro mica: Uh, in sta staggione nun è ggnente caro».
Io lo capisco che cce vò ffatica
Pé ttrovà n'fico fresco de ggennaro;
Ma ccÓ n'papetto ciái puro
ná fortuna.












