L'ACQUA LANCISIANA E LE SUE PROPRIETÀ CURATIVE di Claudio Di Giampasquale

Nel centro di Roma, alle pendici del Gianicolo, a poca distanza dal Vaticano, fino a non molti decenni fa, c'era una delle più famose sorgenti della città, rinomata tra i rioni come fonte d'acqua di grandi poteri curativi. Sgorgava vicino alla salita di Sant'Onofrio. Questa fonte era già conosciuta e in uso nell'antica Roma, probabilmente utilizzata per alimentare la Domus Agrippinae grande area residenziale appartenuta ad Agrippina Maggiore (nipote di Augusto e madre di Caligola) che sorgeva nell'Ager Vaticanus, tra il Tevere e il Gianicolo. Poi scomparsa, fu rintracciata nel sedicesimo secolo dall'accademico Alessandro Petroni Troiano grande appassionato d'osservazione botanica e morfologica e "archiatra" del cardinal Salviati. Nell'urbe dei cesari le sorgenti alle pendici del Gianicolo e nell'area dell'attuale Trastevere rivestivano grande importanza. Il colle era rinomato per l'abbondanza di falde acquifere, sorgenti sotterranee e boschi sacri, che portarono allo sviluppo di culti legati alle divinità delle acque. Il buon dottor Petroni, anche saggista medico scientifico, ne descrisse le proprietà benefiche nella sua opera "De Victu Romanorum et di Sanitate Tuenda" ed in concreto ne fece abbondante uso per le terapie curative del prestigioso porporato Salviati primogenito di Jacopo e di Lucrezia de’ Medici la figlia di Lorenzo il Magnifico, che la battezzò col nome di "acqua pia".

Tuttavia fu un secolo e mezzo dopo che questa preziosa acqua curativa (solfurea e termale) divenne di dominio pubblico e la fama delle sue proprietà terapeutiche diuretiche, depurative e digestive, prescritte per favorire la diuresi e purificare l'organismo, viaggiarono tra le narrazioni dei romani di bocca in bocca. Gli ambulanti riempivano i loro fiaschi direttamente alla fonte per rivenderla in città a chi non poteva recarsi di persona a prenderla.

Fu così che un'altro illustre archiatra pontificio, stavolta era il medico di papa Albani (Clemente XI) un certo Giovanni Maria Lancisi, decise nel 1720 di farla incanalare per condurla in due direzioni, la prima dentro l'Archiospedale del Santo Spirito in Sassia in modo che i malati ricoverati potessero usufruirne; la seconda venne fatta confluire in una fontana posta fuori dell’ospedale nella zona sopra all'antico scalo fluviale di fronte a Palazzo Salviati, per metterla a disposizione della popolazione che la considerò per decenni una vera e propria "medicina liquida". Per abbellire l'abbeveratoio venne scelto un grande mascherone marmoreo, caratterizzato da folti baffi e ciglia aggrottate che fu scolpito nel 1593 dallo scalpellino Bartolomeo Bassi su disegno di Giacomo della Porta. Prima di allora ornava una fontana nel Foro Romano a Campo Vaccino usata come abbeveratorio del bestiame

Ma torniamo alla Fontana Lancisiana sotto il Gianicolo, dove fu spostato il mascherone di Campo Boario. Nel 1827, per volere del papa marchigiano Annibale Della Genga alias Leone XII, venne edificato il Porto Leonino sulla riva destra del Tevere, nell'attuale zona di Trastevere, proprio vicino a Palazzo Salviati e all'Ospedale di Santo Spirito. Questo "nuovo" porto aveva lo scopo di sostituire l'antico "Porto dei Travertini" e di gestire lo sbarco delle merci destinate al Vaticano, compresi i marmi utilizzati per la Basilica di San Pietro e i travertini che arrivavano via acqua dalle cave di Tivoli. Il complesso portuale si distingueva per una piattaforma a livello stradale da cui si diramavano due rampe ellittiche che scendevano verso il fiume e qui si trovava la Fonte Lancisiana che per far spazio alle attività dello scalo venne chiusa. Le proteste dei romani furono talmente forti che nel 1830 papa Pio VIII fu costretto a ripristinarla.  Proprio in corrispondenza di questa mitica fontana e del Porto Leonino, nel 1863 fu edificato il Ponte dei Fiorentini (noto popolarmente anche come "Ponte del Soldino"), che collegava la zona di via Giulia a quella di via della Lungara. Ma le peripezie di questo mascherone non finirono qui qui sulle rive del Tevere.

Con l'avvento dei muraglioni per arginare le esondazioni del fiume, la zona venne nuovamente rivoluzionata per la costruzione dei lungotevere. La Fontana Lancisiana venne definitivamente chiusa e quest'allegorico volto marmoreo riutilizzato nel 1936 dall'architetto romano Antonio Muñoz per la riqualificazione della piazza Pietro d'Illiria, addossata ad una nicchia del muro di cinta del Parco Savello, noto anche come giardino degli Aranci. Muñoz l'assemblò in un'antica vasca termale romana decorata a bassorilievo, in granito, adorna di maniglioni. Mentre più o meno dov'era ubicata la Fontana Lancisiana, sotto il livello della strada, all'altezza dell'attuale Lungotevere Gianicolense, furono realizzate una nicchie con fontanelle oggi non più attive e ridotte allo stato di degrado.

Una delle due nicchie-fontana costruite sui muraglioni del fiume Tevere oggi, ubicate sul muraglione al di sotto del lungotevere Gianicolense,nei pressi del Ponte Principe Amedeo Savoia Aosta. Queste immagini mostrano il loro forte stato di degrado.

un lontano tentativo di commercializzazione

Dal 1924 sino al 1942 l'Acqua Lancisiana venne imbottigliata dalla Società Anonima Acque Minerali, con uno stabilimento situato in zona piazza della Rovere. Ma l'attività subì un'interruzione drastica nel 1942 a causa dei lavori per la galleria di Porta Cavalleggeri. La storica sorgente romana fu poi definitivamente chiusa nel 1950. Oggi la sorgente non viene più utilizzata per scopi commerciali; e neanche arriva più dentro l'ospedale di Santo Spirito in Sassia.

Per approfondire la storia dell'approvvigionamento idrico romano, puoi consultare i documenti storici "Biosfera" resi disponibili dal Comune di Roma. Clicca qui per consultarli.

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