LA CAPITALE DELLE CONTRADDIZIONI di Claudio Di Giampasquale
Da tempo immemorabile Roma è un patchwork urbano e storico fondato su dualismi insanabili. La città convive da millenni con la contrapposizione costante tra l'idea di grandezza imperiale della sacra urbe monumentale e la quotidianità materiale e caotica dei suoi abitanti, in un eterno bilico tra splendore e degrado. A Roma le contraddizioni sono storicamente infinite, eterne come lo è lei (la città) che nonostante sia stata fondata non molto meno di tremila anni fa è in realtà profondamente moderna: il rapporto tra il centro storico e l'enormità della superfcie totale è impari, il novantadue per cento dei suoi palazzi non sono di certo antichi. La maggior parte dei turisti e visitatori oltre che la grande bellezza da ammirare nei rioni storici e nei quartieri centrali, non ha la minima idea che qui esistono anche i quartieri periferici, le borgate e la più profonda periferia a ridosso e oltre il grande raccordo anulare. La percezione di Roma nel mondo è limitata al nucleo cittadino d'antica costruzione.
La città eterna vive del suo mito, ma la sua contemporaneità spesso descritta nelle opere del nuovo e iper realismo è definibile solo come una fusione e la successione d'elementi diversi, molti dei quali frequentemente contraddittori. La Roma di oggi è una moderna metropoli tentacolare di quasi tre milioni d'abitanti, che unisce al suo inestimabile patrimonio storico sfide contemporanee legate alla complessa viabilità, ai problemi dell'immigrazione senza controllo, al degrado, a una costante necessità di rigenerazione urbana, agli infiniti cantieri ovunque tra un giubileo e l'altro. Raccontare dall'origine le motivazioni che hanno portato al ginepraio delle "contraddizioni romane" è impossibile tutto insieme, un lasso di tempo troppo lungo. La carrellata di questo pezzo s'occuperà sommariamente del periodo che va da quando diventò capitale, sino a oggi. Partiamo.
la proclamazione a capitale del regno d'italia
Mercoledi 27 marzo 1861 a palazo Carignano nel cuore di Torino, ci fu uno dei più memorabili e suggestivi discorsi di Cavour, il parlamento quel giorno riunito proclamò Roma capitale d’Italia: «Che la città eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno d’Italia». Si trattò d'una dichiarazione futuristica di pochi anni, che sanciva simbolicamente quell’unità nazionale che s'affermava nella penisola dopo secoli di divisioni. Pertanto il destino venne segnato: anche la città dei papi doveva esser al più presto conquistata. Le parole di Camillo Benso conte di Cavour risuonarono oltre i confini e non lasciarono indifferente Napoleone III. Infatti nonostante le pressioni del re Vittorio Emanuele II nei confronti di papa Pio IX, che invitò più volte a lasciare il dominio temporale e mantenere solo quello spirituale sulla Chiesa, la situazione rimase ferma, Roma continuò ad essere un possedimento pontificio sotto la protezione dell'impero francese.
roma mancò la rivoluzione industriale ...tuttavia
Prima che Roma diventasse italiana, la residenza ufficiale del papa era nel palazzo del Quirinale, che subito dopo il trasferimento della capitale divenne residenza reale dei Savoia. In sostanza, era "la città teocratica per eccellenza" cioè nucleo dello Stato Pontificio, nonché monarchia assoluta di stampo politico-religioso con un'amministrazione civile pubblica fortemente influenzata dalla religione. Anche la giustizia e l'istruzione erano saldamente nelle mani del clero (i cardinali e la Curia romana).
Questo particolare status fece mancare a Roma la "rivoluzione industriale", che dalla seconda metà del '700 e per tutto il dicianovesimo secolo, trasformò radicalmente la società delle più importanti città europee ed oltre oceano. Nel moderno Occidente venne l'era del capitalismo e con lo sviluppo d'innumerevoli fabbriche, nacque la classe operaia. Un'inarrestabile spinta propulsiva che portò, ad esempio, Londra a tre milioni e mezzo d'abitanti, Parigi a quasi due milioni, eccetera.
Eppure Roma aveva esercitato dal Rinascimento sino a fine Ottocento uno straordinario richiamo sulle élites culturali europee. L’attrazione che l'urbe fu in grado di suscitare su artisti, letterati, collezionisti e viaggiatori la rese una delle mete preferite del "Grand Tour" accentuando di nuovo, dopo secoli, il proprio tradizionale carattere cosmopolita. Ma era una città stretta all'interno delle sue mura, circondata da una campagna paludosa e malarica. I "viaggiatori del tempo" come Stendhal, lord Byron, Mary Shelley e Goethe la trovavano affascinante ma provinciale e priva del dinamismo delle grandi capitali europee.
Ma non ci volle molto tempo per far compiere il destino. Il 20 settembre 1870 la breccia di Porta Pia segnò la presa di Roma, la fine dello Stato Pontificio, l'annessione della città eterna al Regno d'Italia e il completamento dell'unità nazionale. Questa transizione riposizionò la Chiesa e il suo magistero su dinamiche nuove e un profondo cambiamento che ridefinì la natura del potere spirituale e che di fatto sostituì il dominio politico del papa con un'influenza morale, etica e religiosa globale. Quattro mesi dopo, il 3 febbraio del 1871, per effetto della legge numero 33 la città capitolina divenne ufficialmente la capitale d’Italia.
Con la fine del potere temporale dei Papi, i rapporti tra la Chiesa cattolica e il neonato Stato italiano si ruppero. Pio IX si dichiarò "prigioniero politico" vietando ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana con la disposizione ufficiale del «non expedit».
È trascorso oltre un secolo e mezzo da allora, un lasso di tempo non molto lungo rispetto a quello d'altre grandi sedi di governo europee, mi riferisco ad esempio a Londra che è la capitale del Regno Unito da un millennio, eppoi a Parigi che lo è della Francia da più di millecinquecento anni, a Madrid che è capitale della Spagna dal 1561, pure a Lisbona che è sede di governo del Portogallo dal 1255, nonché a Stoccolma che è capitale della Svezia dal 1436, e potrei proseguire per la maggior parte delle nazioni della vecchia Europa. Ebbene, alla luce di questi numeri, si può ben dire che Roma, benchè città eterna pregna di storia, in questo nostro mondo moderno è "una capitale giovane" così come lo è l'Italia unificata.
La nuova capitale italiana nel 1871 aveva duecentoquarantaquattromila abitanti, era la seconda città più popolosa della giovane nazione dopo Napoli che era abitata da quattocentocinquantamila anime e prima di Torino che ne aveva duecentododicimila e di Milano che contava all'epoca centonovantanovemila abitanti. Nel giro di trent'anni, con il censimento del
1901, la popolazione dell'urbe capitolina risultò raddoppiata: lo status di capitale trasformò radicalmente il volto della città per ospitare i ministeri, gli uffici e la nuova ondata di funzionari statali, Roma s'espanse ben oltre le storiche mura Aureliane, nacquero i nuovi quartieri umbertini, furono lottizzate molte aree storiche.
Non si poteva rimanere indifferenti dinanzi a una città che si presentava agli occhi dei forestieri come un museo a cielo aperto, pieno d'antiche rovine, gioielli architettonici rinascimentali e barocchi. Tuttavia si manifestava anche come città in cui ricchezza, decadenza, miseria e arretratezza, sotto l’ombra del potere pontificio nei secoli s'erano mescolate in perenne contrasto.
D'altro canto, devo pure evidenziare in positivo, che prima dell'avvento dell'era industriale, per tutto il periodo rinascimentale e barocco, lo Stato Pontificio aveva dimostrato al mondo un’esperienza d'organizzazione statale all’avanguardia rispetto a non pochi altri Stati europei: sia in termini d'amministrazione centralizzata e soprattutto di disciplinamento sociale e assistenza ai poveri. Però espresse decisamente meno marcate capacità di gestione urbana. La sua proiezione internazionale, che si sviluppava attraverso l'influente rete di relazioni pontificie, politiche, diplomatiche e finanziarie, era un altro elemento distintivo della nazione papalina. Basti pensare che, ad esempio, diversamente dagli altri stati dell’epoca, il cui debito pubblico aveva generalmente una diffusione locale, lo Stato della Chiesa riusciva a collocare i propri titoli anche in altre piazze, sfruttando il proprio carisma e la fiducia dei risparmiatori in diverse nazioni, indipendentemente dalle condizioni reali dell'economia.
le contraddizioni illuministiche dello stato pontificio
Età dei lumi: con quest'espressione che metteva in evidenza in Europa l'originalità e la caratteristica di rottura nei confronti del passato, s'indicò l'epoca della diffusione del nuovo movimento di pensiero degli "illuministi" che metteva al centro" la ragione" come "luce" per liberare l'umanità dalle tenebre dell'ignoranza, della superstizione e del dogmatismo. Nonostante questo nuovo pensiero politico, sociale, culturale e filosofico fosse ideologicamente antagonista della Chiesa, l'ispirazione illuministica nella Roma papalina s'inserì nella stagione del riformismo cattolico. Papi come Benedetto XIV e Pio IX promossero riforme per modernizzare l'amministrazione, razionalizzare il fisco e risanare l'economia. Si tentò di mappare le proprietà e uniformare il prelievo fiscale per superare il sistema feudale e rilanciare l'economia agricola dello Stato. Vennero ridotti i dazi interni e i vincoli annonari per favorire il libero mercato e la circolazione delle merci. Nacquero istituzioni volte a promuovere lo studio e l'applicazione di tecniche agronomiche razionali e scientifiche. Però, d'altro canto, la spinta riformatrice fu frenata dalla natura stessa del potere papale. Inoltre, in precedenza, circa tre secoli addietro, la città eterna s'era sorprendentemente posta all'avanguaria della conservazione del patrimonio culturale col pontefice Felice Peretti (Sisto V) che volle preservare non pochi reperti archeologici dal sistematico depredamento. Sisto V fondò il primo nucleo del Museo Capitolino e donò al popolo romano un importante numero di reperti archeologici e opere d'arte tra cui la Lupa Capitolina che diventerà il simbolo della città eterna.
Nel 1734, il duecentoquarantaseiesimo papa Lorenzo Corsini (Clemente XII) passato alla storia come un pontefice colto e riformatore, volle lo sviluppo d'un processo integrato mirato a tutelare e tramandare alle generazioni future l'eredità storica di Roma. La nomina nel 1763 a prefetto delle antichità di Roma d'una personalità della levatura di Johann Joachim Winckelmann, universalmente riconosciuto come il padre fondatore dell'archeologia moderna e della storia dell'arte antica, riflesse al meglio l’aspirazione illuministica dello Stato della Chiesa allo studio scientifico dell'immenso patrimonio archeologico e artistico.
l'esercito del regno d'italia in che condizioni trovò roma?
Dopo la breccia e la resa di papa Ferretti, quando i bersaglieri e i fanti dell'esercito italiano entrarono a Roma trovarono una città profondamente diversa da quella di oggi. Aveva l'aspetto d'un centro rurale fortemente arretrato e di ridotte dimensioni.
Il diciannoveimo secolo era stato lo spartiacque che aveva marcato la differenza tra la Roma dei papi che ancora possedeva troppe tradizioni cerimoniali caratteristiche dell'ancien régime, rispetto alle città europee in piena espansione economica. Nonostante i due periodi romani d'ispirazione francese a cavallo dei secoli diciottesimo e diciannovesimo (ossia" la Repubblica Romana" e "la Roma napoleonica", concrete opportunità d'accettazione del nuovo pensiero liberale), la riluttanza della nomenclatura dello Stato Pontificio nei confronti delle novità resero impossibile un percorso completo e moderno delle riforme.
Roma s'estendeva su una superficie di circa quattrocento ettari, sospesa tra impressionanti rovine antiche e un profondo degrado. Densamente edificata nei rioni all'interno delle mura Aueliane, e (prevalentemente) sulle rive del Tevere. Grandi aree erano destinate a orti, vigne e pascoli, soprattutto sull'Esquilino, sul Celio, ai piedi del mons Testaceus, a Trastevere e non solo. I monumenti antichi, come il Colosseo, le terme di Caracalla, di Diocleziano, di Traiano e i Fori giacevano in stato d'abbandono, immersi nella campagna, circondati da sterpaglie ove pascolavano mucche e pecore. Una marea di rovive, come quelle del Circo Massimo, erano sotterrati dal tempo. Vi erano numerose ville nobiliari con splendidi giardini e orti. Le mura inglobavano un territorio di circa millecinquecento ettari. Ancora oltre, s'estendeva una vasta pianura agricola, caratterizzata dall’alternanza tra il pascolo e le colture agricole. Le maestose rovine di ville e acquedotti romani e i capisaldi insediativi dei latifondi feudali costituivano il pittoresco agro romano, così come veniva raffigurato dai viaggiatori del Grand Tour. Lungo il litorale a nord e a sud della foce del Tevere, s'estendevano ettari di vasti acquitrini e inaccessibili foreste, in un territorio infestato dalla malaria.
la rapida trasformazione della città dopo che divenne capitale
La concentrazione in poche mani delle proprietà terriere rese sin da subito possibile l’accaparramento a poco prezzo dei terreni in zone d'imminente espansione edilizia: società immobiliari, banche e istituti di credito di stampo capitalistico provenienti principalmente dall’Italia settentrionale e dall’estero ne fecero incetta a scopo di speculazione. I nobili romani una volta che ebbero rinsanguate le proprie casseforti parteciparono anch’essi al banchetto, pure i loro nomi non a caso, compaiono fra quelli dei nordici componenti dei consigli d'amministrazione di banche e società capitoline dell’epoca. Tale dinamica di monopolio finanziario creò forti disuguaglianze sociali ed economiche, estromettendo la comunità locale di ceto inferiore. Ovviamente in primis i piccoli agricoltori, i fiumaroli, i pastori e la gente che da secoli viveva d'espedienti quotidiani in un'economia che ruotava attorno alla Chiesa. Nacque in pochi anni il cosiddetto "ceto medio". Questo strato sociale si formò per via della massiccia immigrazione di funzionari, burocrati, professionisti e militari anch'essi proveniendi dal settentrione e dal resto d'Italia. La città fu invasa da una moltitudine d'impiegati statali, insegnanti, avvocati, giornalisti e ufficiali, eccetera. La rapida crescita demografica e l'esigenza d'ospitare tutti questi nuovi residenti, i nuovi ministeri, la classe politica e la classe diplomatica dello Stato italiano, crearono un'ondata di speculazione e sviluppo immobiliare che arricchì soprattutto architetti, ingegneri e costruttori. Ne beneficiarono non poco anche i commercianti e nuovi negozianti di beni di consumo che includevano sarti, commercianti di stoffe, cappellai, gioiellieri, torrefazioni e caffè, macellai, pizzicaroli, nonché i primi grandi magazzini, e non solo. Molte di queste prime attività capitoline nate a cavallo del secolo, oggi sono entrate nella leggenda delle imprese d'eccellenza romane.
Accanto ai nobili proprietri d'enormi appezzamenti terrieri e ville, un ruolo di rilievo lo ebbero anche i «mercanti di campagna» che curavano gli affari delle tenute prese in affitto, settore che recò un cospicuo apporto di capitale locale ai grandi investimenti edilizi. Il destino di Roma, in rapido tempo divenne per sempre segnato dalle decisioni legate alla sua funzione di capitale.
La "destra storica" al potere nel 1870 guidata dal presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Lanza, di primo acchito scelse di promuovere una capitale senza industria. Quintino Sella, ministro delle finanze e tra gli uomini politici più in vista della generazione post-cavouriana, rilanciò l’idea risorgimentale di una «terza Roma» al riparo dai movimenti operai e dai fermenti rivoluzionari. Questo schieramento governò ininterrottamente fino al 1876, anno in cui il testimone della guida di Stato passò alla "sinistra storica" guidata da Agostino Depretis, attraverso un drastico cambio di vertice che divenne noto come la "rivoluzione parlamentare" che segnò la fine di quindici anni ininterrotti di governi di destra. Il sessantatreenne politico originario dell'Oltrepò Pavese già da tempo stabilitosi a Roma nel rione Monti, esattamente in via Nazionale 81, sfruttò abilmente la "questione operaia" e il malcontento popolare verso le pesanti politiche fiscali della Destra Storica, accaparrandosi il consenso del popolo e della classe operaia. Ottenne circa duecentomilaseicentoventicinque preferenze, pari al cinquantasei per cento dei suffragi espressi, risultato che permise al suo schieramento di conquistare quattrocentoquattordici dei cinquecentootto seggi disponibili alla Camera dei deputati. Tra il 1876 e il 1887 Depretis guidò ben otto legislature, sebbene venne non poco criticato per il suo approccio pragmatico, fu determinante per il consolidamento delle istituzioni democratiche del giovane Regno d’Italia.
Ma torniamo al processo di trasformazione della città eterna: l'industrializzazione della capitale diventò uno spinoso tema politico-elettorale della sinistra, eppoi uno dei programmi principali. Ma anche stavolta la sostanza per Roma non cambiò.
Mercoledi 9 gennaio 1878, Umberto I venne proclamato Re d'Italia e s'insediò al Quirinale. Prima di salire al trono, il futuro re e la moglie Margherita di Savoia dimoravano in un'altra sede istituzionale, l'adiacente Palazzo della Consulta.
Con la Legge Coppino del 1877 furono resi obbligatori per tutti i bambini dai sei ai nove anni i primi due anni di scuola elementare: la percentuale degli analfabeti passò così dal settanta per cento del 1871 al sessanta per cento del 1881. Arrivò al cinquanta per cento nel 1901. Per quanto concerne l'evoluzione dell'alfabetizzazione romana, lo vedremo poi qui di seguito.
Giolitti, D'Annunzio e le "radiose giornate" delle piazze romane
Salito al potere, l'esecutivo di Depretis, per favorire lo sviluppo industriale nazionale abbandonò immediatament il liberismo della destra a favore del protezionismo della sinistra, introducendo forti dazi doganali per proteggere la nascente industria. Con l’appoggio del nuovo sovrano Umberto I, Depretis giunto al suo quarto gabinetto di governo, avviò un processo d’apertura verso Berlino, che culminò nel 1882 con la firma della «Triplice Alleanza» con Austria e Germania. Era un patto di carattere difensivo che permise di rompere l’isolamento diplomatico che il giovane Stato italiano patì fino ad allora e che rimase in vita sino allo scoppio della Prima guerra mondiale voluta dai due potenti "stati teutonici" dopo l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria a Sarajevo il 28 giugno 1914. Il "giravolta italiano" venne causato dal fatto che il Regno d'Italia (ora governata da Antonio Salandra) era un paese neutrale, per cui con la firma del Patto di Londra cambiò fronte e s'unì alle potenze dell'«Intesa» (Regno Unito, Francia e Russia). Per la cronaca, Salandra non apparteneva a un partito politico strutturato, ma era un esponente di spicco della destra liberale (che in futuro confluirà nel Partito Liberale Italiano) che pochi anni prima era tornato a dominare la scena politica con lo schieramento guidato da Sidney Sonnino. Era un partito che rappresentava la principale componente conservatrice e moderata della classe dirigente. L'accordo londinese fu tenuto nascosto al Parlamento, quando i dettagli trapelarono Salandra fu costretto a dimettersi lasciando il potere a una nuova maggioranza guidata dal piemontese Giovanni Giolitti affermato uomo politico d'orientamento «neutralista» e principale esponente del liberalismo progressista italiano.
Le piazze romane vennero infiammate dalle cosìdette «radiose giornate»" di mobilitazione interventista, molti spazi furono occupati da accesi nazionalisti, bellicisti e irredentisti che, sostenuti da figure di spicco come Gabriele D'Annunzio, accusarono i neutralisti di tradimento. L'eclettico poeta-vate infiammò la folla dai balconi dell'hotel Regina in via Veneto 72 (oggi Baglioni Hotel Regina) e da altre piazze romane, il principale bersaglio era Giolitti, poiché fedele alla sua linea neutralista e che riteneva il Paese impreparato al conflitto. Col suo magnetismo e la sua eloquenza, D'Annunzio spinse verso l'intervento armato con non pochi discorsi infuocati, convincendo l'opinione pubblica alla necesità italiana d'entrare in guerra a fianco dell'«Intesa». Per cui le continue pressioni nei confronti della monarchia e le minacce della folla, costrinsero il Parlamento a cedere. Il 20 maggio la Camera votò i pieni poteri al Governo, e quattro giorni dopo, in uno scenario romano infuocato, il Regno d'Italia dichiarò guerra all' Impero austro-ungarico. Furono immediatamente chiamati alle armi tutti i cittadini maschi abili. Nella città eterna, su circa cinquecentonovantamila abitanti partirono per il fronte di guerra a nord-est quarantamila giovani tra i diciannove e i trentanove anni, qualcuno arrivava fino a quarantacinque. Molti dei quali erano padri di famiglia. Quei ragazzi iniziarono il loro viaggio verso le zone di combattimento dalla stazione Termini (che era il punto di raduno dei soldati e del materiale bellico) a bordo delle cosiddette "tradotte", convogli speciali che trasportavano le brigate di fanteria e i reggimenti. Al termine del conflitto i caduti romani accertati furono circa settemila dei quali circa tremila vennero accolti nel monumentale Sacrario Militare del Verano.
Per quanto riguarda i sopravvissuti, decine di migliaia fecero ritorno nella capitale, purtroppo molti dei quali con gravi ferite fisiche e psicologiche che all'epoca furono definite "nevrosi di guerra". Eppoi, gran parte di quei giovani che rividero Roma, pur con il corpo intatto, manifestarono sintomi invalidanti come insonnia, amnesia, tremori, gravi ansie, depressione e mutismo.
L'elevato debito pubblico causato dalla guerra determinò una pesante svalutazione della lira, rendendo ancor più proibitivi i prezzi dei beni di prima necessità e innescando violenti tumulti. La mancanza degli uomini partiti per il fronte ebbe un impatto profondo sulla società e sull'economia romana, creando un vuoto generazionale, lavorativo e sociale. Costrinse la città a reinventarsi rapidamente. La maggior parte delle romane di quella generazione furono delle eroine: dovettero sostituire gli uomini nelle fabbriche, nei trasporti e negli uffici pubblici, ridefinendo il loro ruolo nella società, pur continuando ad avere in carico la cura della casa, dei figli e dei genitori anziani in condizioni di forte indigenza. Interi nuclei familiari si ritrovarono senza il principale sostegno economico. Ci fu una moltitudine di vedove di guerra e orfani. L'assenza prolungata e l'alto numero di caduti causarono un forte calo demografico e un crollo drastico delle nascite, alterando gli equilibri di genere della popolazione romana
il "biennio rosso" capitolino e la marcia su roma
Dopo la Prima Guerra Mondiale, Roma visse una grave crisi sociale caratterizzata da disoccupazione dilagante, inflazione alle stelle e una drammatica emergenza abitativa. L'aumento dei prezzi causato dal conflitto e il ritorno dei reduci dal fronte e dei mutilati crearono ovunque un forte malcontento che sfociò negli anni 1919 e 1920 nei violenti tumulti e scioperi del "Biennio Rosso" caratterizzato da intense agitazioni sociali, scioperi generali e battaglie per il caro-vita. A differenza del Nord, dove la protesta fu dominata dagli operai delle fabbriche, a Roma il cuore della rivolta, fu la crisi abitativa e la fame, che sfociò in massicce occupazioni di case, e mobilitazioni di ferrovieri, netturbini, fornaciari, artigiani dipendenti pubblici e dei reduci. Ci furono scontri nei mercati rionali e nei rioni popolari tra cui Trastevere, Testaccio e San Lorenzo ove lo scalo divenne un vero e proprio insidioso focolaio di tensione. La paura d'una deriva sul modello della rivoluzione bolscevica costrinse il governo radicale di Francesco Saverio Nitti e il sindaco liberale della capitale Adolfo Apolloni a istituire per la prima volta il "calmiere" e i blocchi amministrativi sugli affitti. Il timore della piccola e media borghesia romana per le continue agitazioni popolari preparò il terreno per la reazione armata. Le forze dell'ordine, spalleggiate degli "arditi" (reduci di guera delle truppe d'assalto del Regio Esercito italiano) e i primi nuclei dei "Fasci di Combattimento" iniziarono a scontrarsi violentemente con i militanti socialisti e anarchici romani gettando nella capitale, come nel Nord, le basi per le violenze che avrebbero preceduto la Marcia su Roma del 1922.
La fondazione del P.P.i. movimento fautore della d.C.
Sabato 18 gennaio 1919 presso l'albergo Santa Chiara vicino al Pantheon, il sacerdote siciliano don Luigi Sturzosi si riunì con un gruppo d'esponenti cattolici, nacque il Partito Popolare Italiano (PPI) con la pubblicazione del celebre manifesto programmatico passato alla storia come «Appello ai liberi e forti», Il movimento che segnò il ritorno organizzato dei cattolici nella vita politica italiana, ponendo fine al lungo periodo di astensione imposto dal "non expedit" della Chiesa. La disputa col Regno d'Italia si concluderà definitivamente tra dieci anni, l'11 febbraio 1929 con la firma dei «Patti Lateranensi» i quali col motto «libera Chiesa in libero Stato» definirono le relazioni civili e religiose in Italia tra Chiesa e Governo. Nacque lo «Stato della Città del Vaticano».
il ventennio fascista di benito mussolini
Tra il 24 e il 28 ottobre del 1922, con «la marcia su Roma» ci fu una mobilitazione paramilitare organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF) guidata dal suo fondatore Benito Mussolini. L'evento portò alla caduta del governo liberale e all'ascesa al potere dell'ex-socialista ed ex-giornalista nato nella cittadina romagnola di Predappio: il Re, Vittorio Emanuele III invece di mobilitare l'esercito per respingere i fascisti, offrì il potere a Mussolini, incaricandolo dopo due giorni di formare un nuovo governo.
Dopo l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti che era il principale detrattore e accanito oppositore del fascismo, il leader del PNF decretò lo scioglimento di tutti gli altri partiti dell'arco costituzionale instaurando così un regime dittatoriale.
Dopo tre anni dall'ascesa al potere, Mussolini venne formalmente riconosciuto dal regime come "Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato" e distinto con l'appellativo di "Duce" (che nella Roma antica era il titolo attribuito ai comandanti militari, sinonimo di guida morale e spirituale). Ebbene, il titolo "duce" sino ad allora a lui riservato in ambito del PNF, divenne da allora anche d'uso pubblico e di culto della propaganda fascista. Iniziò di fatto la dittatura, Mussolini s'assunse anche la responsabilità politica, morale e storica dell'assassinio del più accanito avversario dei suoi ambiziosi programmi politici.
Quartiere Flaminio, era il primo pomeriggio di Mercoledi 10 giugno del 1925, l'avvocato Giacomo Lauro Matteotti dopo aver pranzato insieme a sua moglie Velia e i tre figli piccini nel salotto della loro abitazione in via Giuseppe Pisanelli 40, ricontrollò seduto sulla scrivania del proprio studio i documenti che aveva deciso di portar con sè. Rimise i fogli in ordine e l'infilò nella cartellina. Poi incamminandosi verso l'ingresso, salutò col solito tenero bacio Velia e i bimbi per recarsi a lavoro. Non esercitava la professione, la sua era un'attività molto particolare, anzi era una funzione istituzionale. S'era laureato in Giurisprudenza a Bologna nel 1907 quand'aveva ventidue anni, sin da ragazzo aveva deciso con passione di dedicarsi alla politica e all'impegno civile, senza mai ricorrere a ciò come mezzo d'arricchimento personale, poteva permetterselo perchè era benestante di famiglia. Fu eletto alla Camera dei deputati del Regno d'Italia per la prima volta nel novembre 1919. Venne rieletto nelle consultazioni politiche del 1921 e del 1924. Pochi giorni prima che avvenne la "marcia su Roma" di Mussolini e i suoi seguaci era divenuto Segratario del Partito Socialista Unitario. Immediatamente dopo l'ascesa del Partito Nazionale Fascista al potere fu tra i primi a comprenderne la vera natura violenta. Sin da subito lo contrastò con denunce documentate, discorsi parlamentari coraggiosi e inchieste sul malaffare. Come Capo del Governo anche nella legislatura determinata dalle elezioni dell'anno precedente era stato confermato Benito Mussolini, che ricopriva pure l'incarico di Ministro degli Esteri e degli Interni. Erano in corso riforme che stavano stravolgendo il sistema parlamentare (in effetti il 1925 fu cruciale per la transizione dallo Stato liberale alla dittatura fascista). Dieci giorni prima di quella mattina del 10 giugno, Matteotti aveva pronunciato alla Camera dei Deputati un'appassionato discorso nel quale contestava in tronco la validità delle elezioni politiche dell'aprile precedente. Denunciando il clima d'intimidazione, le violenze e i brogli che avevano favorito la vittoria del Partito Nazionale Fascista e del suo leader. Giacomo era un uomo vero, senza paura, un testardo fautore della giustizia. Era un politico serio e appassionato di quelli con la P maiuscola. Nella sua vita privata era tenero e sensibile, innamorato di sua moglie e dei loro tre bambini. Aveva conosciuto Velia tredici anni prima di quel maledetto giorno, a Boscolungo sull'Appennino toscano, dove le rispettive famiglie stavano trascorrendo le vacanze, lui aveva ventisette anni, lei era una bella e colta ventiduenne romana, una poetessa fervente cattolica. S'innamorarono, dopo tre anni si sposarono al Campidoglio e in questo Velia malgrado la sua formazione religiosa e di fede, accondiscese al desiderio di Giacomo. L'unione si rivelò felicissima, due anni dopo le nozze nacque il loro primo figlio Giancarlo, ebbero altri due bambini, prima Gian Matteo e poi a seguire Isabella. Quel giorno che ricevettero felici l'ultimo bacio dal loro papà avevano compiuto rispettivamente sette, quattro e tre anni. Anche per la loro Mamma fu così, ma lei era in pena, a causa di quel recente intervento alla Camera del marito, turbatissima dai timori che quell'impegno politico potesse presto arrecare danno a Giacomo ed ogni volta che usciva da casa pregava il Signore affinchè tornasse incolume: «Quella gente era senza scrupoli». Uscito di casa, Giacomo scese le scale di buona lena, come al solito, e aprì il portone del palazzo dove abitava. Indossava un'abito grigio scuro di cotone leggero e una cravatta intonata, faceva molto caldo. Gli piaceva camminare si sentiva fisicamente in forma, aveva compiuto quarant'anni da diciannove giorni. Anche quel pomeriggio doveva raggiungere Montecitorio per partecipare ai lavori della Camera dei Deputati. Nella cartellina che teneva in mano c'erano i fogli con su scritto il discorso per un'altro intervento cruciale nel quale avrebbe denunciato importanti scandali di corruzione economico-politica che coinvolgevano stretti collaboratori di Benito Mussolini. Percorse un tratto di via Pisanelli, risalì a destra per via Pasquale Stanislao Mancini, imboccò il lungotevere Arnaldo da Brescia in direzione di piazza del Popolo dove c'era la fermata del tram 13 lo avrebbe preso per raggiungere Montecitorio. Giunto nel tratto in cui lungtevere Arnaldo da Brescia incrocia via degli Scialoja, immerso nei suoi pensieri, improvisamente vide arrivare verso di lui a tutta velocità una lunga automobile scura, era una Lancia limousine, ma non girò verso destra, lo puntò in modo inquietante inchiodandogli di fronte a non più di tre metri. Giacomo aveva alle spalle il parapetto di travertino del lungotevere, le portiere di quell'auto s'aprirono di scatto senza che il motore si spegnesse. Scesero fulminei cinque energumeni che gli piombarono addosso, l'afferrarono in molo modo, lo spintonarono, lo insultarono, gli tirarono i capelli. Cercò di reagire, di scappare, ma era bloccato da quei diavoli e dal parapetto. Riprovò con tutte le sue forze a sottrarsi, ricevette pugni, capocciate, calci, sputi. La cartellina gli cadde a terra, Intravide i suoi fogli sparpagliarsi a terra, eppoi con gli occhi sempre più chiusi e doloranti percepì che qualcuno di loro tempestivamente li stava raccogliendo. Col cuore in gola avvertì il proprio sangue scorrergli caldo sul viso e addosso sulla camicia bianca, sulla cravatta e sui revers della giacca strappata. Il cuore gli batteva all'impazzata. Si sentì trascinato con la forza. Protestò ma ricevette ancor più ingiurie. Venne caricato sul sedile posteriore della limousine, sentì i pneumatici stridere, sgommare, e il mezzo sfrecciar via ad alta velocità. Di lui non si saprà più nulla fino ad estate inoltrata, quando circa due mesi dopo, la mattina del 16 agosto, ciò che rimaneva del suo cadavere in evidente stato di decomposizione verrà ritrovato per caso dal cane di un certo Ovidio Caratelli, dietro un cespuglio in un bosco della Riserva della Macchia della Quartarella, nei pressi di Riano Flaminio a circa venticinque chilometri da Montecitorio. Il riconoscimento della salma da parte dei suoi cari fu fatto presso il cimitero di Riano. Non c’era più neppure lo scheletro ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio. Fu riconosciuto grazie all'arcata dentaria: confrontata con il calco e i registri del suo dentista di fiducia. Turati disse «Ora tutto è distrutto». Nonostante il parere contrario dei dirigenti socialisti, Velia volle rispettare la volontà di Giacomo di riposare a Fratta Polesine il paese d'origine, vicino ai fratelli, anche perché temeva che un funerale a Roma avrebbe potuto produrre incidenti ed altri lutti. Quell'infausto mercoledi 10 giugno le era crollato il mondo. Ricordò che col passare dei giorni l'angoscia e i pianti disperati dei tre figli divenne una pena ancor più grande del suo dolore. Velia era una donna sensibile concreta,"intuì sin da subito"...
una sequela di scelte sbagliate: dalle ambizioni alla catastrofe
Dopo quella di Matteotti, l'eliminazione degli altri oppositori avvenne attraverso il "Tribunale Speciale per la difesa dello Stato" il quale condannò migliaia d'antifascisti. Eppoi tramite il sistema di "confino di polizia" con cui vennero esiliati non pochi dissidenti, sovversivi e renitenti, omosessuali, mafiosi, criminali comuni e chiunque fosse considerato un pericolo per l'ordine costituito. Bastava un semplice sospetto, una denuncia o un comportamento non allineato per essere condannati senza processo. Tra i più famosi personaggi storici confinati dal regime ci furono: Antonio Gramsci, Sandro Pertini, Carlo Levi, Cesare Pavese, Curzio Malaparte, Pietro Nenni, eppoi Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi che furono tra i principali estensori del Manifesto di Ventotene pilastro grezzo dell'originaria idea di un'Europa unita.
I "sindacati liberi" furono smantellati a favore del "sindacalismo fascista" e i giornali furono posti sotto stretto controllo statale e l'informazione trasformata in pura "propaganda di regime". Le censure furono ferree. La politica estera divenne aggressiva e colonialista, nonché l'alleanza con la Germania nazista di Adolf Hitler con l'ufficializzazione pubblica dell'«asse Roma-Berlino» che dopo la promulgazione delle infami leggi razziali, trascinò l'Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Queste scellerate scelte causarono la morte d'una marea di esseri umani, devastò il paese e aprì anche per Roma la strada all'occupazione dopo la resa italiana, quindi alla Resistenza. Ci furono il rastrellamento del Ghetto, la strage delle Fosse Ardeatine, eppoi tanti altro episodi di violenza che coinvolsero bambini, donne, anziani, la città fu più volte bombardata e precipitò nel baratro. Si stima che solo dentro la città di Roma i civili caduti a causa dei bombardamenti e dell'occupazione nazifascista siano stati circa tremila. A questa cifra s'aggiungono tutti i romani chiamati alle armi che moriono sul fronte, tutti i partigiani romani che persero la vita in nome della libertà. E tutti i romani di religione ebraica deportati lontano dalle proprie case per esser poi sterminati. Fu un'ecatombe.
Tra le pagine più infami del ventennio fascista, come sopra accennato, ci fu l'introduzione della legislazione antisemita che escluse gli ebrei dalla vita pubblica, dalle scuole e dalle professioni, ponendo le basi per la successiva complicità con gli alleati nazisti nella deportazione e nello sterminio nei campi di concentramento. La conquista dell'Etiopia fu segnata da crimini efferati, tra cui l'uso di gas tossici, come l'iprie, contro le popolazioni civili e l'istituzione di campi di concentramento coloniali, come quello di Danane. Il regime promosse una rigida politica demografica e patriarcale, relegando il ruolo della donna esclusivamente alla sfera domestica e riproduttiva, arrivando nel 1927 a dimezzare gli stipendi delle lavoratrici.
A Roma, il ventennio fascista ha lasciato un'impronta ambivalente. Se da un lato ha modernizzato la rete infrastrutturale e ampliato i servizi sociali, dall'altro il regime totalitario non solo ha calpestato le libertà individuali, ma anche cancellato interi quartieri storici per scopi di propaganda politica.
C'è da dire, obiettivamente, che molte opere d'edilizia urbana del ventennio rappresentano l'ultima grande stagione architettonica italiana riconosciuta a livello internazionale dopo il Rinascimento. Quelle più significative si concentrano in luoghi caratterizzati da forte identità stilistica con un'architettura razionalista tipica dell'epoca mussoliniana e alle città di fondazione. Quella stagione urbanistica trovò la sua massima e più compiuta espressione nei progetti degli anni Trenta culminati poi con le imponenti opere dell'E42 (l'Esposizione Universale di Roma) e con la bonifica e la nascita dei nuovi centri dell'Agro Pontino.
La Nascita della repubblica ...ma a roma non ci fu stupore
La capitale in seguito alla divulgazione dei risultati del referendum di domenica 2 giugno 1946, accolse in modo "tiepido" la nascita della Repubblica Italiana. Questo nuovo status dopo soli settantasei anni di distanza temporale dalla breccia di Porta Pia fu accolta sulle rive del Tevere da una profonda e talvolta accesa divisione. La città, roccaforte dei monarchici, votò a maggioranza per mantenere la Monarchia: circa il il cinquantaquattro per cento, contro il quarantasei per cento di voti per la Repubblica. Si registrarono accesi scontri tra gruppi di monarchici e repubblicani. I sostenitori del Re scesero in strada per denunciare presunti brogli, con manifestazioni e tafferugli durati fino alla partenza del sovrano. Dieci giorni dopo l'esito del referendum, giovedi 13 giugno 1946, quando Re Umberto lasciò il Quirinale in aereo per il Portogallo, gran parte dei romani visse il momento in un clima di rassegnata malinconia mentre la storica bandiera sabauda veniva ammainata dal Colle. Dopo la caduta del potere politico del papa con l'ammainamento della bandiera gialla e bianca con lo stemma papale dello Stato della Chiesa, ora vedeva calare dal Quirinale anche il tricolore con lo stemma di Casa Savoia (uno scudo con una croce bianca in campo rosso).
Per brevità, in questo capitolo del pezzo, ho tracciato soltanto alcune parti salienti di un'epoca storica dello scorso secolo molto triste, complessa e pregna d'eventi terribili dei quali Roma è stata più volte palcoscenico, con un rapporto tra il popolo romano e il duce che ha subìto una trasformazione radicale nel corso del ventennio fascista: da un'adesione di massa di quasi tutta la città costruito sulla propaganda s'è passati alla disillusione e al totale rigetto, quando gli orrori della guerra e la crisi economica hanno travolto di nuovo la città eterna come successe piu volte in passato nel corso di quasi tremila anni. «Roma caput mundi» ...città abituata ad esaltarsi, eppoi a soffrire, a cadere, a precipitare, a trovare la forza di risollevarsi e tornare a risplendere come una stella. Quelli accaduti durante il ventennio fascista furono un fitto susseguiri d'accadimenti storici la quale conseguenza ha creato le basi della società italiana odierna. Un'Italia ancora scossa e che ne porta ancora i segni, il ricordo, la paura che gli incubi dei rcconti tramandati dai nonni tornino. Un'Italia con l'orgoglio e la forza di tener sempre la barra a dritta. Roma ha sofferto profondamente quel regime che la trasformò in una "vetrina monumentale di propaganda" attraverso sventramenti edili non voluti dal popolo e costruzioni trionfali. Per i romani, quei vent'anni neri e i successivi nove mesi d'occupazione nazifascista significarono soprattutto violenza, miseria, lutti e fame. Quei romani che accolsero la liberazione come la fine di un'incubo.
il sentimento d'appartenenza dei romani
I veri romani ancora oggi si sentono molto legati alle tradizioni pontificie. Più che una sudditanza, a Roma resiste nel dna del popolo un legame storico e culturale viscerale con la figura del papa. Certamente non si sentono più cittadini dello Stato della Chiesa, però avvertono una doppia "cittadinanza emotiva": quella civile italiana e quella spirituale papalina, dividendosi metaforicamente tra il Campidoglio e San Pietro. Il pontefice è da sempre visto come il vero "protettore" della città. Quando si parla del papa, qui non si pensa solo al capo della Chiesa cattolica, ma a un'istituzione fondamentale e imprescindibile. Il romanesco è ancora infarcito d'espressioni legate al papa, la sua secolare influenza ha qui plasmato la mentalità, l'ironia e l'attitudine fatalista, con una marea di frasi tipo: «morto n'papa, se ne fá n'antro» oppure «piove o nun piove, er papa magna» o «ogni morte dé papa» oppure «li parenti der papa, diventeno presto cardinali» o «e chi te credi dé esse, er papa?!» e via via dicorrendo, tipo quest'altro: «chi entra papa ner conclave, ne risorte cardinale» che è un proverbio ironico e beffarda rivolto a chi entra in un contesto (competizione, trattativa, eccetera) troppo sicuro della vittoria, ebbene dli ricorda che gli esiti non sono mai scontati. In sostanza, Roma, è una città che ha vissuto e vive il susseguirsi di imperatori, pontefici e potenti senza stupirsi troppo.
In Italia, la Democrazia Cristiana diventò il perno del governo italiano dal dopoguerra fino al 1993 (anno in cui cadde formalmente sotto il peso delle inchieste giudiziarie di "Tangentopoli" che spazzarono via la cosìddetta "Prima Repubblica"). Nel dicembre del 1945, la DC guidò l'esecutivo col suo fondatore Alcide De Gasperi e da quel momento, il partito mantenne ininterrottamente la presidenza del Consiglio e il ruolo di forza centrale nella politica italiana. Il partito seppe intercettare i bisogni d'un Paese in ginocchio e s'impose come forza di massa dal decennio in cui l'Italia si rimboccò le maniche per ricostruirsi dalle macerie sino al boom economico, eppoi dagli anni di contestazione giovanile studentesca e operaia del 'Sessantotto" sino al periodo degli anni di piombo oscurati dal terrorismo sia di destra che di sinistra, eppoi dagli anni dello yuppismo sino a crollare con "Tangentopoli". In tutto, quelli della DC furono quarantaquattro Governi
altre contrapposizioni della città eterna
Ma torniamo a parlare di Roma, ebbene anche nel corso del Novecento, essa non è riuscìta a diventare una città industriale. Ciò lo si deve in gran parte al fatto che, a livello nazionale, il peso del settore produttivo da tempo insisteva su Milano, Torino e Genova, dove s'erano consolidate le grandi industrie di trasformazione. A partire dal 1957, l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno contribuì ad accentuare ulteriormente la disaffezione dell’industria verso Roma, assegnando benefici fiscali e finanziari per la localizzazione delle imprese alle porte della capitale, nei comuni di Pomezia, Aprilia, Latina e Anzio.
Roma era un caso unico, anomalo. Da capitale di un antico impero che dominò il mondo, divenne per secoli capitale del piccolo Stato della Chiesa, per poi essere improvvisamente proclamata capitale dello Stato italiano, laico e liberale. In poco più di un secolo, la popolazione è aumentata in modo vertiginoso, fino a raggiungere le dimensioni d'una metropoli industriale. Ma Roma, non essendo una città industriale: produce poco e consuma molto.

La città eterna rimane il centro del mondo cattolico, è sede della Chiesa e del papato, vi sono oltre novecento chiese e una quantità non indifferente di componenti dell'universo clericale. Tuttavia, la città eterna non è una città religiosa. Qui dominano il "sacro" e il "profano". Il primo, è rappresentando dalla dimensione artistica e monumentale del divino, del trascendente e dell'eterno. Il secondo, è rappresentato da "ciò che sta fuori dal tempio", cioè la sfera della vita quotidiana, della realtà materiale, profana e secolarizzata, dove non vi è trascendenza, ma una realtà che non è da cartolina, e che i turisti non amano fotografare.
Nella città eterna, più d'ogni altro luogo al mondo, questi due ambiti non sono necessariamente in opposizione, ma rappresentano due modi diversi di rapportarsi all'essere umano e di dare un significato alla vita e all'umana esistenza.
Eppoi, Roma pur essendo la capitale d'uno stato democratico animata da un’intensa vita politica, in fondo in fondo non è una città in cui i residenti partecipano attivamente alla vita pubblica e dove le questioni quotidiane vengono lette "con realismo".
le condizioni dell'istruzione dei romani
Roma è anche, in assoluto, la città del mondo più ricca di tradizioni e di valori culturali, ma il suo livello culturale non è di pari livello. Dall'elevato analfabetismo delle periferie e delle borgate degli anni Cinquanta, s'è passati nel 1962 con la riforma Gui a migliorare le cose, unificando i percorsi inferiori rendendo la scuola media obbligatoria gratuita e uguale per tutti gli studenti dagli undici ai quattordici anni. L'apertura delle classi a tutti i ceti sociali portò a un'enorme crescita degli iscritti nelle scuole romane, segnando il declino della divisione classista e l'inclusione di ragazzi provenienti dalle periferie.
Gli anni Settanta videro l'introduzione del "tempo pieno", che trasformò la scuola da "luogo di sola didattica" a "centro d'aggregazione sociale". La situazione della scolarizzazione romana di oggi, continua a fare i conti con le periferie e le borgate, che, benchè registrino livelli di dispersione scolastica contenuti rispetto ad altre zone d'Italia, tuttavia affrontando tensioni gestionali con carenze di personale supplente nei nidi e proteste studentesche contro la riforma degli istituti tecnici.
Roma però guida la classifica nazionale per numero assoluto di laureati, oltre sessantamila all'anno. La Sapienza è considerata un'eccellenza assoluta a livello globale, ed è la prima università in Italia nei principali ranking internazionali
Uno sviluppo urbano iniziato bene, ma proseguito male
In questo secolo e mezzo e oltre, Roma è cresciuta nelle dimensioni e nella popolazione con ritmi e modi paragonabili a quelli delle "città coloniali", cioè con rapidità e disordine, senza una pianificazione coerente ma rispondendo a logiche speculative. Dall’annessione al Regno d’Italia, la crescita demografica e l’espansione fisica furono caratterizzate da nette divisioni.
La nuova capitale divenne sì meta di impiegati pubblici, professionisti, dirigenti e imprenditori ma anche di disoccupati provenienti dalle regioni più povere del Centro-sud, in cerca d'opportunità di lavoro e di una vita migliore. In trent’anni l’aumento demografico fu del centocinquanta per cento.
Ai primi del Novecento ebbero inizio i tentativi di bonifica dell’Agro romano, e le prime borgate rurali insediate fecero da catalizzatori per le successive edificazioni dando di fatto il via al processo di urbanizzazione.
Altro catalizzatore fu negli anni venti l’attività dell’Istituto per le case popolari, che costruì quartieri in posizioni decentrate rispetto alla città consolidata, in primis Garbatella e Monte Sacro. A questa partizione urbanistica e sociale corrispondevano forme distinte d'espansione urbana: i quartieri situati inizialmente attigui rispetto all'urbe dentro le mura Aureliane, caratterizzati da compattezza materiale e formale oltre che da qualità architettonica. Eppoi gli elganti quartieri umbertini e le città giardino, con uno sviluppo evoluto con criterio estetico e funzionale. Per proseguire con le borgate in aperta campagna, senza servizi, senza collegamenti e con condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie.
Nei censimenti delle baracche effettuati tra il 1929 e il 1936 dal Governatorato di Roma si stimò che negli insediamenti abusivi vivessero più di trentamila persone, soprattutto a causa dell'immigrazione dal meridione. Inoltre, in quell'epoca, intere porzioni di tessuto storico furono demolite a seguito d'imponenti lavori sulla viabilità, per bonificare aree in condizioni ambientali insane o per liberare le prospettive di monumenti archeologici. e fu così che per riallocare una marea di persone e intere famiglie che persero la propria abitazione in centro, furono costruite le cosiddette «borgate ufficiali», con l’intento di fornire in breve tempo alloggi agli abitanti delle baracche abusive, ai "poveri cristi" provenienti da altre regioni, in cerca di fortuna.
La Roma del ventennio non era più una città compatta; la sua forma urbana poco aveva a che fare con la mappa di Roma nel vecchio piano regolatore in vigore dal 1909 e le sue numerose varianti. Il peso demografico, la dimensione urbana e il numero di abitazioni erano cresciuti vertiginosamente, mentre la densità di urbanizzazione così come il numero di componenti per famiglia erano diminuiti. Fu questa una tendenza che proseguì anche nel dopoguerra.
Nel 1949 iniziò l’attività di Ina-Casa, un ente pubblico per l’edilizia finanziato dello Stato, che costruì i primi complessi di case popolari nei quartieri di Nuovo Tiburtino, Tuscolano, San Basilio e Valco San Paolo.
Nel 1951 la popolazione residente aveva superato la quota di un milione e seicentomila persone, di cui almeno centomila vivevano in abitazioni abusive. Si trattava per lo più di baracche sorte spontaneamente su suolo pubblico o privato in condizioni strutturali e igieniche estremamente precarie, carenti d'acqua corrente, fognature ed elettricità.
Il grande fabbisogno di abitazioni portò a una nuova ondata d'espansione urbana. Tra i quartieri preesistenti e le borgate ufficiali o abusive sorsero i quartieri di edilizia intensiva: Nuovo Salario, Tiburtino, Prenestino, Don Bosco, Appio-Latino, Marconi, Aurelio, Monte Mario, eccetera. In questo periodo s'affermarono inoltre più articolate forme d'autopromozione edilizia privata e cooperativa, concretizzate attraverso numerose opere di completamento delle periferie esistenti.
Negli anni cinquanta e sessanta la città continuò a crescere soprattutto grazie all’iniziativa privata, che beneficiava di una certa indulgenza da parte dei poteri pubblici: i cosiddetti "palazzinari" o "cementificatori selvaggi" spesso inclini a tollerare irregolarità e abusi (ma non in tutti casi fu così). Le innumerevoli azioni di edificazione si tradussero in un vero e proprio assalto alle destinazioni non edificabili del piano regolatore del 1962.
La straordinaria crescita della popolazione avvenne fino agli anni settanta dello scorso secolo, quando Roma arrivò a contare circa due milioni e ottocentomila abitanti. Fu seguita dall’improvviso rallentamento e dalla lieve flessione successiva, al netto della separazione del comune di Fiumicino da Roma nel 1992. Per quanto riguarda Ostia invece, tre anni prima, nel 1989
ci fu un referendum consultivo. I cittadini ostiensi d'allora furono chiamati alle urne per decidere sulla secessione da Roma e sulla costituzione di Ostia come comune autonomo. In quell'occasione, a prevalere fu la contrarietà al progetto: i "No" vinsero con il sessantadue virgola sette per cento, contro il trentasei virgola uno per cento dei "Si".
una città sempre più anziana e multietnica
La progressiva diminuzione del numero medio di componenti per famiglia, legata ai cambiamenti sociali e culturali, continuò dagli anni Ottanta ad alimentare la domanda di abitazioni. Queste dinamiche, assieme ai prezzi sempre in crescita nel mercato immobiliare, determinarono ulteriori ondate di popolamento delle campagne e la loro progressiva trasformazione in territori della «città diffusa». Oggi, il calo delle nascite tra la popolazione autoctona e il progressivo aumento dei residenti stranieri stanno ridisegnando la demografia della città eterna. I cittadini stranieri sono circa mezzo milione cioè il dodici per cento della popolazione e le nascite da genitori immigrati, che costituiscono circa il quindici per cento di tutti i nuovi nati, sono ormai determinanti per sostenere i livelli demografici. Roma registra un tasso di natalità in continuo calo, l'invecchiamento progressivo dei romani è in aumento. L'incertezza economica spinge sempre più i più giovani a non avere figli. In questa prima metà del nostro secolo, l'età media della popolazione straniera è nettamente più bassa rispetto a quella italiana, circa il settantacinque per cento ha meno di cinquant'anni. Questo garantisce un apporto fondamentale alla natalità. Le comunità più numerose nel comune di Roma sono storicamente quella rumena, seguita da quella filippina e da altre realtà asiatiche, prevalentemnt dal Bangladesh, eppoi amentano sempre più le comunità africane e arabe. La presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane sta crescendo costantemente. Molti di essi sono nati in Italia e integrati nella società italiana.
Roma non è affatto razzista, da secoli è una città aperta al diverso e abituata alle differenze etniche, religiose e culturali. Tuttavia anche qui la cosiddetta "intolleranza percepita" sta sempre più aumentando. Molto probabilmente è legata a un mix di fattori di questa epoca: crisi economica, carenza di concreti percorsi legali d'ingresso degli extracomunitari, il cambiamento delle storiche tradizioni ed anche il timore della perdita d'identità, il rifiuto d'integrazione di non poce persone arrivate. Ebbene, le difficoltà sociali ed economiche in molte zone della città, unite alla "percezione" di suddetti timori spingono non al razzismo ma all'intolleranza. L'integrazione è una sfida complessa. In particolare, le migrazioni provenienti da aree con background culturali o religiosi molto distanti dalle tradizioni nostrane, alimentano paure e tensioni legate alla sicurezza o al mutamento.
Una capitale legale e abusiva
I controlli edilizi e urbanistici, sono gestiti principalmente dalla Polizia di Roma Capitale, dagli ispettorati tecnici del Comune e, per questioni strutturali, dai Vigili del Fuoco, le istituzioni operano non poco per il decoro, la trasparenza amministrativa e la promozione della cultura civica capitolina. Tuttavia, nonostante questi immensi sforzi, la città eterna è la più grande città abusiva d’Europa, con un terzo della popolazione che vive in edifici costruiti in totale assenza dei permessi di legge o in violazione delle norme urbanistiche. Nel 1962, il primo piano regolatore dell’era repubblicana prevedeva la riqualificazione di quarantaquattro nuclei d'edilizia abusiva, le cosiddette zone F1, che comprendevano anche le borgate storiche. Queste aree hanno subito nel corso degli anni profonde trasformazioni e ormai sono integrate nella città consolidata.
Un ulteriore tentativo di contrastare l’illegalità edilizia e il degrado nelle periferie romane è rappresentato dal primo "Peep" ossia il Piano per l’edilizia economica e popolare, approvato dal Consiglio comunale nel 1964. Prevedeva la costruzione di settantadue nuovi quartieri popolari con una dimensione territoriale equivalente a un quarto dell’agglomerazione urbana esistente. Tra le varie nuove zone nacquero il Laurentino 38, Vigne Nuove, Tor Bella Monaca, Spinaceto, Casal Monastero, Torraccia, eccetera.
A pochi anni di distanza, con la Legge 865 del 1971 la «riforma della casa» destinò anche a Roma ingenti finanziamenti pubblici.
Oggi, l'abusivismo edilizio romano si configura non tanto come nuova cementificazione selvaggia, bensì come una vasta "città spontanea" ereditata dal passato. Persino il centro storico presenta ancora situazioni non regolari, con l'individuazione di centinaia di nuovi casi stimati ogni anno. Il fenomeno riguarda spesso trasformazioni abusive di uffici o magazzini in appartamenti, chiusure non autorizzate di balconi e terrazze e modifiche ai vincoli monumentali in aree di grande pregio.
Nelle periferie, la cosìdetta "zona O" indica specifiche areee destinate al recupero urbano d'insediamenti abusivi o spontanei. Interessa oltre seimila ettari e centinaia di migliaia di residenti concentrati soprattutto fuori dal GRA nell'Agro Romano e nei quadranti Est e Sud. Oggi il Comune di Roma porta avanti la riqualificazione di queste aree con servizi, urbanizzazioni primarie e condoni. L'UO Ufficio del Condono Edilizio di Roma Capitale, attualmente basato in vIa di Decima nella zona del Torrino, continua a lavorare sull'arretrato delle istanze presentate con le passate leggi. Mentre sul fronte regionale e nazionale, normative come il decreto "Salva Casa" hanno introdotto nuove percentuali di tolleranza e semplificazioni per regolarizzare piccole difformità interne. Non poche zone del litorale romano (Ostia), a macchia di leopardo, registrano ancora occupazioni abusive o ampliamenti illeciti legati ad attività commerciali e continuano a essere soggette a sequestri da parte della autorità.

















































