LAVORO E FANCAZZISMO NEI DETTI POPOLARI ROMANI di Claudio Di Giampasquale
L'ozio per i veri romani, più che una semplice pigrizia è una vera e propria filosofia di vita e meccanismo di difesa culturale sviluppato nei secoli. L'attitudine romana al disimpegno non nasce dal nulla, ma affonda le radici nella storia della città in cui il modello del fare privilegia la qualità della vita, la socialità, i tempi dilatati del pranzo e la chiacchierata al bar. Il lavoro è visto come un mezzo per vivere, mai come il fine ultimo dell'esistenza. Quello che altrove viene percepito come "fancazzismo" è spesso un'arte della decelerazione, una scelta consapevole di non farsi travolgere dalla frenesia moderna e dal logorio.
Dell'ozio tanto amato dai romani sono degni rappresentanti gli amici a quattro zampe che nell'urbe rappresentano la quintessenza del riposo e del vivere il momento presente "libero dagli affanni umani". Da sempre c'è un legame straordinario con loro, una passione diffusa che rende Roma una delle città con la più alta densità di cani. Camminando per i quartieri storici o nei grandi parchi della capitale, è evidente come essi siano considerati veri e propri membri della famiglia, luoghi aperti come i parchi di Villa Borghese, Villa Pamphili e Villa Ada ospitano enormi aree verdi dove possono correre e socializzare. C'è una celebre citazione nell'opera "L'insostenibile leggerezza dell'essere" il capolavoro letterario dello scrittore cecoslovacco Milan Kudera: «I cani sono il nostro legame con il paradiso. Non conoscono il male né la gelosia né la scontentezza. Sedersi su un pendio con un cane in uno splendido pomeriggio è come tornare nel giardino dell'Eden in cui oziare non era noioso: era la pace». Questo brano accarezza il legame puro e senza malizia che unisce l'essere umano al proprio animale, un affetto privo di calcoli o gelosie, ove il fedele amico peloso rappresenta una via d'accesso a una dimensione incontaminata in cui, solo guardandolo negli occhi, il tempo rallenta e ritrova il suo valore di pace assoluta. Sì il tanto vituperato ozio, il meraviglioso far niente principio di tutti i vizi, coronamento di tutte le virtù. Qui lo chiamiamo "fancazzismo" vulgaris laconico e ironico di «gioia dé nun fá n'cazzo».
ozio e lavoro nella città eterna
Scrisse Giggi Zanazzo che il ritratto del «popolano belliano» è l'immagine della sua stessa realtà biologica, che si manifesta immerso nell'indifferenza per lo più ai problemi di natura morale e spirituale e che la vita rimane soltanto una pura sensazione fisica. In parole povere, il popolano descritto da Giuseppe Gioacchino Belli, che non si discosta di molto da quello del romano autentico di oggi: «Era n'monno drento n'aura magica dé miracolo a la stralonga, come sí fusse pennente pé n'attimo pé aspettá mó subbito ló sbrago» (Era un mondo immerso in un'aura d'incantesimo magico di miracolo perpetuo, come sospeso per un attimo nell'attesa imminente delle rovina). Goethe, Stendhal e altri intellettuali europei descrisserol i romani come figure indolenti distese al sole, confondendo la povertà strutturale e la mancanza di grandi industrie con un'inclinazione filosofica al riposo. E così si consolidò l'immagine pittoresca ma svalutante del popolo della città eterna dedito all'arrangiamento e refrattario alla disciplina industriale del nord. Eppoi come se non bastasse quando Roma divenne capitale del Regno d'Italia e si riempì di ministeri, impiegati statali e apparati amministrativi, il mito belliano si fuse col clichè nazionale del lavoratore pubblico inefficiente, secolarizzando l'idea che all'ombra der cuppolone si viva di rendita amministrativa piuttosto che di lavoro duro.
Il luogo comune dei romani indolenti e fancazzisti che scansano il lavoro è uno degli stereotipi culturali più radicati nella penisola. Alla fine dello scorso secolo nel corso della prima Repubblica una retorica politica di stampo padano polarizzò l'immagine del "nord sano e produttivo" contro una "Roma ladrona e fannullona", convinzione molto probabilmente alimentata nei secoli da un certo tipo di letteratura e tradizioni popolari. Il presunto fancazzismo nella città eterna affonda le sue radici in fattori storici, filosofici e sociali ben precisi. Di certo Roma ha visto nascere e crollare imperi, regni, repubbliche e papati, questa continua successione di eventi ha sviluppato nella gente che vive sulle rive del Tevere una sorta di disincanto storico, la convinzione che «'ntanto tutto passa e gnente pja n'antra piega» di fatto a Roma è un atteggiamento dottrinale di distacco. La fretta e l'iperproduttività vengono viste da non pochi indigeni come sforzi inutili di fronte all'eternità della città, dove una delle espressioni più usate in assoluto è «m'arimbarza» che tradotto sottende la certezza che qualsiasi attacco o problema ci colpisca poi torna indietro senza lasciar il minimo segno o scalfire quel solito umore disincantato e la tipica ironia capitolina.
Nel tempo dei cesari «nihil agere» era una locuzione che stava a intendere letteralmente "non far nulla" il concetto non aveva una sfumatura negativa e contrapponendosi al «negotium» (ossia le occupazioni pratiche, degli affari e dei doveri) si collegava all'«otium» ovvero il tempo libero dedicato ai momenti in cui ci si poteva dedicare al perfezionamento dello spirito e del corpo.
Fu nella Roma papalina che l'ozio divenne strettamente legato al peccato d'accidia e considerato terreno fertile in cui poteva attecchire il male: una mente e un corpo non occupati nel lavoro o nella preghiera vennero così visti come vulnerabili alle tentazioni del demonio. Nacque il detto «omnium malorum origo otium» cioè "l'ozio è l'origine di tutti i mali" sentenza nei secoli evolutasi a Roma come «l'ozzio è er padre dé tutti lí vizi». Così questo termine divenne sinonimo di noia e perdita di tempo, mentre, in contrapposizione, il lavoro si ribadì sempre più come dovere morale supremo e "metro di misura del valore di un essere umano". Il domani nella filosofia del popolo romano, i cittadini del mondo più soggetti agli umori pontifici, si sclerotizzò forse «pé tigna» (cioè per ostinazione o per puro puntiglio) in «carpe diem» di oraziana memoria, che non avrebbe potuto trovare altro terreno più fertile per invitare all'apatia e al dolce far niente. In un'atmosfera di questo tipo nacquero sulle rive del Tevere numerosi detti e proverbi sia sul lavoro che sul mitico e fantomatico fancazzismo dei romani dé Roma. Eccone solo alcuni:
- L'ora dé oggi nun è quella dé domani
- Quanno nun sai che fá pja la zappa e vattene a la vigna
- La poca fatica è la salute dell'omo
- Chi nun sá che fá pettina li cani
- Er somaro che r'giorno ha faticato, la notte vó dormí senza penzieri
- Voja dé lavorá sartame addosso, e tu pigrizzia nun m'abbandonà e famme lavorá meno che posso
- Chi lavora magna, ma chi nun lavora magna dú vorte
- Chi nun lavora vá n'malora, ma ce vá pure chi lavora, quinni è mejo nun lavorá
- Er mejo modo dé risolve n'probblema è aspettá che se risorva da solo
- L'ozzio sospenne er tempo e te ricorda che r'monno gira pure senza de te
- Er fancazzismo è l'arte dé fá quarsiasi cosa
- L'ozzio è er padre dé tutti li vizzi, ma pure dé tutti i preggi
- Er fancazzismo è n'attimo dé lucidità ner casino dé la giornata
- Quello che nun sei bbono a fá da te nun aspettá che te lo facciano l'antri
- Chi dorme nun pja pesci
- Chi nun se'ngegna nun se'mpregna
- Quanno er diavolo nun sá che fá se gratta le corna
- Chi lavora fá la gobba e chi nun lavora fá la robba
- Chi bbene sementa, bbene ariccoje
- Li confetti nun só pé li somari
- Pigrizzia voi er brodo? «sì» allora vatte a pjá er piatto «accidenti ar brodo e a chì l'ha fatto!»
- Er campo dé l'accidia è pieno d'ortica
- Er fancazzismo e l'indecenza sò fratellone e sorellina
- Chi è lesto a magná è lesto puro a lavorá
- Chi gira se lecca e chi stá a casa se secca
- Chi vó vadi, chi nun vó manni
- Coll'ago e la pezzóla se tiravanti la famjola
- Er libbro serrato nun fá l'omo alletterato
- Er lunedì me persi la conocchia, er martedì nun la potei aritrová, er mercoledì l'aritrovai rotta, er gioveddì la portai a accommidá, er venerdì ci'accommidai la stoppa, er sabbito me pettinai la testa, la domenica nun lavorai perchè è festa
Sempre a proposito di pigrizia e fancazzismo, Alberto Sordi un paio d'anni prima di lasciarci disse che nel dialetto romanesco dopo Belli, Trilussa e Zanazzo, nessuno ha più inventato niente di nuovo e che i romani non sono titolari d'un vero idioma ma si limitano a storpiare l’italiano. Mica per ignoranza, lo fanno per pigrizia, in virtù di un'indolenza che non è un difetto ma una filosofia di vita, che è tipica di chi è nato sotto ar cuppolone. Parlare correttamente costa fatica: «mejo evitá». Albertone sostenne in quell'occasione (un'intervista pubblicata sul Messaggero il 18 aprile del 2001) che «er romano strascica le vocali, indugia sulle consonanti, scandisce le sillabe. Ed ecco fatto er romanesco, ná lingua che in realtà nun esiste...». Forse il nostro Albertone esagerò, fu proprio lui uno di quelli che lo rese amato ovunque. Fu il cinema neorealista del Novecento a dare dignità a questo modo di parlare, a offrire un pò di coraggio e orgoglio ai romani che, diciamo la verità, altrimenti in certi ambienti nazionali si sono sempre tenuti a esprimersi in modo verace coniugando appieno bellezza. armonia e ironia della parlata della città eterna.















