LAVORO E FANCAZZISMO NEI DETTI POPOLARI ROMANI di Claudio Di Giampasquale
C'è una celebre citazione nell'opera "L'insostenibile leggerezza dell'essere" il capolavoro letterario dello scrittore cecoslovacco Milan Kudera: «I cani sono il nostro legame con il paradiso. Non conoscono il male né la gelosia né la scontentezza. Sedersi su un pendio con un cane in uno splendido pomeriggio è come tornare nel giardino dell'Eden in cui oziare non era noioso: era la pace».
Questo brano accarezza il legame puro e senza malizia che unisce l'essere umano al proprio cane, un affetto privo di calcoli o gelosie, ove il fedele amico a quattro zampe rappresenta una via d'accesso a una dimensione incontaminata, dove il tempo rallenta e il semplice ozio ritrova il suo valore di pace assoluta. Sì il tanto vituperato ozio, il meraviglioso far niente principio di tutti i vizi, coronamento di tutte le virtù. A Roma lo chiamiamo "fancazzismo" ossia vulgaris laconico e ironico «dé nun fá n'cazzo».
ozio e lavoro nella città eterna
Disse Giggi Zanazzo: «La figura del romano dei tempi andati ci ha lasciato in eredità quelle leggi che sotto la denominazione di "proverbi" compongono la scienza della vita pratica, scientificamente desunte da un numero infinito d'esperienze». Il ritratto del popolano belliano, ad esempio, è la fotografia della sua stessa realtà biologica, manifestandosi tutto immerso nell'indifferenza per lo più ai problemi di natura morale e spirituale.








