VIA DELLA SCALA, L'OMONIMA PIAZZA E IL VICOLO di Claudio Di Giampasquale
Nel cuore di Trastevere, via della Scala collega piazza di Sant'Egidio alla parte finale della lunga discesa di via Garibaldi dal Gianicolo, aprendosi di rimpetto a Porta Settimiana. Questa stradina, piazza e vicolo, sono un perfetto concentrato dell'anima del rione «trans Tiberim». Un posto ricco di fascino, famoso per i suoi palazzetti antichi, i sampietrini e l'atmosfera autentica romana, in special modo a metà del suo percorso, ove si apre piazza della Scala, dominata dalla Chiesa di Santa Maria della Scala, un luogo di profonda devozione tanto caro alla gente di qui. Passeggiare tra le caratteristiche botteghe di questi luoghi significa scoprire l'anima più autentica e artigianale di Roma. La strada lastricata, alcuni vecchi laboratori, ristorantini, stuzzicherie, piccole boutique, gelateria ed altre botteghe d'attività che resistono al tempo affiancandosi a negozietti artistici contemporanei.
Ma come non partire dal panorama enogastronomico di quest'incantevole posto ? Tra le diverse attività di ristorazione che si distinguono, ne citerò solo alcune: partendo dall'imbocco di fronte a Porta Settimiana, contornato tra il verde dell'edera c'è "da Gildo in Trastevere" cìoè un luogo di culto della cucina tipica romana, rinomato in città per la prelibatezza dei suoi carciofi, Venne aperto «dar sór Ermenegildo» nella seconda metà dello scorso secolo, oggi è gestito dai suoi eredi che ne preservano le tradizioni, le originarie ricette e lo stile del servizio. Eppoi, continuando a girovagare lungo questa via, s'incontra un'altra fucina del gusto capitolino è «da Massi» al civico 34 che aprì i battenti due anni dopo la fine della guerra come trattoria casareccia e fiaschetteria di ritrovo abituale degli abitanti del rione. All'epoca, a Trastevere i "locali mangiarecci" erano così: con un'arredamento essenziale in legno rustico, lunghe tavolate e panche «ndó se magnava gomito a gomito», il più delle volte tra sconosciuti e «se mesceva er vino dé la casa a modo romanesco». Il nettare di bacco per eccellenza era il Frascati, affiancato da altri vini, sempre bianchi, come il Marino o il Genzano, che arrivavano direttamente coi caratteristici "carretti a vino" dalle cantine dei Castelli Romani in botti e barili. Gli osti trasteverini lo tenevano in cantina e lo servivano fresco, Spesso, per renderlo più leggero e dissetante, alcuni clienti, prevalentemente di sesso femminile, l'allungavano con la spuma o la gazzosa, ordinando in genere in questo modo: «a mé me porta n'quartino e ná palletta» i più «mezzo mezzo» oppure nelle proporzioni desiderate. Gli avventori di sesso maschile all'epoca tolleravano sì il gentil sesso che aveva queste abitutini, ma criticavano aspramente gli uomini che mischiavano il vino, magari addirittura, in certi casi, annacquandolo: consideravano ciò un gesto poco virile o un'offesa all'oste e alla convivialità. Col passar del tempo e con l'evoluzione delle abitudini ristoratorie, molte di queste trattorie trasteverine chiusero i battenti. Anche in via della Scala. Arrivarono gli anni Ottanta, in cui la trattoria «da Massi» per star al passo dei tempi si trasformò in un tipico ristorante trasteverino d'ottima cucina romana. Oggi è gestito dai due soci Cristiano e Luca.
Continuando a girovagare in cerca di soddisfazione culinaria, in piazza della Scala al civico 58 c'è un'altro ottimo "tempio" di cucina tipica romana, un'osteria assai apprezzata per il suo suggestivo dehor esterno che davvero offre un'atmosfera romantica, è il «Ristorante la Scala» che aprì i battenti negli anni Ottanta dello scorso secolo. Eppoi, degni di nota sono al civico 8, sempre di via della Scala, la trattoria «La Scaletta» ove l'autenticità della cucina romana prende vita in ogni piatto, offrendo un'esperienza gastronomica indimenticabile. E in piazza della Scala al civico 19 dal 2021 c'è «Tonnarello alla Scala», la cui prima storica locanda aprì i battenti nel lontano 1876 nella vicina via della Paglia alle spalle della basilica di Santa Maria in Trastevere.
Non mi stanco di ripetere che nel girovagare lungo via della Scala, nella piazza e nel vicolo, s'ottiene un'emozionante esperienza sensoriale e immersiva. Soprattutto di sera. È questo uno dei non pochi posti di Roma in cui perdersi tra i sampietrini, tra le facciate dei palazzi tinte di ocra e mattone con i caratteristici battenti delle finestre e i colori sgargianti dei fiori sui davanzali e le piante rampicanti d'edera, gelsomino e bougainvillea, è semplicemente meraviglioso. Qui ci s'immerge in un'autentica atmosfera bohémien della città eterna, ed è possibile percepire la storia millenaria di Roma, e nella magia della notte ascoltare l'eco dei passi sul selciato che di giorno si mescola al vociare dei romani e dei turisti. È sublime far colazione seduti in uno dei tavolini del mitico «Caffè della Scala» al civico 4. Oppure aperitivare o cenare alla «Latteria Trastevere» al civico 1 di vicolo della Scala che s'apre lungo il percorso accanto alla piazza. Ebbene questa "latteria" (che oggi è una rinomata vineria con cucina che unisce all'atmosfera di enoteca una proposta gastronomica basata su ingredienti bio a filiera corta e vini naturali) circa due secoli fa non vi era altro che uno "stabulum" ossia «ná stalla dé vacche». Proseguendo a girovagare, s'incontra subito un vicoletto in cui a un certo punto, se alzi lo sguardo in cielo verso il Gianicolo, vedi "er Fontanone dé l'Acqua Paola". Proseguendo a passeggiare, è possibile fermarsi ad ammirare gli oggetti esposti nelle vetrine e sugli scaffali delle caratteritiche botteghe artigianali. Magari assaporarando un cono della «Gelateria alla Scala» lasciando che il dolce gusto si sciolga in bocca. Via della Scala insomma, è uno straordinario "palcoscenico di Trastevere" che, come detto, inizia nel crocevia tra l'imbocco di questa stessa strada, via Garibaldi e via di Santa Dorotea a pochi passi dal principio della Lungara dietro a Porta Settimiana in quella sorta di triangolo che l'antica cinta muraria (edificata dall'imperatore Settimio Severo nel terzo secolo dopo Cristo) compiva arrampicandosi sul colle Gianicolo per racchiudere il distretto Transtiberinus ossia un'area periferica e marginale oltre il fiume, separata dal cuore della città.
Nel corso dei secoli Porta Settimiana ha subito diverse modifiche e restauri, fino a integrarsi nel tessuto trasteverino circostante. Durante il Rinascimento, assunse un ruolo significativo per gli abitanti del rione diventando un punto di riferimento per il commercio e il transito dei pellegrini che arrivavano a Roma in cerca dell’indulgenza pontificia. Alla destra della porta (guardandone la facciata che dà verso l'imbocco in via della Scala) all'inizio di via di Santa Dorotea esattamente al civico 20 si narra che abitasse una bella trasteverina, era Margherita Luti la figlia d'un fornaio che aveva bottega proprio qui nei pressi del crocevia. Di questa ragazza s'innamorò perdutamente Raffaello Sanzio al punto che decise d'immortalarne la bellezza in uno dei suoi dipinti più celebri (che oggi si può ammirare all’interno della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini), il nome di questa celebre opera d'inestimabile valore è appunto «La Fornarina». La finestra del palazzetto dalla quale l’affascinante giovane era solita affacciarsi per salutare il suo amato è ancora visibile (alzando lo sguardo in alto) incastonata in un arco a sesto acuto riccamente decorato.
il sacro significato dell'odonimo "scala"
Via della Scala fu aperta nel cuore di Trastevere agli inizi del sedicesimo secolo da papa
Giuliano della Rovere (Giulio II). La storia del successivo ampliamento e il cambiamento del nome avvenne circa un secolo e mezzo dopo ed è legata a un evento prodigioso accaduto nel sedicesimo secolo in una delle casette qui allora presenti, esattamente nel punto dove, dopo il miracoloso evento che sto per raccontare, fu realizzata la piazza per far posto alla conseguente chiesa votiva.
Dunque, c'era una volta qui, un
modesta abitazione sul piano rialzato d'un palazzetto lungo la via, ove abitava una giovane vedova che per vivere assisteva le partorienti. Si chiamava Cornelia e possedeva un sapere pratico e prezioso tramandato oralmente da sua madre, ed era quindi molto stimata e rispettata dai trasteverini e da non pochi abitanti di altri rioni della città. Era una donna buona e pia, frequentava le parrocchie di Santa Maria in Trastevere e di San Crisogono, distinguendosi per la compassione, la pazienza e l'altruismo. La sua vita era guidata da principi solidi, manifestati attraverso azioni quotidiane di cura e attenzione verso il prossimo, ma soprattutto di tenerezza verso la sua figliola disabile. Cornelia aveva avuto due sventure nella vita, prima il grave problema di sua figlia nata sordomuta, a causa di problemi congeniti. L'apparato uditivo della bimba non funzionava, così come le sue corde vocali, la piccola quindi non sentiva e non parlava. Poi ci fu la perdita di suo marito, il padre della piccola. Fu una bruttissima e dolorosa fase della sua vita. Tutte le mattine la donna s'inginocchiava e pregava a lungo davanti alla sacra immagine della Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù, chiedendogli la grazia affinchè la sua bambina guarisse. Passarono alcuni mesi, quando una notte, Cornelia immersa nel'oscurità del dormiveglia, udì una vocina acuta dall'altra stanza, era una frequenza molto più alta rispetto a quella degli adulti e veniva proprio da dentro casa. Incredula s'alzò di scatto, nella semionbra afferrò l'acciarino sullo stipo e lo sbattè violentemente contro la pietra focaia sopra il candelabro, la sua camera da letto s'illuminò e di corsa si recò di là nella cameretta chiamando dolcemente sua figlia. La bimba si voltò verso di lei, era certa, stavolta l'aveva sentita chiamare e arrivare. La luce traballante delle candele rischiarò la stanza e la picola la guardava sorridendo emettendo una lallazione come se le indicasse un mesaggio preciso. Cornelia scoppiò in lacrime e s'inginocchio abbracciando con dolcezza la sua bambina, le lacrime le scendevano copiose, come un fiume in piena versò lacrime di felicità emettendo gemiti e singhiozzi. La commozione era fortissima. Di scatto volò verso la sacra immagine della Madonna e rimase lì in silenzo in ginocchio a mani giunte, ringraziando ad alta voce, pregando, singhiozzando di felicità. Gli strani rumori svegliarono i vicini allarmati, i quali vedendo la scena s'avvicinarono alla donna e tutti insieme s'inginocchiarono pregando e ringraziando verso l'icona della Santa Vergine Maria.
Arrivò l'alba, la notizia passò da quei pochi vicini di casa agli amici, e agli amici degli amici, e poi ai fedeli delle tantissime chiese di Trastevere per propagare di conseguenza in tutte le altre innumerevoli chiese della città. Invase le piazze, le strade e i vicoli. La voce crebbe alimentata dal passaparola e dal desiderio universale dei romani d'un segno tangibile di speranza a distanza di pochi decenni dall'evento più traumatico che la storia moderna della città dei papi ricordi: i Lanzichenecchi, quei malvagi mercenari tedeschi al soldo dell'imperatore Carlo V, che la invasero e la saccheggiarono brutalmente. Roma portava ancora le ferite. L'umile icona della Madonna apposta sotto la scala di Cornelia divenne oggetto di pellegrinaggi da tutta Roma e da fuori urbe. La Chiesa cattolica e gran parte dei membri del clero, impressionati dal fatto, come da prassi, dietro grande invocazione popolare, avviarono la procedura per convalidare l'effettiva miracolosità dell'evento. Si raccolse la documentazione medicinale e le testimonianze nel luogo dove era avvenuto il fatto. Presso il Dicastero delle Cause dei Santi, una commissione di medici esaminò il caso. L'evento fu dichiarato scientificamente inspiegabile, di conseguenza venne definito un miracolo. E fu così, dopo non molti anni, che papa Ippolito Aldobrandini (Clemente VIII) decise di apporre delle sostanziali modifiche alla via dove abitava la levatrice Cornelia, allargandone gli spazi proprio all'altezza della sua abitazione per far spazio all'edificazione d'una chiesa dedicata alla Santa Vergine per ringraziarla del clamoroso miracolo.
I lavori di realizzazione della piazza e di costruzione della chiesa iniziarono nel 1593 con la "bolla Sacrarum Religionum" del 20 marzo 1597. Dopo il completamento dell'interno nel 1610, la facciata fu terminata nel 1624. La strada che partiva di fronte a Porta Settimiana divenne "via della Scala", così come la piazza e l'attiguo vicoletto. Naturalmente il santuario dedicato alla Santa Vergine prese il nome di "Chiesa di Santa Maria della Scala". La sacra icona della Madonna fu apposta nel braccio meridionale del transetto, Quarant'anni dopo, il duecentotrentasettesimo pontefice Fabio Chigi (Alessandro VII) elevò questo edificio di culto a "diaconia cardinalizia" e l'affidò ai Padri Carmelitani Scalzi.
Passò il tempo e la Chiesa di Santa Maria della Scala divenne uno dei luoghi di culto più sentiti dai trasteverini. Dopo circa due secoli, durante la Repubblica Romana fu adibita anche ad ospedale. Ancora oggi qui vi sono le omonime diaconia e rettoria. Accanto, c'era una volta l'«Oratorio dei Santi Teresa e Carlo» ove subito dopo l'edificazione della chiesa fu fondata la "Compagnia di Santa Maria della Scala" sotto gli auspici dei santi Teresa d'Ávila e Carlo Borromeo. Questa confraternita di fedeli del rione, come tutte le altre confraternite esistenti all'epoca nella città eterna, fu autorizzata dalle autorità ecclesiastiche per promuovere opere di carità, fungendo da vero e proprio "welfare trasteverino". Purtroppo, l'«Oratorio dei Santi Teresa e Carlo» tanto caro ai romani, fu sconsacrato nel 1875 in seguito alla confisca degli edifici religiosi da parte del neonato Regno d'Italia in quanto le leggi italiane post-unitarie soppressero numerosi ordini ed enti religiosi, incamerandone i beni. Quindici anni dopo l'antico palazzetto dell'oratorio (ove due colonne ioniche sostenevano sulla facciata un affresco coronato da un frontone curvo) come tante altre proprietà immobiliari pontificie confiscate, fu abbattuto per far spazio a interventi di riqualificazione di piazza della Scala.
Chiesa di Santa Maria della Scala
Dopo il miracolo, con la decisione del pontefice d'edificare il santuario che ne celebrasse il mito, la "casetta di donna Cornelia", quella della scala con l'effige della Sacra Vergine" (divenuta meta di costanti pellegrinaggi) e gli altri umili palazzetti limitrofi, vennero demoliti per realizzare un'ampio slargo che contenesse la chiesa e che offrisse adeguato spazio antistante per orientare solennemente i fedeli verso l'ingresso. Le autorità papali ed altri devoti nobili mecenati offrirono somme di denaro come risarcimento per l'esproprio e il ricollocamento in altri edifici di Trastevere o nei rioni vicini. Come detto, per la custodia e la gestione della chiesa furono nominati come "padroni di casa" i Padri Carmelitani Scalzi anche detti Teresiani. La sacra immagine di Maria Vergine da allora (1610) è tuttora esposta nel braccio meridionale sinistro della chiesa, in una cappelletta (realizzata da Francesco Capriani da Volterra, ornata da un altare con colonne in marmo rosso di Verona) che custodisce il dipinto miracoloso.
Vox populi narra che qualche anno dopo, un trasteverino affetto da grave forma di disabilità fisica agli arti inferiori (all'epoca a Roma s'usava il poco rispettoso termine "storpio") si trascinasse con grande fatica ogni giorno a supplicare l'immagine sacra, soffermandosi per lungo tempo a pregare e piangere. Ebbene, anche questa persona una mattina si svegliò riuscendo ad alzarsi dal propri letto senza l'ausilio delle stampelle. Era guarito. Naturalmente anche questa notizia circolò rapidamente in città e il flusso dei pellegrini verso la chiesa di Santa Maria della Scala aumentò, proseguendo nei secoli. Tutt'oggi arrivano fedeli da tutta Roma e da ogni parte del mondo. Persone colme di spernze che lasciano dei bigliettini scritti di pugno dentro un'apposita cassetta posta dai Padri Carmelitani Scalzi sotto l'immagine sacra (la puoi intravedere a destra della fotocomposizione sopra). Nello stesso transetto vi è la statua di san Giovanni della Croce (che fu cofondatóre con santa Terea dell'ordine dei Carmelitani Scalzi) realizzata nel sedicesimo secolo dallo scultore palermitano Pietro Papaleo.
In origine, papa Clemente VIII pensò d'affidare lo studio del progetto e la realizzazione del santuario trasteverino al sessantaduenne architetto toscano Francesco Capriani da Volterra, grande amico del cardinale Enrico Caetani. Il Capriani però morì poco dopo e quando con la promulgazione della precedentemente menzionara bolla pontificia, che autorizzava l'apertura del cantiere, la direzione e la gestione dei lavori venne affidata agli stessi Carmelitani Scalzi, i quali incaricarono vari architetti tra cui il bolognese Ottaviano Mascherino e il romano Girolamo Rainaldi. Dopo il completamento dell'interno nel 1610, la facciata venne terminata nel 1624, presentando uno stile a due prospetti tipico di quel secolo: l'ordine inferiore suddiviso da lesene corinzie meramente decorative, mentre al centro un unico portale d'accesso sormontato da una nicchia che ospita la statua della Madonna col Bambino scolpita dallo scultore francese François Dieussart. Al centro del timpano vi è lo stemma dell’ordine dei Carmelitani. Mentre il prospetto superiore della facciata (più stretto rispetto a quello inferiore) presenta un grande finestrone centrale ad arco che illumina la navata ed è raccordato ai lati tramite volute.
Entrando, si rimane colpiti dalla bellezza scenografica nel suo insieme, in particolare dell'altare maggiore in fondo progettato dal geniale architetto romano Carlo Rainaldi, sormontato da un baldacchino a tempietto sorretto da colonne corinzie in alabastro listate di bronzo dorato. L'altare fu riconsacrato nella prima metà del diciottesimo secolo dal pontefice pugliese Pietro Francesco Orsini (Benedetto XIII); la pala rappresenta la "Madonna del Carmine" opera settecentesca del pittore emiliano Giuseppe Peroni, che la eseguì dodici anni dopo il rinnovo della sacralizzazione. Voltandosi indietro appena entrati alzando lo sguardo insù, si nota che la parete interna dietro la facciata presenta un infisso ligneo che sale verso il soppalco con lo stupendo organo a canne, fu realizzato nei primi anni dello scorso secolo dal maestro Carlo Vegessi Bossi "organaro" famigerato torinese, accanto a destra e a sinistra le due cantorie per ospitare il coro. La chiesa venne progettata con una pianta a "croce cristiana" con il fine di creare due percorsi che s'incontrano offrendo luminosità multidirezionale e una chiara suddivisione funzionale degli spazi e un'unica navata affiancata da tre cappelle per lato, il tutto ornato da un sontuoso pavimento di marmo ricco di lapidi sepolcrali sapientemente incstonate. Santa Maria alla Scala ospita numerose opere d'arte, tra le quali al centro dell'abside il dipinto del Cavalier d'Arpino "Regina Coeli con Bambino". La prima cappella a destra dedicata a san Giovanni Battista ospita una tela seicentesca raffigurante la "Decollazione di san Giovanni in carcere" dipinta dal pittore olandese Gerard van Honthorst. La seconda cappella a destra è dedicata a san Giacinto, sull'altare vi è un dipinto seicentesco del pittore romano Antiveduto della Gramatica che ritrae la "Vergine, San Giacinto e Santa Caterina da Siena".
La terza cappella a destra dedicata alla Madonna, san Giuseppe e sant'Anna, ospita la pala d'altare raffigurante il tema della "Sacra Famiglia" fu dipinta dall'artista marchigiano Giuseppe Ghezzi alla fine del diciassettesimo secolo; eppoi sempre in questa cappella è esposta l'opera "Il Sogno di Giuseppe" dipinto dal pittore romano Giovanni Odazzi nella stessa epoca; vi è inoltre sempre in questa nicchia lo "Sposalizio dell Vergine" un dipinto di fine Seicento realizzato dal pittore elvetico Lodovico Antonio David; sulla volta la "Gloria di San Giuseppe" sempre di Odazzi. Sull'altare di questa ricca cappella è posta una piccola copia di Pompeo Batoni del Sacro Cuore di Gesù realizzata a fine Settecento. Vi è poi alla destra del transetto che attraversa perpendicolarmente la navata, una cappella dedicata a santa Teresa Davila progettata nel diciottesimo secolo dall'architetto piacentino Giovanni Paolo Pannini; qui si conserva la reliquia del piede della santa; la pala d'altare "Estasi di Santa Teresa" è opera dell artista marchigiano Francesco Mancini fu dipinta sempre nella stessa epoca; eppoi sul frontone due angeli marmorei settecenteschi opera dello scultore lombardo Giovanni Battista Maini; sulle pareti laterali di questa cappella i due altorilievi marmorei ovali che riprendono momenti di vita della santa e Teresa trafitta da un cherubino furono realizzati sempre all'inizio del diciottesimo secolo dallo scultore parigino Michel-Ange Slodtz, mentre quello sulla parete di fronte "Santa Teresa in estasi" sempre della stessa epoca è opera dello scultore fiorntino Filippo Valle. Proseguendo a camminare verso sinistra, iniziando dalla prima cappella dedicata alla Madonna del Carmine, si può ammirare la splendida pala d'altare seicentesca che raffigura la "Madonna che porge lo scapolare al santo inglese Simone Stock e al profeta Elia" dipinta dal toscano Pomarancio: leggenda narra che la notte di domenica 16 luglio 1251 la Vergine Maria sarebbe apparsa al santo carmelitano britannico mostrandogli uno scapolare (una specie di sopravveste indossata dai monaci benedettini per preservare la veste ordinaria durante il lavoro nei campi) sussurandogli: «Hoc erit tibi et cunctis Carmelitis privilegium, in hoc habitu moriens salvabitur» (Questo sarà il privilegio per te e per i tuoi. Chi ne morirà rivestito si salverà); lo stesso pittore è l'autore dell'altra opera d'arte presente in questa cappella "Eterno Padre" raffigurante la figura del Dio cattolico. La seconda cappella a sinistra è dedicata all'Assunta, che ospita la "Natività della Santa Vergine" e lo "Sposalizio di Maria" ambedue opere settecentesche del pittore di Gaeta, Giovanni Conca. Qui vi è poi ospitata la "Morte della Vergine" del veneziano Carlo Saraceni che sostituisce una controversa opera del Caravaggio che porta lo stesso nome: "Morte della Vergine", Michelangelo Merisi fu sospettato d'aver utilizzato una prostituta come modella, e d'aver inserito nell'opera elementi rifacentisi a posizioni pauperistiche (questa prostituta, successivamente, morì annegata nel Tevere), i Carmelitani scalzi rifiutarono l'opera, affermando che mancava del dovuto decoro e che poteva addirittura sconfinare nell'eresia.
La terza cappella a sinistra quella detta "del Crocifisso" ospita un grande simbolo cristiano dipinto a imitazione del bronzo, col "gruppo marmoreo di San Giovanni della Croce" ai piedi opera dello scultore palermitano Pietro Papaleo; le pareti laterali di questa cappella sono ricoperte d'alabastro e le due colonne dell'altare in marmo nero, le pitture laterali e la decorazione della volta sono del pittore reatino Filippo Zucchetti. La cappella a sinistra del transetto è dedicata a santa Maria della Scala, ospita sull'altare la sacra icona della Vergine Maria col bambino (purtroppo usurata dal tempo) che nel 1582 miracolò la figlia di donna Cornelia, quest'antico affresco in origine era venerato sull'altare maggiore; l'altare di questa cappella presenta quattro massicce colonne corinzie, sulla parete destra si trova il dipinto seicentesco "Cenotafio del marchese Santacroce" opera del pittore bolognese Alessandro Algardi e, di fronte il dipinto del pittore toscano Domenico Guidi il "Sepolcro di Livia Santacroce". Sempre in questa cappella vi sono due tele del pittore belga Lucas de la Haye (detto Frà Luca il Fiammingo): "Incoronazione della Vergine" e" Immacolata Concezione".
il convento e l'antica spezieria
Il Convento dei Carmelitani Scalzi, custodi della chiesa, è situato in piazza della Scala 23, quest'antico ordine mendicante si fonda su un'intensa ricerca di intimità con Dio attraverso la preghiera e la contemplazione e al raccoglimento con una forte enfasi sul silenzio e sul ritiro spirituale. I frati Carmelitani scalzi non essendo monaci di stretta clausura, si dedicano anche e soprattutto all'apostolato e alla cura delle anime. Per Santa Teresa d'Avila, la preghiera non era solo una recita di formule, ma «un rapporto d'amicizia, con l'opportunità di trattenersi da solo a solo con Colui dal quale sappiamo d'essere amati». Il Carmelo valorizza profondamente l'umanità della persona, integrando luci, ombre ed emozioni nel cammino spirituale.

Il loro convento trasteverino è celebre soprattutto per ospitare l'Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, conosciuta come la farmacia più antica d'Europa, fondata nel Cinquecento per preparare medicamenti e rimedi naturali. Per saperne di più su questo magnifico luogo clicca qui
LA NOSTALGIA DÉ TRASTEVERE DÉ NÁ VORTA
Questo malinconico sentimento di tanti romani è il rimpianto per un rione che oggi purtroppo ha perso la sua anima popolare. Resiste solo nei ricordi di chi ha vissuto un tempo in cui i vicoletti di qui erano un'estensione della propria casa, che oggi lasciano spazio alla movida e ai locali. Le strade erano un salotto a cielo aperto, le chiavi venivano lasciate appese nella toppa della porta per essere a disposizione di tutti i familiari che rientravano in varie ore della giornata. I vicini parlavano da una finestra all'altra e i panni stesi al sole erano il simbolo di una quotidianità genuina. A ora di pranzo e di cena i profumi del cibo riempivano l'aria, si mangiava nelle case oppure qualche volta nelle storiche osterie. Il vino scorreva accompagnato dagli stornelli romani, dal suono della chitarra romana e dalle poesie dialettali. I trasteverini erano un popolo fiero, spesso legato ai mestieri del fiume con un forte senso d'appartenenza racchiuso nello stemma del leone d'oro. Via della Scala e la sua piazza erano uno degli scenari di questa Trastevere sparita, in cui il tempo sembrava fermarsi senza correre come oggi. Il rione venne nel tempo immortalato da artisti e poeti che ne celebrarono l'autenticità. C'è una vecchia canzone scritta nel 1976 da un ventottenne trasteverino di via della Scala, si chiamava Stefano Rosso era figlio di Bruno e di Iole. Stefano iniziò presto a lavorare, dopo l'ottenimento della licenza media, come garzone in una panetteria. Imparò a suonare la chitarra da un suo amico «ner retrobottega dé n'fruttarolo» sviluppando poi la sua cultura musicale nelle osterie. Il suo stile era semplice, anche se parlava spesso di Roma non cantava in romanesco, ma in un italiano corretto, proprio come il suo grande amico Francesco De Gregori
conosciuto allo Studio Folk in via Garibaldi a due pasi da casa. Stefano aveva una voce caratterizzata dalla erre moscia e un tono mai aggressivo, colloquiale, con testi ironici, dissacranti, spesso autobiografici e musiche che conciliavano la canzone popolare col country e il folk americano tanto in voga all'epoca, spesso con arpeggi in finger picking molto elaborati, mai banali. Se ne andò martedi 16 settembre 2008, per sempre, i funerali si svolsero nella basilica di Santa Maria in Trastevere, perchè la chiesa di Santa Maria della Scala era troppo contenuta per accogliere tutti gli amici di una vita che sarebbero accorsi per dargli l'ultimo saluto. Poco tempo fa se n'è andato anche Ugo suo fratello un'altra persona straordinaria,che incontravo frequentemente al bar San Callisto. Purtroppo nell'estate del 2025 se n'è andato anche il figlio di Stefano, Jesto che divenne un bravissimo rapper, aveva raggiunto una discreta fama. Nella sua carriera Stefano Rosso (in realtà il suo cognome era Rossi) incise ben sedici album studio e tre dal vivo. A via della Scala dove nacque e visse la sua giovinezza, l'artista trasteverino dedicò il pezzo «Letto 26» un delicato amarcord che mescola nostalgia e riflessione amara, in cui il cantautore ricordò la sua giovinezza trascorsa qui. Ecco questa bella canzone meglio spiegata dalla sua viva voce, in occasione d'una esibizione al mitico Folk Studio alla fine degli anni Ottanta:

































