FASCINO DEL ROMANESCO TRA IRONIA E VOLGARITÀ di Claudio Di Giampasquale

Il «romanesco» rappresenta uno dei dialetti italiani più riconoscibili e studiati. La sua storia è piuttosto complessa perché non nasce “puro”, ma si forma attraverso strati successivi di influenze linguistiche. Oggi la tipica parlata dei romani è tra le più facili da comprendere, tant'è che viene spesso definita "una calata" piuttosto che un vero e proprio dialetto. A differenza di molti altri vernacoli locali italiani è comprensibile a chiunque. Tuttavia è difficilissimo da parlare, perchè è una lingua viva, fatta di naturali distorsioni, ritmi, respiri e modi di dire grippati esclusivamnte nel dna dei romani, che «nun se possono improvvisá». Chi non è di Roma pur mettendocela tutta rende l'uso delle caratteristiche cadenze ancor più storpiate e fuori contesto e tende ad accentare le consonanti dove non serve, trasformando la parlata romanesca in una caricatura che "fa sanguinare le orecchie". Molti riescono ad avvicinarsi a simulare «d'esse dé qui» ma ci vuole tempo, sensibiltà e un marcato senso d'ironia, se non di sarcasmo. La capacità di sintesi dei romani è unica. Sulle rive del Tevere, l'ironico pragmatismo nel racchiudere un significato complesso in una sola parola è stupefacente, una vera e propria dottrina filosofica, soprattutto quando si tratta d'interiezioni e improperi.

la scomparsa del latino e la nascita del romanesco 

Quando nel quinto secolo dopo Cristo cadde l'impero e l'ultimo imperatore romano d'Occidente (Romolo Augusto) fu deposto, sulle ceneri della città eterna iniziò una profonda trasformazione della società. Roma fu ripetutamente depredata, perdendo tesori inestimabili, statue. materiali edili e metalli preziosi. Tra saccheggi, violenze e carestie, la popolazione crollò da quasi un milione d'abitanti a poche decine di migliaia. Varie etnie di barbari si stanziarono stabilmente nell'urbe integrandosi coi romani gradualmente. Si sfasciò completamente l'antico sistema d'istruzione (il "Ludus" dai sette agli undici anni; eppoi la scuola di "grammaticus" dagli undici ai quattordici anni; e il "rhetor" dai quattordici-sedici anni in poi) il latino iniziò ad essere influenzato da linguaggi d'ogni dove e ad evolversi in modo diverso, involgarendosi non poco. S'arrivò al sesto secolo, l'istruzione, arrivò ormai ad essere un'attività occasionale frammentaria, se non completamente assente. Il popolo romano di conseguenza divenne sempre meno colto rispetto ai tempi dei cesari, e gradualmente smise d'usare la lingua degli antenati.

L'istruzione passò sotto il controllo quasi esclusivo della Chiesa in via d'espansione e la lingua latina per secoli rimase espressa prevalentemente negli ambiti ecclesiastici e nobiliari e meno comprensibile per l'umile gente dei rioni. E fu così che queste opposte fascie sociali si compresero sempre meno. Come «romani» vennero distinti i membri delle famiglie nobili, poichè più colti. Mentre «vulgaris» vennero considerati quelli del popolo perchè parlavano un astruso "latino romanile" uno strano idioma che aveva delle assonanze simili al latino ma più incomprensibile. Fu proprio questo linguaggio parlato in quell'epoca dal popolo dei rioni (alla fine del primo millennio) che nel tempo si trasformò, dando gradualmente forma all'attuale «romanesco», quel tipico linguaggio (o calata) tanto amato in tutt'Italia, ma anche non sopportato, in certi casi, perchè "caciarone" e sfacciato.

Il «romanesco» durante il medioevo divenne più comprensibile grazie all'influenza culturale del "toscano" che divenne la lingua della letteratura, tuttavia conservando una forte base espressa dalla gente dei rioni di Roma. Si sviluppò così una netta distinzione tra il “romanesco alto” (parlato dalla nobiltà e che era molto diverso sia dal latino classico che dall'odierno dialetto)

e il "romanesco popolare" (detto anche romanesco di prima fase) che possedeva una forte marcatura folcloristica, risultando sonoro, concreto e ricco di tratti linguistici oggi scomparsi. Quest'ultimo originò lo sviluppo di quello moderno, un vernacolo che ha una stupefacente capacità di racchiudere un complesso significato in una sola parola, non poche volte cinica o greve.

L’Ottocento e il Novecento divennero il periodo d’oro del "romanesco letterario", grazie al quale il dialetto parlato a Roma assunse una forma più rispettata, stabile e riconoscibile attraverso l'arte letteraria di Giuseppe Gioacchino Belli, Cesare Pascarella, Trilussa, Giggi Zanazzo, Mario Dell'Arco, Augusto Jandolo, eccetera. Eppoi grazie all'arte teatrale di artisti del calibro di Ettore Petrolini, Checco Durante, Augusto Novelli, Pietro Capanna, Amedeo Chiantoni, Leopoldo Fregoli, Gigi Proietti, Enrico Montesano, eccetera. Inoltre, dalla seconda metà del Novecento, grazie all'arte cinematografica di maestri che traghettarono la vera anima della romanità nel cinema neorealista e in quello della grande commedia all'italiana, mi riferisco in primis ad Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Anna Magnani e tanti altri giganti della settima arte, tra i vari attori romani, grandi registi e produttori.

Tornando alla letteratura romana del diciannovesimo secolo, il protagonista assoluto fu Giuseppe Gioachino Belli, che con i suoi sonetti descrisse la vita del popolo in modo realistico, spesso ironico e critico verso il potere e la società. Il lavoro «der poeta dé Sant'Eustachio» fu fondamentale perché “fissò” per primo il romanesco scritto. Un altro autore fondamentale per l'evoluzione del «romanesco» fu Trilussa, che in tutte le sue opere usò un vernacolo più moderno, leggero e accessibile, in particolare attraverso fiabe con animali come protagonisti. La nutritissima produzione letteraria di Trilussa contribuì  a rendere la lingua dei romani popolare in tutt'Italia ed il suo autore amatissimo compreso e celebrato anche oltre le mura Aureliane.

Per concludere, ecco nell'audio che segue, un breve intervento sul dialetto romanesco dell'indimenticabile Gigi Proietti altro grande ambasciatore della romanità. È tratto dallo show "Serata d'onore" al teatro Brancaccio, trasmesso dalla Rai nel 2004.

Quando Roma entrò a far parte del Regno d'Italia, c'erano circa centosettantamila abitanti; di questi probabilmente il novanta percento parlavano il romanesco. Col diventare capitale del nuovo regno la città fronteggiò una forte immigrazione, continuata fino agli anni sessanta dello scorso secolo, che la portò agli attuali circa tre milioni di abitanti, quasi venti volte di più. I nuovi abitanti venivano da tutt'Italia, e dai primi anni di questo terzo millennio da diverse altre parti del mondo. Ci si aspettava che sotto l'effetto di questa “invasione” la parlata dei romani veraci soccombesse, poiché assai limitata in numero di parlanti ed estensione territoriale (rispetto all'enorme sviluppo urbanistico della città). Invece, per sua stessa natura il «romanesco» fu, è stato ed è facilmente adottato dai nuovi immigrati. Comunque si mise in atto ed è in corso un processo di creazione “adattiva” che ne sta sta ulteriormente accentuando le caratteristiche, estromettendone, generazione dopo generazione, parte del lessico. Oggi, con l'esplosione dei social media, una certa forma di parlata romanesca si va diffondendo tra i giovani di tutta la penisola e non solo, ricevendo purtroppo drammatiche storpiature fonetiche. Come tutti gli altri "stretti" dialetti italiani, il vero romanesco, quello originale nella sua arcaica forma sviluppatasi dall'era papalina si sta lentamente estinguendo (con buona pace di Dante che lo odiava definendolo «de vulgari eloquentia») tuttavia esportando molte sue colorite espressioni nell'italiano ufficiale.

alcune caratteristiche del romanesco

In questo paragrafo del pezzo presento solo una breve lista di caratteristiche espressive che sono da secoli in uso a Roma. Senza assurgermi al ruolo di linguista, tantomeno di glottologo e senza sviscerare le complesse regole che determinano l'ordine delle parole e le relazioni gerarchiche all'interno d'una frase. Da romano semplifico cercando con umiltà e passione di fornire la spiegazione d'alcuni aspetti della lingua con cui sono cresciuto, col fine di renderli facilmente comprensibili a chi non è di Roma.

Credo che in assoluto non esista un linguaggio "giusto" o "sbagliato" e che qualsiasi lingua, dialetto, parlata e cadenza, siano sistemi viventi in continua evoluzione, governati da regole spesso illogiche. Il romanesco non è esente da ciò. Come detto, esso s'è evoluto nel tempo subendo una profonda trasformazione con l'influenza linguistica italiana, o meglio toscana, tuttavia, quello parlato all'epoca nel ghetto, noto come "giudaico-romanesco", riuscì a cristallizzarsi e a non subire le evoluzioni e le influenze linguistiche del resto della città, poichè le mura e i cancelli impedivano agli ebrei romani di mescolarsi con la popolazione, congelando gli scambi linguistici e permettendo di comunicare in modo incomprensibile ai gendarmi e alle autorità papali.

Diversamente da molti altri dialetti, la struttura delle frasi dell'attuale dialetto della capitale rimane simile a quella della lingua italiana, ciò che differisce maggiormente sono le singole parole, sia per come esse vengono scritte, e per come vengono pronunciate. Una delle più evidenti "distorsioni" è legata a una sorta di "rotacismo" che prevede per il romano il passaggio automatico dalla "elle" alla "erre" se quest’ultima è seguita da consonante, esempio: falce diventa "farce"; dolce diventa "dorce", calcio divennta "carcio", polso diventa "porzo" (in questo caso subentra il "sigmatismo" in cui la "esse" diventa "zeta"), eccetera.

L'«apocope» (o troncamento) è un'altro tratto fondamentale che maggiormente caratterizza e rende senza uguali il dialetto romanesco. Consiste nella caduta dell'ultima vocale o sillaba d'una parola. Questo fenomeno, accelera e rende più musicale il ritmo della parlata. La forma più nota è nell'infinito dei verbi che perde la sillaba finale «re» e viene sostituito da un accento acuto sull'ultima vocale. Non a caso è nato il detto: «a Roma è morto er re».  Eppoi un'altra caratteristica è l'uso del verbo "stare" al posto di "essere", per esempio al posto di "dove sei?" si dice «ndó stai?». Proseguendo, prevale nel dialetto romanesco l'«indebolimento della doppia erre», tipo: parrocchia diventa "parocchia"; azzurro diventa "azzuro"; terra diventa "tera", eccetera.

Inoltre c'è il passaggio da "nd" a "nn" cioè: quando diventa "quanno"; andare diventa "anná", sfondato diventa "sfonnato"; andato diventa "annato", eccetera. Per lo stesso fenomeno d'assimilazione, vi è il passaggio da "mb" a "mm". Inoltre nel dialetto romano prevale il caratteristico fenomeno di de-lateralizzazione o desibilizzazione per cui le lettere "gl" (se insieme) seguite dalla vocale "i" devono essere pronunciate con un unico suono, simile a una doppia "i" che per iscritto diventa una "j"; ad esempio parole come famiglia, bottiglia e foglio si pronunciano rispettivamente "famija", "bottija" e "fojo", eccetera. Per quanto concerne gli articoli: quello determinativo maschile singolare "il" diventa "er" cioè il gatto diventa "er gatto"; mentre quello plurale maschile "gli" diventa "li" con una caduta della vocale finale se la parola successiva inizia per vocale (elisione): gli stivali diventa "i stivali", gli occhi diventa "l'occhi", gli animali "l'animali", eccetera. Eppoi l'altro articolo plurale maschile "i" cambia a "li" (senza elisione): i santi diventa "li santi", i gatti "li gatti", i padroni "li padroni", eccetera. Proseguendo, gli articoli femminili "la" e "le" e l'altro articolo determinativo maschile singolare "lo" subisce la vocalizzazione della "elle" e diventa "a" "e" "o". Mentre gli articoli indeterminativi "uno" e "una" perdono la "u" e diventano "nó" e "ná": uno specchio diventa "nó specchio"; e una capra diventa "ná capra", una tavolata d'amici diventa "ná tavolata d'amici" , e così via. Ricapitolandoli tutti: "il" diventa «er»; "lo" diventa «o»; "i" diventa «li»; "gli" diventa «l'»; "la" diventa «a'»; "le" diventa «e'»; "un" diventa «n'»; "uno" diventa «nó»; "una" diventa «ná». Ecco invece uno schema di alcune preposizioni articolate, solo alcune delle tante possibili:

Per quanto concerne i dittonghi e i trittonghi, tre vocali all'interno d'una medesima sillaba non sono compatibili con la pronuncia romanesca, che quindi interviene su queste situazioni grammaticali quando s'incontrano una vocale forte "a", "e", "o" e una vocale debole: "i", "u", oppure due vocali deboli, accorciandole o alterandole. Di conseguenza "miei", "tuoi", "suoi" diventano «mia», «tui», «sui» (o anche «sua»): "i libri tuoi" diventa «li libbri tua»; "i miei parenti" diventa «li parenti mia». Talora la regola viene applicata anche ai plurali "nostri" e "vostri" allora al posto della "i" ci va la "a": ad esempio "i vostri soldi" diventa «lì sordi vostra»; oppure, sempre ad esempio, la stessa regola vige per il famosisimo colorito insulto che si riferisce letteralmente ai defunti (antenati) della famiglia dell'interlocutore: «l'anima dé li mortacci vostra» (oppure in forma più abbreviata «tacci tua») la quale nonostante l'origine macabra, oggi è usata nel parlato quotidiano con varie sfumature e toni, che vanno dalla rabbia all'esclamazione di stupore, ed in tal caso non sarebbe più una parolaccia bensì un'esclamazione. Il tono conta molto nel romanesco, perchè può dare un diverso significato alle parole, ed anche alle parolacce, ad esempio a Roma vige il detto: «c'è stronzo e stronzo» in riferimento al tono con cui questa parolaccia s'esprime.

Altri vocaboli contenenti sillabe con tre vocali vengono corrotti eliminandone una, in genere l'ultima prima dell'accento, cioè: "aiuola" diventa «aióla»; "puoi venire?" diventa «pói vení?»; eccetera. Oppure il vocabolo viene modificato, tipo: "bue" e "buoi" diventano «bove» e «bovi»; eccetera. E potrei proseguire a iosa con gli accenni grammaticali e fonetici dell'impalcatura «der dialetto dé noantri» ma mi fermo qui per non rischiar d'annoiare. Così come, a riguardo dell'espressività dello stesso, che rappresenta il colore, il ritmo e l'anima della comunicazione sulle rive del Tevere, nei rioni, nei quartieri e nelle borgate di Roma.

VISCERALITà E MAGNETISMO DEL DIALETTO DI ROMA

La parlata capitolina rifugge le lungaggini e usa espressioni colorite per dire esattamente ciò che si pensa, senza troppi fronzoli. Il «romanesco» incanta irresistibilmente buona parte di coloro che capiscono l'italiano, perchè è in grado di sintetizzare, riassumere, estraendo dal senso solo i concetti chiave, in poche parole, dirette e taglienti: raramente con termini raffinati, siano essi metaforici che espliciti. Attraverso marcati allungamenti vocalici e raddoppiamenti consonantici. Nonché ha un'espressività sguaiata e schietta che tende a sdrammatizzare, mirando a un immediato coinvolgimento emotivo dell'interlocutore. È un condensato di parole che non si può certo sostenere che non arrivi dritte al punto. Per ciò è senza dubbio da non pochi amato, ma crea fastidio a tanti altri ed è spesso odiato poichè non di rado mette spietatamente in discussione convinzioni ed ego.
Eppure, come detto, il dialetto parlato oggi nella capitale, rispetto a quello d'una volta, è molto affine al toscano, sia foneticamente che sintatticamente, e il fatto che condivida con quest'ultimo i natali della lingua italiana, lo rende pressoché comprensibile, a parte poche espressioni più specifiche, molte delle quali colorite, ricche di sinonimi e metafore, al confine tra ironia e volgarità. Qualcuno che non è di Roma fa fatica a comprenderle e magari s'offende. Ma il romanesco "è così".

Infine una piccola digressione su due famosissimi modi di dire romaneschi, molto utilizzati anche lontano dalla città eterna, ma raramente nel modo giusto. La prima espressione è «sticazzi» che compendia pragmaticamente in una sola parola le frasi: “non curiamoci troppo delle conseguenze” ed anche: “non me ne importa nulla”. Eppoi, la seconda altrettanto famosa è «mecojoni», utilizzato in qualsiasi contesto interlocutorio per esprimere sorpresa, anche in senso ironico...

Alcune mitiche espressione in romanesco

L'umorismo romano spazia dai classici motti dialettali ai proverbi e detti, fino ai mitici sberleffi storici. Eccone solo una ventina di classici tra i tantissimi tramandati da generazioni. Dal «daje» perfetto per chiudere qualsiasi frase, a «stacce» che invita alla rassegnazione, ma con quel pizzico d'ironia che non guasta. Poi ci sono i grandi classici: «stai manzo», «m’arimbarza», «t’accolli» e quell'«aho!» che non è solo un’esclamazione, ma «n'marchio de fabbrica der vernacolo dé noantri», eccetera:

daje : è la versione romana di "dai!". A Roma viene utilizzata sia per incoraggiare ed anche come saluto tra amici.

t'accolli : si dice a una persona fastidiosa, insistente, che s'attacca a qualcuno e non lo molla più

A Roma Iddío nun è trino, ma quatrino : significa che il vero dio della città è il denaro

stácce: che ti piaccia o no è così, fattene una ragione a qualcosa che non si può cambiare

a chi tocca nun se'ngrugna per dire: "bisogna accettare con filosofia, senza lamentarsi o fare il broncio"

stai manzo: s'usa quando l'interlocuzione tra due persone diventa accesa: "moderati, stai calmo, controllati"

ná cifra: "tanto" in riferimento ad una quantità, e per esprimere un parere positivo su qualcosa (ná cifra bello)

aripijate: letteralmente riprenditi, rilassati. Oppure utilizzato per dire contieniti, non esagerare

m'arimbarza: provare un distacco emotivo tale da non avvertire né attrazione né repulsione verso qualcuno o qualcosa

ndó cojo cojo: focalizzarsi sul processo e non sul traguardo. Procedere senza un obiettivo riducendo  l'ansia

pischello: indica un giovane o un adolescente. O per stigmatizzare una persona inesperta o che s'atteggia a "grande"

abbozzà: Accettare una situaziome spiacevole senza opporsi, abbozzare, lasciar correre, rassegnarsi senza restarci male

Manco pé gnente: a Roma è perentorio, s'usa per negare categoricamente, e per ribadirlo si ribadisce con «nóne!»

che tajo: sta a dire "che ridere", "che spasso" o "che cosa divertente". Cioè per commentare una situazione buffa o ilare.

Quello che nun strozza ‘ngrassa: "ciò che non t'uccide, ti fortifica", si usa per sdrammatizzare

Mejo faccia tosta, che panza moscia:  s'usa quando si deve mettere da parte timidezza e orgoglio

Sparagna, sparagna, arriva er gatto e se lo magna: goditi i tuoi soldi e la vita

ma che me stai a n'mbruttì: è spesso la reazione verso chi ti guarda in modo critico, infastidito o ostile,

Er monno l’aregge Iddío, la croce l’areggo io: esprime la rassegnazione di tutti i giorni

scapoccià: reazione umana allo stress acuto e all'ansia, letteralmente "perdere la testa" (la capoccia) o il controllo di sè

DUE PREZIOSI DOCUMENTI PER APPROFONDIRE

Campitellino autentico, il poeta, scrittore e antropologo Giggi Zanazzo è considerato il padre fondatore della romanistica. È una figura centrale per la valorizzazione del dialetto e del folklore romanesco. Fondò la celebre rivista dialettale Il Rugantino offrendo una vetrina fondamentale per i primi testi di Trilussa. Nelle sue numerose opere letterarie (poesie, saggi e commedie) raccontò l'anima più verace e genuina della città e del suo popolo. Raccolse e preservò la memoria delle tradizioni, dei giochi e della medicina popolare di Roma prima che andassero perduti. Ecco qui di seguito la sua opera letteraria «Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma» scritta nei primi anni dello scorso secolo, pubblicata dalla Società Tipografico-Editrice Nazionale di Torino nel 1908. Questo capolavoro ha insegnato e insegna ai posteri diverse usanze popolari e credenze nella città eterna di una volta. Ossia, ad esempio, come guarire da ogni malanno, come sconfiggere il malocchio, come trovare un buon marito, come scoprire il ladro che vi ha derubato, come far fortuna col lotto... Questi e tantissimi altri "rimedi", sono il frutto di'una lunga ricerca di Zanazzo tra le tradizioni popolari romane, trascritte dalla viva voce degli anziani. Lo scenario di fondo è la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, quando Roma, ormai capitale d'Italia, già s'era avviata verso un'intensa espansione e modernizzazione. Gli studi e le opere del maestro di via dei Delfini hanno avuto il ruolo di contraltare alla probabile perdita di antichissime tradizioni popolari. Scarica questo pdf e immergiti nel piacere d'un tuffo nel folklore romano. In un testo che assume anche il valore d'una preziosa guida alla conoscenza della cultura popolare e della più caratteristica prosa in romanesco.

Lessico romanesco, di metà Novecento

Il secondo documento, molto più recente, è un'opera di preziose ricerche dell'accademico romano Sergio Frasca, svoltesi insieme ai suoi preziosi collaboratori, da lui ringraziati nella pagina finale (Alba, Daniela, Daniele, Fabio, Federica, Geo, Pia, Silvana e Vittorio). Questo saggio vive le dinamiche del romanesco, le approfondisce e rende più comprensibile i singoli elementiche che compongono la cultura di Roma. In particolar modo quelli che hanno plasmato l'identità della città dopo che divenne capitale italiana. Attraverso la lingua parlata, in quanto carta d'identità degli stessi abitanti. Attraverso la sociolinguistica, il saggio esamina non solo la grammatica, ma il modo in cui le parole vengono usate. I modi di dire, le espressioni e lo specifico lessico.