SCALEA DEL TAMBURINO A VIALE GLORIOSO di Claudio Di Giampasquale

Percorrendo viale Trastevere sul marciapiede destro dando le spalle al fiume, superata l'intersezione con via di San Francesco a Ripa (quella che va verso San Calisto), e poi proseguendo su viale Trastevere attraversando le striscie pedonali all'imbocco in via Emilio Morosini, si passa davanti al solenne ingresso del Ministero dell'Istruzione; immettendosi poi nella successiva prima traversa a destra costeggiando le mura dell'enorme palazzone ministeriale, s'imbocca viale Glorioso ombreggiata quand'è estate dalle fronde dei platani. Sin da subito si vede in lontananza una grande scalinata. Dopo trecento metri circa, superato l'incrocio con via Dandolo, che con le sue ampie curve sale sul colle sopra Trastevere verso Porta San Pancrazio, si giunge ai piedi della scalea. Alzando lo sguardo si percepisce subito d'essere in un luogo molto particolare. Questi gradoni sono molto amati dai romani e da non pochi italiani che conoscono il perchè del suo nome il quale simboleggia un commovente fatto storico.

Questa scalinata che da viale Glorioso porta sul Gianicolo, fu realizzata 42 anni dopo i "gloriosi" fatti storici narrati qui di seguito e fu dedicata a un giovanissimo eroe

Con la conoscenza dei fatti storici e un pó di sensibilità patriottica nell'anima, alzando lo sguardo è possibile immaginare e percepire che oltre l'ultimo gradino, tanti anni fa qualcosa di straordinario, terribile ed eroico accadde lì sù, oltre la parte alta di Trastevere, salendo sino al Gianicolo oltre"er Fontanone dell'Acqua Paola", sino a Porta San Pancrazio, a Villa Savorelli, al Vascello e sui prati del colle che dominano la città eterna mostrando una vista mozzafiato.

Ebbene lì nell'estate del 1849 si consumò una feroce battaglia che gettò le basi fondamentali per il Risorgimento, agendo sull'intero popolo italico come un faro d'ideali democratici, repubblicani e d'unità nazionale. La battaglia del Gianicolo dell'estate 1849 fu l'ultima, sanguinosa difesa della "Repubblica Romana" contro le truppe francesi inviate a restaurare il potere papale, culminata il 30 giugno con pesanti perdite per i difensori garibaldini, tra cui quelle del diciannovenne Emilio Morosini, del ventiquattrenne Luciano Manara, del ventiduenne Enrico Dandolo e del ventiduenne Goffredo Mameli il quale perse la vita eroicamente sul Gianicolo appena due anni dopo aver scritto il testo de "Il Canto degli Italiani" che diventerà il nostro inno nazionale. Le parole poetiche del giovane Goffredo vennero poi, dopo la sua morte, messe in musica dall'amico compositore Michele Novaro anch'egli grande patriota. Oltre l'ultimo gradino della scalea di viale Glorioso, persero la vita anche  tantissimi altri ragazzi; romani e non. Nel cruento scontro venne ferita a morte il grande amore del comandante Giuseppe Garibaldi l'eroica ventottenne Anita. Tutti questi giovani eroi e tanti altri non riuscirono a difendere la "Repubblica Romana" tuttavia col loro coraggio spronatrono centinaia di migliaia d'altri italiani in tutta la penisola a credere concretamente nell'Unita d'Italia.

A sinistra la Porta San Pacrazio seriamente danneggiata dagli scontri tra i garibaldini e le truppe francesi. Al centro Giuseppe Garibaldi e il suo fedele generale Nino Bixio a rassegna delle truppe delle "brigate garibaldine". A destra la villa il Vascello devastata dai cruenti combattimenti .

domenico  "il tamburino" un eroe poco più che bambino

Aveva appena sedici anni quando Domenico Subiaco giunse a Roma per arruolarsi nelle "brigate garibaldine"e combattere per difendere la giovane "Repubblica Romana". Arrivò nel quartier generale dell'eroe dei due mondi percorrendo in ogni modo la via Casilina. Nacque a Ripi un piccolo paesino distante un centinaio di chilometri dalla città dei papi, situato nell'agro romano tra le propaggini meridionali dei Monti Ernici e la valle del Liri e del Sacco, a soli dieci chilomentri dall'antica Frosinone. Una zona rurale tradizionalmente famosa da secoli per la produzione di calzoleria artigianale, in particolare calzature di cuoio e fasce indossate da contadini e pastori della regione, nonché da molti popolani dei rioni della vicina Roma che per ciò da secoli chiamavano questa zona "Ciociaria". Mimmo venne al mondo martedi 4 dicembre 1832 figlio di Angela Maria Paparelli e Giovanni Subiaco in una famiglia d'umili origini contadine. Nonostante aiutasse i suoi genitori e i fratelli nei duri lavori nei campi, Domenico riuscì presto ad imparare a leggere e scrivere. Divenuto adolescente rimase affascinato dai giornali della "Giovane Italia" mazziniana che riusciva a reperire di nascosto. Questi giornali sgualciti difficilmente reperibili inculcarono in lui forti ideali romantici. L'influenza di quegli articoli scritti da intellettuali e cospiratori era molto contagiosa, e quelle stampe clandestine lo convinsero a credere in una "nazione italiana e repubblicana", risvegliando la sua coscienza intorpidita dai doveri quotidiani, persuadendolo ad aspirare a una patria libera da invasori e indipendente. Esattamente come quasi tutta la gioventù italica della sua generazione che rispetto alle precedenti s'impegnò eroicamente a trasformare un "vago malcontento" in uno straordinario e contagioso "fervore nazionale". Il giovanissimo Mimmo quando venne a sapere della proclamazione della "Repubblica Romana" e del conseguente immediato intervento militare francese, decise immediatamente d'arruolarsi per combattere e difenderla.

Quando Domenico giunse a Roma, il quartier generale delle truppe garibaldine era ubicato in Villa Savorelli nei pressi della Porta San Pancrazio. Salì arrancando a piedi il colle Gianicolo insieme a una marea d'altri ragazzi entusiasti provenienti da tutta la penisola, gran parte di loro erano studenti romani. Mimmo era tra i più giovani, non vedeva l'ora d'indossare l'uniforme garibaldina, d'aver assegnate le munizioni e imbracciare la propria baionetta. Ma durante la selezione d'arruolamento, poverino rimase parzialmente deluso e non la prese bene. I selezionatori a causa della sua bassa statura, ma soprattutto per la sua giovane età, non lo ritennero adatto al combattimento e dunque non gli venne affidato alcun fucile, tuttavia ricevette la sospirata uniforme e fu nominato tamburino del Primo Reggimento Fanteria.

Fu proprio Morosini poco più grande di lui di tre anni che, vedendolo seduto in lacrime in disparte, si commosse e gli si avvicinò. Nonostante la giovanissima età Emilio era già un veterano, aveva combattuto un'anno prima sulle barricate nelle "Cinque Giornate di Milano" contro gli Austriaci. Si sedette accanto all'affranto tamburino che aveva sulle gambe il suo tamburo appena assegnatogli con le due bacchette, sopra l'uniforme piegata ancora da indossare. Gli allungò un braccio sulla spalla e lo consolò dicendogli che i tamburini in battaglia ricoprivano un ruolo importantissimo, agivano secondo ben precisi criteri di comunicazione, che presto gli avrebbero insegnato le regole d'utilizzo e di coordinamento delle bacchette che avrebbe dovuto usare con ritmi diversi per impartire gli ordini, ossia le avanzare, oppure le cariche, oppure le ritirate. Quindi continuò stigmatizzando il fatto che gli avevano assegnato un compito non di poco conto: sarebbe stata una figura straordinaria sul campo di battaglia, perchè la cadenza di marcia che avrebbe impartito avrebbe suscitato il coraggio e la forza di chi aveva le armi addosso scacciando la paura e infondendo coraggio. Eppoi evidenzio soprattutto che si sarebbe dovuto posizionare in prima linea con estremo pericolo di visibilità. Poi alzandosi e dandogli una pacca sulla spalla, Emilio Morosini lo incoraggiò prevedendo ottimisticamente che il suo tamburo sarebbe stata la colonna sonora della vittoria delle brigate garibaldine sui francesi.

Domenica 3 giugno 1849, mentre l'esercito francese comandato da Luigi Napoleone tentò il secondo assalto nei pressi di Porta San Pancrazio, Domenico, una volta suonata la carica vedendo i suoi compagni cadere uno ad uno intorno a lui non resistette all'ira, gettò il suo tamburo a terra e raccolse un fucile lì accanto e, urlando «Viva l'Italia! ...Viva Roma!» prese la mira e sparò contro i soldati d'oltralpe. Ben presto, purtroppo, venne raggiunto da un colpo nemico che lo centrò in testa, ponendo fine alla sua breve vita. Ventotto giorni dopo anche Emilio fu ferito gravemente sul campo di battaglia sul Gianicolo. Morì dopo tre giorni.

racconto d'un testimone oculare e la scalinata dedicata a mimmo

La morte eroica di Domenico il tamburino fu raccontata sul diario di guerra d'un testimone oculare che combattè nello stesso suo raggimento, un certo Camillo Ravioli, con queste esatte parole: «Dall'alto della porta di San Pancrazio tirò a petto scoperto gettata l'uniforme. E lo vid'io nel mattino di quel giorno stesso tre giugno. Tirò da dieci a dodici colpi contro i francesi che assalivano il bastione ottavo, facendosi porgere l'arma carica dai compagni che gli erano di sotto, finché una palla nemica lo colpì nel parietale sinistro e lo gettò rovescio e moribondo a basso».

Nel 1891 gli fu dedicata la scalea di viale Glorioso che porta sul Gianicolo. Poi nient’altro, nemmeno una targa con qualche nota biografica che aiuti a identificare cosa significhi "Scalinata del Tamburino". E questo, secondo mio modesto parere, non è cosa buona e giusta, ritengo che Domenico Subiaco anche qui a Roma avrebbe meritato molto di più, perche morì per difenderla. 

Vi è però, e lo scrivo con profonda ammirazione per il personaggio, una targa di dedica a Sergio Leone uno dei più grandi registi della storia del cinema, che abitava a Trastevere nei pressi della "Scalea del Tamburino" dove per tanti anni fece su e giù nelle estati della sua infanzia e adolescenza per salire oltre l'ultimo gradone della scalinata verso il Gianicolo e bagnarsi coi suoi amici nel grande vascone del fontanone dell'Acqua Paola. Ebbene tra questa cricca d'amichetti trasteverini scalmanati c'era anche un'altro famosisimo romano dé Roma, un certo Ennio Morricone.   

Concludendo; almeno in Ciociaria sua terra d’origine l'atto eroico e il nome di Domenico Subiaco non è caduto completamente nel dimenticatoio. Nella piazza della Libertà di Frosinone c'è un monumento dello scultore Ernesto Biondi che lo raffigura insieme a diversi altri patrioti. Nel 1911 anche il paesino di Ripi dedicò una lapide al suo «Figlio eroico che giacque sedicenne incitando gli eroi di Roma contro lo straniero invasore».